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L'Espressionismo |
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Corrente culturale formatasi in
Europa nei primi anni del '900. L'espressionismo è caratterizzato dalla
manifestazione diretta tramite il segno e il colore dell'esperienza emozionale e
spirituale della realtà e spesso del disagio interiore provocato dal contrasto
tra gli ideali umani e la reale condizione dell'uomo.
Tale disagio viene espresso, appunto, con la massima accentuazione cromatica e
l'estrema e a volte volutamente sgradevole incisività del segno.
Anticipatori dell'Espressionismo furono
Gauguin,
Van Gogh,
Ensor
e Munch.
Il volto più drammatico del
movimento è rappresentato dagli artisti tedeschi, dai componenti del gruppo Die
Brücke (Il Ponte) tra cui spicca la figura di
Kirchner e
Nolde, a quelli del Blaue Reiter (Il cavaliere
azzurro) - punto di partenza dell'astrattismo - con
Kandinskij e
Marc - alla pittura oggettivamente
oppressiva di Grosz,
Dix e
Beckmann,
che documentano con impietosa lucidità la miseria dell'animo umano e la
stoltezza del regime nazista e della classe borghese che lo sostiene, allo
scultore Barlach. Altrettanto drammatiche e macerate le visioni di due austriaci:
Kokoschka e
Schiele.
Altrove l'Espressionismo ha invece rappresentanti ugualmente tragici come
Rouault, ma anche meno cupi e più mediterranei come
Derain,
Delaunay, Dufy e il multiforme
Picasso. Accenti melanconici e inquietanti assumono le opere dei
francesi immigrati come Soutine,
Pascin,
Chagall,
Kupka.
La linea espressionista dell'arte contemporanea continua lungo tutto il XX
secolo e giunge attraverso l'esperienza della Scuola Romana (Scipione) in Italia
per passare nella grande testimonianza di personalità isolate come l'inglese
Bacon o lo svizzero Giacometti, sino a giungere alle esperienze
dell'espressionismo astratto americano (Pollock) e alla nuova pittura
selvaggia europea degli anni Settanta-Ottanta (Fetting).
Per Espressionismo non si può intendere un vero e proprio progetto artistico
unitario ed omogeneo, così come viene normalmente fatto quando si parla delle
avanguardie cosiddette storiche del Novecento, dell'organizzazione cioè in
gruppi e movimenti suggellati da manifesti programmatici, ma piuttosto di un
clima culturale assai diffuso nei primi del '900, come tendenza rispecchiante il
panorama globale della ricerca espressiva del periodo, comprendente molteplici
esperienze e modi di essere.
L'Espressionismo (il primo impiego del termine appare su una rivista nel 1911)
nasce e si diffonde nei paesi di lingua tedesca tra il 1900 e il 1910, ma presto
influenzerà, oltre che le arti figurative, la letteratura, il teatro, il cinema
e l'architettura in altre nazioni dell'Occidente europeo. Tale poetica nasce in risposta all'incrinarsi degli ideali umanitari e della
crisi di valori con cui l'Europa capitalistica si trova a dover fare i conti.
L'instaurarsi di nuovi metodi di produzione industriale, con la conseguente
perdita dell'economia agricola e la stravolgente e forzata urbanizzazione, porta
a spaccature nell'ordine sociale ed agli inizi della "lotta di classe" nelle
metropoli, mentre lo svuotarsi del concetto di tradizione, sotto la spinta
dell'incalzante modernismo, porta ad un senso di sradicamento dalle proprie
origini che immediatamente si ripercuote sul piano creativo, dove gli artisti e
gli scrittori più sensibili colgono nella crisi un'occasione per un mutamento
dei mezzi di espressione, al fine soprattutto di utilizzare i nuovi strumenti
contro la stessa società moderna. Nelle arti figurative si recuperano i linguaggi cosiddetti primitivi, per meglio
esprimere drammaticamente il malessere diffuso: l'immagine risulta quindi
semplificata, deformata, brutalizzata.
