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Piero |
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![]() Flagellazione 1459 Galleria nazionale delle Marche, Urbino |
![]() Polittico della Misericordia |
Nacque presumibilmente nel 1416 a Borgo San Sepolcro.
Si formò a Firenze insieme a Domenico Veneziano
con il quale collaborò per gli affreschi perduti del coro di S. Egidio a
Firenze. Le prime opere, collocabili anteriormente al 1450, ci mostrano il
personale carattere dell'artista: struttura prospettica rigorosissima,
perfezione dei volumi geometrici, rappresentazione di figure grandiose
immerse in un'atmosfera dalla luminosità diffusa, sottile quasi astratta che
mantiene i personaggi come sospesi nel tempo.
Nel 1442 Piero ritorna a Borgo Sansepolcro dove fu candidato alle
elezioni per la carica di consigliere popolare. Qui, la confraternita della
Misericordia, gli commissionò un polittico che doveva essere consegnato
entro tre anni, in realtà il pittore ne impiega quindici. Il Polittico
della Misericordia è composto da ventitre scomparti alcuni dei
quali, come la predella, sono dipinti da aiutanti del pittore. Il senso del
volume, la plasticità dei corpi ci mostrano l'influenza donatelliana, mentre
la pala posta a coronamento del polittico è di chiara ascendenza masaccesca.
Contemporaneamente ai primi pannelli di questo polittico Piero eseguì il
Battesimo di Cristo, che oggi si trova a Londra alla National
Gallery.
In questo dipinto la trasparenza dell'atmosfera, la chiara luminosità del
paesaggio rievocano le opere di Domenico Veneziano e del Beato
Angelico, la prospettiva rigorosa il cui perno centrale è costituito
dalla figura del Cristo conferisce all'opera un certo equilibrio e
quell'armonia che è tipica delle opere pierfracescane.
Intorno al 1451 il pittore si recò a Rimini dove lavorò nel Tempio
Malatestiano all'affresco votivo col ritratto di Sigismondo Pandolfo
Malatesta.
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Nel 1452, alla morte di Bicci di
Lorenzo, Piero fu chiamato dalla famiglia Bacci per proseguire la decorazione ad
affresco del coro di S. Francesco ad Arezzo rappresentante la Leggenda
della vera Croce. Le scene sono rappresentate su tre registri; le
monumentali figure rappresentate, appaiono come statue costituite da forne
geometriche pure sulle quali i panneggi formano giochi raffinati, mentre i
volti non tradiscono emozioni particolari; si vedano i dipinti rappresentanti l'Adorazione
del sacro legno e l'Incontro di Salomone con la regina di Saba.
Nel brano che rappresenta la Battaglia di Eraclio e Cosroe il
maestro è affiancato da allievi, la composizione si fa più schematica; nel Sogno
di Costantino invece il bagliore che accende la scena rivela
l'eccezionale sensibilità luministica del maestro.
Tra le opere più importanti del pittore c'è la tavoletta rappresentante la
Flagellazione eseguita negli anni tra il 1455 e il 1460 a Urbino. La
composizione è divisa in due scene mediante una colonna, al centro del gruppo di
personaggi sulla desctra figura Oddantonio da Montefeltro, fratellastro di
Federico, che fu assassinato durante una congiura, mentre la scena sulla
sinistra, rappresentante la Flagellazione, potrebbe essere un'allusione al
martirio subito dal giovane principe.
Sempre dello stesso periodo è la tavola che fa da cuspide al polittico di
Sant'Antonio delle Monache di Perugia, rappresentante L'Annunciazione.
In questi anni si intensificarono i rapporti con la corte dei Montefeltro per i
quali eseguì il Ritratto di Battista Sforza e Federico da Montefeltro.
Tra le ultime opere ricordiamo la Madonna di Senigallia del 1470
e la Sacra conversazione di Brera del 1472-74.
