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Minimal Art e Arte Ambiente |
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Tendenza
sviluppatasi verso la metà degli anni Sessanta che vede soprattutto negli Stati
Uniti artisti come Andre,
LeWitt,
Morris,
Stella,
Serra, impegnati nella
creazione di dipinti o sculture dalle forme elementari, primarie, che riducono
al minimo la quantità di elementi espressivi e decorativi, ma che realizzano
nello stesso tempo il massimo dell'informazione sulla forma, che risulta
articolata, anziché in strutture espressive, nella modulazione di elementi
semplici che intendono essere solo quello che sono, pure forme lontane da ogni
velleitaria illusione rappresentativa o espressiva.
Le
dimensioni dell'arte minimal sono spesso gigantesche, sino a divenire
addirittura percorribili come pavimenti o altre superfici vivibili ripetuti
ritmicamente e serialmente a dare una forma che identifica solo se stessa e lo
spazio in cui viene a trovarsi o che costituisce.
Nell'Arte
minimal è tuttavia sempre la presenza di un oggetto-scultura a strutturare o
ristrutturare l'ambiente, ma il confine tra la scultura e la struttura-ambiente
diventa sempre più incerto.
Con
l'Arte Ambiente e la Land Art è direttamente l'ambiente ad essere ristrutturato
per divenire esso stesso una forma estetica fruibile come opera d'arte.
L'origine dell'arte Minimal si può far risalire
alle possibilità fatte intravedere dalla psicologia della percezione, che
considera l'opera come campo nel quale agiscono linee di forza che vengono
coscientemente o inconsciamente percepite e che operano secondo determinate
leggi scientifiche (maggiore incidenza nella verticale, nell'orizzontale e nelle
diagonali che passano per il centro, differente peso nel campo a destra o a
sinistra, in alto o in basso, in grandi o piccole dimensioni, in colori chiari o
scuri ecc.).
Il prodotto artistico si identifica così con la sua
struttura, la rappresentazione viene posta in secondo piano rispetto ad elementi
come superfici, forme, angoli, spessore, distanze, colori, ecc. La forma non è
più quindi espressiva, ma attiva, attraverso i messaggi ottico-percettivi che
manda tramite la luce, lo spazio e il tempo. Il supporto, la materia, il colore,
prendono il posto della rappresentazione.
L'oggetto fisico da supporto diviene elemento
inscindibile della forma d'arte, opera. Esso può essere lasciato scoperto nella
sua forma più elementare e primaria ed assolverà ugualmente la sua funzione di
campo di forze; vi si potranno inserire elementi che mutino la sua azione, la
conformino diversamente, ma non si sostituiranno ad esso, non lo copriranno come
la pittura tradizionale copre la tela o la tavola. Può quindi assumere forme
diverse dalla bidimensionalità, può essere oggetto colorato e può assumere le
forme dell'ambiente, sconfinando anch'esso dai limiti del prodotto mobile al
cospetto del fruitore per divenire ambiente dove e che il fruitore può vivere,
realizzando una più completa esperienza estetica.
Tutta la Land Art con il suo uso dell'ambiente
naturale come materiale per l'operazione estetica è la conseguenza ultima di
tale poetica che si mescola poi con altre di diversa natura, soprattutto
concettuali, che antepongono cioè il progetto, l'idea, a tutto quanto può
scaturire da essa, sia azione che prodotto di qualsiasi natura, o puro evento
che si esaurisce nel suo farsi, senza lasciare traccia o lasciandone una
testimonianza puramente fotografica o testuale.
La Minimal Art si basa quindi
pressoché esclusivamente su forme solide geometriche, spesso gigantesche in cui viene
realizzata l'assenza di relazioni dell'oggetto con altre realtà diverse da se
stesso e l'ambiente in cui è collocato; il gigantismo raggiunge un effetto di
costante estraneità dell'oggetto rispetto all'ambiente e l'impossibilità di
proporsi in direzione intima, interiore, soggettiva.
I lavori dell'arte minimal sono sempre compatti,
rigorosi, freddi, contrari a qualsiasi ricchezza e varietà qualitativa e
tantomeno decorativa, si basano spesso su moduli, aperti tuttavia a infinite
possibilità teoriche di combinazione.
Robert Morris
(1931)
è considerato il maggiore esponente del Minimalismo. Nei primi lavori di
Morris gli oggetti presentano la possibilità di un uso, ma esso è inutile,
fine a se stesso. Ciò che in realtà conta
già in essi è la forma,
la superficie,
l'andamento, lo spessore,
la dimensione. La
monumentalità delle sue opere è
solo la manifestazione della volontà di portare agli estremi tali elementi,
riducendo o eliminando del tutto la possibilità di distrazione nel particolare.