Paradossalmente gli espressionisti, per
trattare toni fortemente legati all'attualità, ripristinano l'uso di elementi
inattuali, che rimandano a stilemi arcaici e spesso di cultura selvaggia. Già questa rottura con la tradizione classica europea è rintracciabile, come
abbiamo visto, in
Gauguin, in cui se ne può trovare qualche accenno nei dipinti
polinesiani, ma specialmente nelle visioni ossessive di
Van Gogh e nell'angoscia di
Munch.
Sono proprio questi artisti che aprono la strada all'epoca dei grandi visionari,
di personalità che scrutando la realtà la percepiscono come un universo
tormentato e rutilante di forme e colori, abbagliante e nel contempo culla di
disperazione e infelicità, che la mente e l'occhio alterano in visioni
fortemente deformate.
Proprio la deformazione, simbolo della crisi formale cui va incontro l'arte e
strettamente correlata al dramma sociale a cui allude, è il punto di incontro
degli artisti legati al gruppo espressionista per eccellenza, "Die Brücke"
(Il Ponte), fondato a Dresda nel 1905.
Questi giovani pittori guardano a
Van Gogh,
Munch
ed Ensor, ma anche allo svizzero Böcklin e a Klinger e,
affrontando i temi della degradazione della società moderna, la prostituzione,
la miseria, lo sfruttamento, l'oppressione, il dolore, l'ingiustizia, compiono
appunto una deformazione e distorsione delle coordinate della visione, così come
è stata tramandata dalla cultura occidentale, per giungere alla creazione di uno
shock visivo, trasmettendo, attraverso il disagio percettivo, il più profondo
disagio umano, quel "grido" (il riferimento esplicito è a Munch) che viene a
liberarsi dalla coscienza soggettiva, prioritariamente posta in primo piano nel
rapporto con la realtà.
Formalmente l'avanguardia tedesca interviene con due elementi principali: il
colore acceso, violento, e la linea spezzata, quest'ultima in netta antitesi
all'eleganza delle linee curve postulate dagli artisti della Secessione (Art
Nouveau in Francia, o ancora Liberty in Italia).
Attraverso questa novità viene espressa tutta la drammaticità del soggetto, non
solo quando vengono direttamente rappresentati situazioni o soggetti angosciosi;
per gli artisti della Brücke il dramma si impone anche nell'affrontare tematiche
cosiddette di genere dell'arte, a testimoniare come il sentimento negativo negli
espressionisti si manifesti sempre.
Esempi sono due
opere come "Autoritratto con modella" del 1907 e "Donna allo specchio" del 1912
di
Ernest Ludwig Kirchner (1880-1938
- "Cinque donne nella strada", 1913; "Nel caffè-giardino", 1914), forse la
personalità più dotata del gruppo e suo fondatore, che afferma "la pittura è
l'arte che rappresenta su di un piano un fenomeno sensibile. Il mezzo della
pittura è il colore, come fondo e linea. Il pittore trasforma in opera d'arte la
concezione sensibile della sua esperienza. Non ci sono regole per questo. Le
regole per l'opera singola si formano durante il lavoro.", ponendo l'accento sul
fatto che ogni opera, in quanto scaturita da un'unica e individuale psiche, non
tiene conto di una regola e quindi compie una trasgressione sulle opere
precedenti. Egli si dedica anche alla grafica e attraverso le sue tecniche
elabora un segno fortemente comunicativo in quanto schematico e graffiante,
capace di quella immediatezza espressiva propria dei linguaggi ingenui e
primitivi.