Una malattia agli occhi costrinse il maestro a ritirarsi dalla sua attività e ad
applicarsi negli studi della prospettiva che lo portarono a scrivere il De
prospectiva pingendi nel quale insegna ai pittori e segreti della
prospettiva e il libretto De quinque corporibus regularibus.
Biografia
La riforma fiorentina fu diffusa nella Toscana orientale, in Romagna e nelle Marche del Nord, da Piero della Francesca, discepolo di Domenico Veneziano (il Vasari attribuisce al Veneziano l’introduzione in Toscana della pittura ad olio) un naturalista dallo stile raffinato, dotato di raro senso della luce. E’ uno dei numerosi spiriti italiani in cui la genialità artistica si unisce alla ricerca scientifica.
Grandissimo prospettico e autore di un rinomato trattato di prospettiva, non
abusa mai a vuoto di tale facoltà, il suo raro senso della luce e del
chiaroscuro, la beltà robusta dei nudi e l’esattezza dell’anatomia l’audacia
degli scorci, il ricco sentimento della natura preservano dall’aridità la
sua arte grave, maschia ed eroica, alla quale le preoccupazioni teoriche
conferiscono una corposità statuaria e un’immobilità quasi spettrale. Non è
che a Pietro faccia difetto il senso del moto: ma egli coglie le sue
grandiose figure e le sue scene durante un attimo di pietrificazione.
Lavorò per Sigismondo Malatesta a Rimini, più tardi per
Nicola V in Vaticano. Verso il 1466 terminò i suoi celebri affreschi del
“Coro di san Francesco” ad Arezzo, rappresentandovi episodi della “Leggenda
della Croce”. .
Qui fa tesoro della ricchezza superba del suo genio plastico,
creando un’umanità superiore che sembra scolpita nel marmo colorato; erge sodi
giovani ignudi nella “Morte di Adamo”, spiega luminosi e strani cortei in atri
corinzi e in fronzuti pomari nell’ “Arrivo della regina di Saba”; nella
“Scoperta della Vera Croce” si rivela potente mimico e limpido paesista; nella
“Battaglia di Cosroe” è fantasmagorico e tumultuoso; nel “Sogno di Costantino”
infine percorre, nella bellezza e nell’ardimento dell’effetto luminoso notturno,
il Raffaello della “Liberazione di S. Pietro” e il magico
luminista Rembrandt. Nel 1469 Piero fu chiamato a lavorare alla Corte
di Urbino dal Federico da Montefeltro, il saggio condottiero e mecenate: e fra
l’altro lo dipinse in un prezioso dittico, oggi agli Uffizi, le sembianze del
Duca e della Duchessa con una efficacia psicologica e panoramica fa pensare alle
più belle prove del ritratto fiammingo.
Attestano l’energia e la gravità del suo temperamento, la
nobiltà della sua arte numerose opere sparse nelle collezioni d’Italia e di
Europa: fra le più importanti si citano la “Resurrezione”, affresco nel Palazzo Municipale di San Sepolcro, il
polittico della “Madonna della Misericordia” in quella Pinacoteca, La
flagellazione di Cristo, nella Galleria di Urbino, e la grande pala, con la
“Madonna dei santi” nella Galleria di Brera a Milano, attribuita da una
parte della critica al suo allievo Fra Carnevale da Urbino. L’influenza di
Forlì, Luca Signorelli, il
Bramante, Lorenzo da Viterbo,
Francesco del Cossa
diffondono rispettivamente in Romagna e nelle Marche, nell’Umbria e nel
Lazio, in Lombardia e a Ferrara, quel nuovo senso maschile e imperioso della
forma, quella valutazione esclusiva del valore plastico, all’infuori dai
lenocini miniaturali e dalle grazie decorative. La sua potenza diffusiva
benefica non è paragonabile che a quella di un grande pittore suo
contemporaneo che gli assomiglia nella sodezza dello spirito: Andrea
Mantegna.
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