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La metafisica |
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Scuola pittorica nata in Italia ad opera di Giorgio de Chirico e Carlo Carrà, cui aderiscono poi Morandi, Savinio (fratello di De Chirico) e in parte de Pisis, Sironi, Casorati e altri.
Caratteristica
della Metafisica è la massima importanza attribuita al sogno, all'onirico,
alla dimensione dell'interiorità dell'uomo.
Si distingue dal Surrealismo per l'aspetto più contemplativo, classico,
legato a fattori fortemente culturali, con precisi legami con la tradizione
dell'arte.
Elementi di vicinanza sono invece la poetica dell'enigma ossia del
fenomeno non spiegabile con i soli mezzi della ragione e della scienza, l'accostamento
imprevedibile e spiazzante di elementi totalmente estranei e incongruenti
tra loro come possono esserlo un manichino, un biscotto e una statua antica nel
mezzo di una piazza deserta attraversata da un treno, l'ammissione di leggi
ultrafisiche della realtà che trascendono la logica ordinaria.
Negli stessi
anni rutilanti del Futurismo, contemporaneamente all'affermarsi delle
avanguardie artistiche più polemiche verso il sistema sociale e culturale,
matura da più parti una sorta di ritorno all'ordine con la finalità di
rivitalizzare un certo linguaggio pittorico messo in crisi da eccessivi
sperimentalismi e di riaffermare determinate valenze formali quali l'equilibrio,
il rigore compositivo e la chiarezza, oltre che la solidità dell'impianto
figurativo.
Non potendo però più
prescindere dai nuovi risvolti assunti dall'arte contemporanea attraverso
l'apporto dell'avanguardia, la ricerca è orientata verso una sorta di modernità
scevra di tutti i clamori avanguardistici e tesa a riflettere sugli elementi
dello specifico pittorico: colore, forme e volumi inseriti in un pacato impianto
compositivo che nelle migliori prove si tramuta in assunzione di motivi della
tradizione trasposti in un linguaggio inconfondibilmente nuovo.
La collocazione culturale della pittura metafisica è infatti a metà strada tra
questa necessità di ritorno ai canoni estetici tradizionali e la poetica
dell'oggetto inutile, casuale, del movimento Dada, che si identifica qui con
l'indecifrabilità del significato degli oggetti nello spazio.
I prodromi del
nuovo indirizzo artistico sono già presenti nelle opere dei primi anni Dieci di
Giorgio de Chirico (1888-1978 / Lotta fra Lapiti e Centauri, 1909; Il
centauro ferito, 1909; (Piazza d'Italia, Autoritratto, L'enigma dell'oracolo; Il
grande metafisico, 1917; Le muse inquietanti, 1917), nel titolo di una delle
quali utilizza per la prima volta il termine Metafisica. Fin dal 1910 de Chirico
elabora infatti un personale linguaggio maturato in seguito alla conoscenza
della pittura romantica, visionaria e decadente di Poussin, Lorrain, Friedrich e
in particolare di Böcklin e della filosofia nordica, soprattutto di
Schopenhauer, e nel ritorno al mondo classico soprattutto evocato nei primi
dipinti da scenografie architettoniche e atmosfere magiche, le stesse presenti
nella successiva matura stagione metafisica.
La giovanile esperienza in Grecia ha grande influenza sull'artista, che si reca
spesso con la famiglia ad Atene, completando con lo studio della statuaria greca
e romana una preparazione nutrita di storia antica, di mitologia greca e di
conoscenza delle lingue. Il contrasto e la compenetrazione di antico e moderno
nella terra della classicità per eccellenza influenzano notevolmente la sua
opera.
A Monaco assimila la lezione dei simbolisti tedeschi Max Klinger, Hans
Thoma e del già citato Arnold Böcklin, del quale si avverte
l'influsso nelle prime opere insieme all'evocazione del mondo classico.
Rientrato in Italia legge Schopenhauer e Nietzsche. In pittura elabora uno stile
proprio in cui cultura classica ed evocazioni oniriche si fondono in paesaggi e
scenografie dai toni talvolta ironici, talaltra malinconici.