Nel 1906
aderisce a "Die Brücke"
Emil Nolde (1867-1956 -
"Danza del vitello d'oro", 1910; "Sole tropicale", 1914), ma solo dopo tre anni
abbandona il gruppo e il periodo che va dal 1910 al 1920, accanto a crisi
personali, vede la creazione delle sue opere più sovversive ed estreme come
"Danza del vitello d'oro", in cui il tema di una danza pagana è spunto per una
rappresentazione priva di alcun controllo formale, estetico e razionale e in cui
il colore è gettato a macchie sulla tela. In un'altra sua opera lo stesso colore
diventa materico e posto sulla tela in grumi pastosi e quasi informi, citati
ripetutamente dalla pittura informale del secondo dopoguerra.
Una stretta ambiguità temporale si ha tra "Die Brücke" e il gruppo parigino dei
Fauves (Belve), inizialmente così appellati da un critico che notava la loro
predilezione per la "ferocia cromatica".
è infatti l'esplosione coloristica il comune denominatore di questi
artisti che pur avendo spesso poco in comune fra loro, portano alla estrema
conseguenza il sintetismo di Gauguin, di Villard e Bonnard, ossia il postimpressionismo, non uscendo però ancora del tutto dalla tradizione estetica
francese.
Una stretta ambiguità temporale si ha tra "Die Brücke" e il gruppo parigino dei
Fauves (Belve), inizialmente così appellati da un critico che notava la loro
predilezione per la "ferocia cromatica".
è infatti l'esplosione coloristica il comune denominatore di questi
artisti che pur avendo spesso poco in comune fra loro, portano alla estrema
conseguenza il sintetismo di Gauguin, di Villard e Bonnard, ossia il
postimpressionismo, non uscendo però ancora del tutto dalla tradizione estetica
francese.
Il gruppo dei "Fauves", che già verso il 1905 contempla
Albert Marquet, Raoul
Dufy, Henri Matisse,
Maurice de Vlaminck,
André Derain e
Georges Braque, poco ha in comune con l'insofferenza e la rabbia
politica da cui sorge tutta l'opera dei tedeschi, ma il loro impiego del colore,
di cui amplificano la valenza espressiva attraverso la sua stesura in tonalità
pure, giunge agli estremi, e dunque più vicino agli artisti della Brücke, con la
concezione della totale arbitrarietà e libertà del suo uso in un impiego
selvaggio delle tinte più forti, da far esplodere sulla tela senza alcuna
mescolanza fra loro. Fra i "Fauves" che maggiormente testimoniano un legame tra
le due esperienze europee sono da segnalare.
Maurice Vlaminck (1879-1958), il cui impeto
nell'uso del colore sembra precorrere la pittura gestuale, e Georges Rouault
(1871-1958),la componente più dichiaratamente espressionista del gruppo, a cui
aderisce solo per tre anni, e la cui pittura risponde a esasperate esigenze di
passionalità religiosa e filosofica.
Parlando dei
"Fauves" non si può non soffermarsi su uno dei più grandi pittori contemporanei,
facente parte del gruppo, ossia di
Henri Matisse
(1869-1954 - "Ritratto con la riga verde", 1905; "La danza", 1909; "Lo studio
rosso", 1911; "La finestra blu", 1912; "La lezione di piano", 1916-1917), i cui
lavori, proprio a partire dall'esperienza fauvista, in cui diviene punto di
riferimento per i giovani artisti, divengono sempre più saldamente costruiti
intorno al motivo delle forze autonome del colore e, malgrado egli non rinunci
completamente alla figurazione, gli sviluppi della sua opera saranno modello
imprescindibile per le future generazioni dell'astrattismo, fino alla grande
pittura americana del secondo dopoguerra.
Alla consacrazione ufficiale del gruppo, al Salon d'Automne del 1905, egli
risponde, a chi lo critica per aver usato troppi colori per il viso della donna
nell'opera "La femme au chapeau" deridendone l'aspetto: "Signore, io non creo
una donna io faccio un quadro". E sicuramente si può immaginare come gli occhi
del pubblico, abituati al tipo di analiticità tardo impressionista, potessero
rimanere stupefatti anche analizzando un dipinto come "Ritratto con la pipa
verde", in cui il disegno appare approssimativo e inesistente, con i colori
usati così forti e puri, sicuramente non mescolati sulla tavolozza, e con la
presenza di una riga verde che attraversa naso e fronte. Qui il soggetto, come
anche nelle altre opere di Matisse, è solo il pretesto attraverso il quale
ottenere e sviluppare le idee costruttive del suo lavoro.