La "forma per la forma" di Morris è il contrario dell'"arte per
l'arte", in quanto l'intenzione è espressamente comunicativa e nel più
elementare, diretto e comprensibile dei modi.
Morris ha una poetica rigorosa ma non circoscritta
in quanto a soluzioni formali: nella stessa ottica minimal individua di forme in
cui siano comprese e comprensibili concezioni primarie che in quanto tali
risultano naturali anche se connotate da una impronta fortemente tecnologica
dovuta ai materiali usati e alle tecniche costruttive adottate. Così sono i
suoi "feltri", grandi lavori in strisce di materiale sintetico che
scendono secondo la legge di gravità dal punto di ancoraggio al pavimento
avvicinandosi ad una concezione naturale della forma, in un certo senso ad una
"anti-forma" in quanto non costruita dall'autore ma dal suo
assecondare le leggi di natura scoprendone le valenze simboliche.
Donald Judd
(1928) porta alla
completa riduzione di ogni significato interno dell'opera, eliminando qualsiasi
possibilità di rimando a significati diversi dalla presentazione di una forma
valida in sé. Per ottenere questo risultato procede ad essenzializzare
le sue sculture costruendole in materiali industriali come il metallo e
il plexiglas e realizzando in modo freddo e impersonale forme elementari e senza
possibilità di rimandi come cubi o parallelepipedi. Anche la disposizione
seriale nella quale sono organizzate le forme ripetute e disposte nello spazio
è tenuta all'interno della poetica minimal: gli elementi della serie sono
ovviamente tutti uguali e disposti a distanze uguali con una organizzazione
volutamente elementare, minimal anch'essa, conservando il carattere di distacco
e di distanza oggettiva tipica del movimento.
La "flooorness", ossia la riduzione della
scultura a una superficie corrispondente alla sua pianta, è la caratteristica
dell'opera di Carl Andre (1935). La riduzione è giocata nella
varietà di colore e di materiale, ma mantiene il concetto dell'eliminazione del
superfluo portata all'estremo, che giunge a snaturare la scultura eliminandole
il volume, anche qui in ossequio ad una sorta di ateismo estetico quale assenza
di legami con qualsiasi tipo di rappresentazione.
Una operazione minimal in pittura è realizzata da
Frank
Stella (1936), in opere di carattere geometrico in cui le forme si
presentano nella loro pura dimensione spaziale e oggettiva senza rimandi ad
altri significati.
Supera la pura poetica minimal verso lo
sconfinamento nell'arte ambiente l'opera di
Richard Serra (1930)
che agli inizi è vicina a quella di Andre, con le grandi superfici metalliche
bidimensionali poggiate a terra e percorribili. Successivamente le sue grandi
strutture si basano su rapporti dinamici di spinte e controspinte tra diversi
elementi, spesso speculari, derivate dalle loro stesso caratteristiche di
dimensione, peso, forma e collocazione nello spazio gli uni rispetto agli
altri, in modo da far risaltare una situazione statica di equilibrio
dall'annullamento delle forze messe in essere.
Anche l'anti-form di Morris è stata ripresa da Serra con strisce di gomma in luogo dei feltri, ma la sua opera più
rappresentativa è costituita dalle gigantesche installazioni di forme semplici
e monumentali, ma allo stesso tempo capaci di esprimere una dialettica che nega
senza annullarla la pesantezza dei materiali grazie alle relazioni formali che
stabiliscono con l'ambiente, che in Serra non è estraneo all'opera ma anzi ne
è parte costitutiva.
Le categorie che Serra assume sono quelle
"leggere" della simmetria, della specularità, della trasparenza e ciò
conferisce alle sue spesso mastodontiche installazioni
la levità caratteristica del pensiero.
Dal Minimal al concettualismo dichiarato spazia
invece Sol Lewitt (1928). Anche Lewitt usa forme essenziali
ridotte ai minimi termini formali, realizza sculture basate su moduli ripetuti o
combinati in serie, ma a monte per lui c'è un procedimento preordinato di
relazioni in cui si troveranno poi gli elementi di cui è progettato l'uso, una
serie di norme operative che permetteranno di mettere tali elementi in
relazione. Questa è l'idea del lavoro e la realizzazione non è che "una
faccenda meccanica", come egli stesso dice. Sue parole sono anche le
seguenti: "Nell'arte concettuale l'idea o concetto è l'aspetto più
importante del lavoro". I materiali e le tecniche vicine al minimalismo
fanno tuttavia del concettuale di Lewitt un incontro tra logica progettuale e
logica visuale.
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