Dipinge nel 1910 "L'enigma dell'oracolo", in cui riprende il motivo della figura
femminile ricurva presente nell'opera "L'isola dei morti" di Böcklin, mentre lo
spazio è fissato in una prospettiva quattrocentesca ma le novità del dipinto, la
cui pittura risente ancora della tradizione naturalistica e accademica,
risiedono in alcuni elementi che contribuiscono a creare un senso di
spiazzamento come il separè sulla nudità di una statua classica e la figura
femminile così staticamente immersa nella meditazione di un paesaggio
mediterraneo.
Al Salon d'Automne nel 1912 presenta tre tele, tra cui una Piazza d'Italia
che già contiene, sulla base del concetto di Stimmung ("atmosfera nel senso
morale"), elementi metafisici: gli oggetti e le prospettive appaiono straniati
dai loro contesti più ovvi e sembrano voler esprimere una dimensione intrinseca,
che in realtà rimane enigmatica.
Con l'entrata in guerra dell'Italia nel 1915, de Chirico è richiamato alle armi
e destinato a Ferrara. E' in questa città dal ricco passato artistico che
avvengono alcuni incontri importanti, soprattutto con Carrà e de Pisis e che
prende corpo, a partire dal 1917, l'esperienza capitale della pittura
metafisica.
E' durante la stagione ferrarese che si affermano pienamente quei valori
estetici e pittorici legati a una lettura del reale che trascende l'apparenza
delle cose per svelarne l'anima e racchiuderle in algide atmosfere temporali, e
benché in generale si configuri la Metafisica proprio come richiamo ad una
realtà a cui ancorarsi al di là dell'apparenza fenomenica delle cose, nei suoi
tre maggiori esponenti, oltre a
de Chirico,
Carrà e
Morandi, ha motivazioni e sviluppi diversi.
"E' proprio qui in Italia, - scrive Marco Valsecchi - in questi ambienti
carichi di cultura e intravisti da una angolatura sentimentale in cui ironia e
nostalgia si mescolano ad un estro inventivo che de Chirico comincia a dipingere
certe sue opere enigmatiche, di apparizioni di personaggi curiosi, di muraglie
in profonde prospettive fra l'irreale e lo scenografico. Questa visione, che
chiamerà magia della realtà, entro cui cultura e suggestione, malinconia e
divertimento si compongono in una interpretazione pittorica originale, si
arricchisce col soggiorno a Parigi dal 1911, accanto ai grandi personaggi
dell'avanguardia artistica, da Apollinaire a
Picasso. Si accentua, cioè, la sua
interpretazione soggettiva; la realtà non è più che uno schermo su cui si
proiettano episodi di fantasia, drammi di oggetti (palle, guanti di gomma,
biscotti) spinti in un'aria allucinata, quasi a forzare il nesso logico alla
scoperta di una verità più segreta, metafisica. Ed è in questo senso che una
volta giunto a Ferrara nel 1915, richiamato alle armi, chiama metafisica la sua
pittura, che ora si avvale di una cultura museale dove entrano i nomi di Paolo
Uccello e di Cosmè Tura. I Manichini da sartoria diventano i personaggi dei suoi
dipinti, dove i più quieti tramonti e le classiche architetture sembrano
stregati da queste sorprendenti presenze; e si potrebbe trovare una colleganza
con lo spirito altrettanto soggettivistico, irridente e penetrante insieme, dei
drammi pirandelliani di quegli stessi anni, dove la realtà diviene matrice delle
più lucide e conturbanti fantasie irrazionali".
Nei dipinti di de Chirico di questi anni i manichini, carichi di un'imponenza
statuaria, trovano posto nelle scenografie ispirate a Ferrara (Il grande
metafisico, 1917; Le muse inquietanti, 1917), mentre gli oggetti
metafisici del quotidiano popolano gli interni come nella serie degli Interni
metafisici del 1916-1918 che confermano come nella sua opera la metafisica
si realizzi nell'accostamento ironico ed ambiguo di immagini ed oggetti tra i
più disparati, rimandando ad altri significati sia letterari che filosofici che
bloccano il senso della composizione ad uno stadio magico ed enigmatico.
Nel 1924 de Chirico è oggetto di grande stima da parte dei surrealisti, che in
lui riconoscono un proprio maestro. Con essi l'artista giunge però ben presto ad
una rottura, a causa sia di divergenze di fondo tra il surrealismo "freudiano"
dei primi e la propria metafisica, la propria "visione magica della realtà", sia
del disconoscimento messo in atto dal gruppo di Breton nel confronti dei lavori
da lui prodotti dopo i1 1918. Grazie anche all'ammirazione circoscritta dei
surrealisti, è comunque in questa occasione che avviene l'affermazione decisiva
della sua opera.