La sua arte pone
una sempre maggiore distanza tra sé e i suoi soggetti, ciò che conta per
l'artista è fornire intensità all'opera attraverso il rafforzamento progressivo
delle impressioni cromatiche: il colore come espressione di un sentimento, da
interiorizzarne al massimo la forza espressiva. In uno dei capolavori di
Matisse, "La danza" del 1909, egli realizza col minimo dispendio di colori il
dominio dello spazio, attraverso poche linee ritmiche, spogliando e
sintetizzando la forma con un colore assolutamente liquido, sempre perfettamente
controllato nella quantità di luce che deve sprigionare.
Negli stessi anni una parte dell'Europa vive un periodo culturalmente importante
e ricco di fermenti: è la Vienna di inizio secolo, patria di Sigmund Freud,
Musil, Alfred Loos, dove si attua la rivoluzione in campo musicale ad opera di
Arnold Schönberg che nel 1912 compie la destrutturazione della norma della
tonalità (influenzato dalla precedente esperienza dell'espressionismo lirico di
Gustav Mahler), seguito poi dal lavoro di Anton Webern e Alban Berg.
In questa città
vive Gustav Klimt (1862-1918 / "La morte e la
vita", 1908; "Giuditta", 1910; "La Vergine", 1913), artista appartenente alla
generazione più tarda del Simbolismo e tra i fondatori della Secessione
viennese, di cui è la personalità dominante. Influenzato in gioventù dai mosaici
bizantini di Ravenna, egli compie uno scatto di qualità rispetto ai simbolisti
di fine secolo: le sue opere sono arabeschi bidimensionali in cui ogni linea e
ogni forma sembrano incastrate con capacità miniaturistica. Per Klimt la realtà
è uno sconfinato intreccio di linee decorative, animata principalmente dalle due
forze più potenti della vita: amore e morte, Eros e Tanatos. I suoi ultimi
lavori denunciano una chiara apertura verso la corrente espressionista e un
intenso rapporto di scambio di esperienze con i due suoi esponenti austriaci:
Oskar Kokoschka (1886-1980) ed
Egon Schiele (1890-1918 / "Autoritratto con le
dita aperte", 1911; "L'Abbraccio", 1917; "Nudo femminile bocconi", 1917).
L'opera di Schiele è esempio di congiunzione tra Secessione viennese ed
espressionismo tedesco; egli infatti deriva dal maestro Klimt l'uso di quella
particolare linea tagliente e nervosa che promuove l'effetto drammatico dei suoi
quadri, la cui valenza ideologica, ben lontana dal decorativismo liberty, è
invece attinente alle tematiche espressioniste, in particolare ad una
concezione della vita come tragedia che trova nella morte la sua più profonda
verità.
La seconda
ondata espressionista è rappresentata dal movimento "Der Blaue Reiter" (Il
cavaliere azzurro) che a Monaco nel 1911 raggruppa Vassili Kandinskij,
Franz Marc, August Macke, Gabrielle
Münter, Max Pechstein, Paul Klee e altri, con intenzioni
maggiormente spiritualistiche rispetto al primo momento espressionista.
L'arte lascia da parte il soggettivismo anarchico della Brücke per proclamarsi
espressione di un contenuto esclusivamente interiore, esaltando l'ingenuità
dell'infanzia e dei primitivi come manifestazione di un rapporto non mediato con
l'essenza della natura. Gli artisti del gruppo, tralasciando i temi sociali
moderni mostrano interesse per la pittura dei bambini, degli alienati, per il
folklore e il naïf.
Vassilij Kandiskij (1866-1944 / "Paesaggio
con campanile", 1909; "Con l'arco nero", 1912; "Sea Battle. Improvisation 31",
1913; "Paesaggio con macchia rossa", 1913) arriva a postulare affinità tra
pittura e musica, arte non narrativa e non descrittiva per eccellenza,
ricercando quella "musicalità dei colori necessaria perché l'arte diventi
astratta"; le sue opere del primo decennio del secolo, pur ancora figurative,
sono caratterizzate da tale vocazione musicale, cercano soprattutto di ricreare
il contrappunto attraverso l'accostamento forzato di macchie pittoriche di
colore acceso, intenso, spesso freddo, che in questo modo risultano squillanti
come appunto in una sinfonia di forti contrasti. E' soprattutto Kandinskij a teorizzare infatti la visione della pittura come
linguaggio delle emozioni cromatiche complesse, in cui è il colore l'elemento
capace di suscitare, di per se stesso, vivaci sentimenti.
Se "il suono musicale
ha diretto accesso all'anima, e vi trova subito una risonanza, poiché ha la
musica in se stesso", questo è vero anche per il colore. A partire dal 1910 le
opere di Kandinskij si intitolano infatti "Improvvisazione", "Composizione",
"Impressione" e vengono numerate come i brani musicali.
I primi quadri
non rappresentativi della pittura contemporanea sono proprio quelli creati da
questo artista inseguendo il turbinio emotivo di assonanze e dissonanze, di
crescendi e diminuendi.
Altri artisti de
"Il Cavaliere Azzurro", come Macke e
Marc,
coltivano invece una visione lirica del dato naturale ricavato dalla realtà,
trasfigurandolo e interpretandolo sulla tela per la ricchezza di sensazioni in
grado di provocare. La figurazione non scompare mai del tutto dalle opere di
questi due artisti e per
August Macke
(1887-1914 / "La tempesta", 1911; "Di fronte a un negozio di cappelli", 1913),
che in alcune sue prime opere realizza una visione interiorizzata e quasi
neoromantica della natura, specialmente dopo i contatti con l'orfismo di
Delaunay, che prelude a soluzioni astratte, e il futurismo, si può parlare di
una sorta di sintesi improntata su quella cubista, resa attraverso sprazzi
luministici, rifrazioni e mobili riflessi luminosi, con la quale abbandona
progressivamente le inquietudini espressioniste per un nuovo felice formalismo
che lo avvicina a Paul Klee.
Come abbiamo
visto il complesso della stagione espressionista è dunque molto vario e si apre
ad influenze ed evoluzioni che vanno ben oltre il limitato momento storico o il
particolare gruppo.
Ancora dopo il 1920, nella repubblica di Weimar, si affaccia un altro gruppo, La
Nuova Oggettività, che rappresenta l'estremo capitolo dell'Espressionismo.
Da un
recupero della cultura artistica nazionale e un'indagine sulla situazione morale
e sociale della Germania del primo dopoguerra, deriva una figurazione cruda,
calata in atmosfere congelate ed estranianti, resa con minuzia di dettagli,
"oggettiva" cioè nel comunicare il messaggio, forzato al di là del puro dato
visivo dall'uso della deformazione caricaturale, di critica del momento sociale.
Ne fanno parte
artisti come George Grosz (1893-1959) e
Dix (1891-1969), la cui opera, oltre ad essere connotata
da una mirata satira politica, rimanda ad un filone mai interrottosi di cultura
tedesca: dalla pittura del passato di Dürer ai film di Fassbinder, Herzog e
Wenders dei nostri giorni, dagli accenni alla cultura italiana e americana, al
desiderio di avventura ed esotismo attraverso il quale Dix smaschera il
disordine morale, la violenza e l'ipocrisia dell'ambiente berlinese del
dopoguerra.
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