Il periodo
metafisico di
Carlo Carrà (La musa metafisica, 1917; L'amante dell'ingegnere) si
manifesta invece a partire da una precisa volontà: quella di tornare, dopo
l'esaurimento del futurismo, ad una pittura realizzata con i principali valori
dell'"italianità" artistica, affermata nelle sue opere con il recupero
dell'integrità degli oggetti e della "poetica delle cose ordinarie".
Egli azzarda anche la via di un'astrazione che parte dal dato oggettivo per
percepirne l'interiorità formale e che risolve con il controllo geometrico della
pittura, come nell'opera "La camera incantata" del 1917.
D'altronde Carrà già a partire dal 1914 testimonia una ricerca, poi culminata
appunto nell'esperienza metafisica, lontana dal mistico fervore futurista per il
dinamismo, compiuta attraverso un profondo studio dell'opera di Paolo Uccello e
di Piero della Francesca e delle soluzioni spaziali e costruttive da essi
suggerite, come preciserà egli stesso in uno scritto pubblicato nel 1945: "Torna
così nella mia pittura il "numero", cioè la divisione armonica degli spazi e dei
piani, come ebbero a manifestare nella loro pittura Paolo Uccello e Piero della
Francesca. Tutto ciò, naturalmente, al fine poetico del dipinto. Ma se cerco di
dare alla fantasia e all'immaginazione, e alla geometria, l'importanza che a mio
giudizio esse meritano, non vorrei in tal modo venire confuso con coloro che a
queste parole danno un senso totalmente letterario, o meramente scientifico.
Attenzione, dunque, ai tecnicismi: altra eredità che respingo, perché non ha
servito che a creare nuove accademie, non meno dannose di quelle fiorite
all'ombra di una malintesa tradizione.
Altra mania, cioè, che ha fuorviato non
poco lo spirito artistico del nostro tempo. Si tratta, in sostanza, di superare
le sensazioni puramente fisiche che noi abbiamo dalla realtà, e creare la
condizione prima per intendere nella sua portata specifica il problema pittorico
della trascendenza plastica. E poiché io credo che l'arte figurativa sia il
superamento del realismo come dato fenomenico, e cioè del verismo, e non debba
d'altra parte neppure restringersi alla sola immaginazione, così io penso che
natura, cioè realtà, e arte, siano un binomio inscindibile: nel senso d'un
superamento dell'antitesi di modernità e tradizione, creata in tutti i paesi
occidentali dagli artisti dell'Ottocento, e condotta all'esasperazione nei
periodi successivi: frutto ancora del romanticismo e dell'individualismo
capriccioso e arbitrario che caratterizzarono parecchie generazioni.
Motivando in tal modo, credo di aver fatto intendere come da molti anni la mia polemica con le correnti intellettualistiche predominanti in Europa sotto denominazioni diverse, sottintende e riposa sopra una serie di esperienze spirituali. Insomma, la mia pittura non vuol essere né naturalista né solo mentale, pur affermando l'esistenza dei valori di realtà e di quegli altri che ci vengono dall'immaginazione: rispondendo cioè ad esigenze plastiche umane e integrali". Ulteriormente diversa è l'esperienza metafisica di Giorgio Morandi (Natura morta, 1918; Natura morta, 1919), a conferma di come a Ferrara il nuovo indirizzo ha forza tale da rapire e coinvolgere personalità dalle origini e dai percorsi profondamente diversi.
La sua stagione
metafisica ha vita breve, dal 1918 al 1920, ed è successiva ad
un lungo periodo in cui l'artista bolognese è impegnato in personali
rivisitazioni dell'opera di Cézanne,
Corot,
Derain. Morandi approda alla nuova
esperienza quasi come una naturale conseguenza di una attenzione da sempre
rivolta al tonalismo e alla geometria dei volumi, intuendo però la possibilità
di giungere ad esiti di assolutezza formale quali quelli riscontrabili in
Giotto, nei maestri del primo '400 e in particolare in
Piero della Francesca.
Il rapporto di Morandi con le "cose ordinarie" della realtà, nel modo di
percepirle e relazionarle tra loro, è vissuto come pretesto per una ricerca
esclusivamente pittorica che avvicina la sua poetica più ai modi metafisici di
Carrà che non a quelli di
de Chirico.
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