Macchiavelli Niccolo

 

Niccolò Macchiavelli
Biografia

Niccolò Machiavelli (1469-1527) è scrittore, pensatore, storico e politico, tra i più grandi della letteratura italiana. Nato da una nobile famiglia, di antica origine ma di modeste condizioni economiche, dopo aver prestato servizio presso la cancelleria fiorentina nel 1498, fu as sunto ufficialmente come segretario della Signoria, con incarichi di carattere amministrativo e militare. Ebbe così parte attiva (anche se di secondo piano) nella vita politica del suo tempo.

Per incarico dei dieci di Balia, Machiavelli si recò nel 1499 presso Caterina Sforza Riario, contessa d’Imola e di Forlì nel 1500 al campo fiorentino presso Pisa, contro la quale era stata ripresa la guerra; e nel 1502 fu inviato presso Cesare Borgia, in seguito alla ribellione d’A rezzo sostenuta da Vitellozzo Vitelli, condottiero mercenario.

Queste missioni, che lo portarono anche alla corte di Francia e di cui resta testimonianza nelle Relazioni diplomatiche inviate alla Signoria, consentirono a Machiavelli di introdursi nel vivo dei problemi della politica italiana, dominata dai tentativi di ingerenza francese e dal di segno di Cesare Borgia inteso a creare un potente stato nell’Italia centrale.

Il Discorso [atto al Magistrato de’ Dieci sopra le cose di Pisa, che risale probabilmente al 1499, e, soprattutto, lo scritto Del modo di trattare i popoli della Vai di Chiana ribellati (1503), si ispirano a quelli che sa ranno i fondamenti del pensiero machiavellico, cioè al principio per cui da ogni evento è possibile trarre una regola politica di valore generale, e il criterio secondo il quale ogni problema consente possibilità estreme ed opposte di soluzione, ugualmente valide da un punto di vista politico, ma esclude, sistematicamente, il compromesso e la via di mezzo.

Un episodio fondamentale nella formazione politica di Machiavelli è costituito dalla seconda missione presso Cesare Borgia,dell’ottobre 1502. Durante questa missione, egli si trovò ad essere spettatore del la strage detta di Senigallia e ne dette una breve e famosa descrizione (Descrizione del modo tenuto dai duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, ecc.).

Tornato a Firenze, venne poco dopo, alla morte di Pio III (autunno del 1503), inviato a Roma. Nel 1507 fu inviato in Germania per reca re istruzioni all’inviato della Signoria, Francesco Vettori, presso l’imperatore Massimiliano. Questo viaggio gli consentì di rendersi conto delle condizioni dell’impero, abbandonato quasi all’anarchia, in contrasto con la situazione della Francia, organizzata in un forte stato nazionale. Il Rapporto de/le cose della Magna (1508), rielaborato poi col titolo Ritratto delle cose della Magna (1512), è il frutto di questa esperienza, che aprì a Machiavelli una vasta visione di tutta la politica europea: in esso la grande idea imperiale del Medio Evo non trova neppure un accenno.

Il Ritratto delle cose della Francia, scritto dopo la legazione del 1510, in seguito al conflitto tra Luigi XII e Giulio II, costituisce invece l'esaltazione dell’unità politica e amministrativa della monarchia francese se, perfettamente adeguata alla sua epoca, al di fuori delle suggestioni di ideali ormai tramontati. La situazione di Firenze, al centro del contrasto tra Luigi XII e Giulio II sostenuto da Ferdinando il Cattolico, diveniva intanto sempre più difficile. In quegli anni il progetto di Machiavelli di costituire una milizia fiorentina sembrò tradursi in realtà, fino a quando la sconfitta dell’esercito della Repubblica, avvenuta a Prato nel 1512, consentì agli Spagnoli la presa di Firenze e la conseguente sostituzione del governo democratico di Pier Sederini con un nuovo governo dei Medici. Machiavelli fu deposto dal suo ufficio e confinato per un anno nel territorio fiorentino.

Nel 1513, sospettato di aver preso parte alla congiura antimedicea di Pietro Paolo Boscoli, fu imprigionato e sottoposto persino a tortura, perdendo, inoltre, ogni possibilità di esercitare presso i Medici un ufficio politico. Nella solitudine della sua villa di S. Casciano, piccolo borgo nei dintorni di Firenze, e nella amarezza conseguente alla forzata inattività, scrisse tra il 1512 e il 1513 i primi capitoli dei Discorsi sopra la I Deca di Tito Livio.

La pressione degli avvenimenti e le miserevoli condizioni dell’Italia, stimolando la passione politica di Machiavelli e quel suo rabbioso amore per la patria fiorentina, lo indussero a interrompere i Discorsi e a scrivere di getto quel breve trattato in 26 capitoli, indicato, in una lettera a Vettori, con il titolo De principatibus e poi universalmente noto come Il Principe (1513).

Quest’opera fondamentale del pensiero moderno è impostata sulla fiducia nell’uomo che non deve lasciarsi dominare dagli eventi, ma deve piegarli ai propri disegni, sulla base di una conoscenza profonda della realtà di fatto o realtà effettuale, come Machiavelli la definisce al di fuori di ogni astratta illusione. Questa realtà, che Machiavelli considera, come politico, soprattutto dal punto di vista umano, gli appare, però, sotto il segno del più amaro pessimismo: di fronte ad un’umanità rapace e corrotta, quale avevano presentato alla sua di retta esperienza l’Italia e l’Europa di quegli anni, lo stato e l’ordine costituito, che s’incarna nel Principe, appare come il bene supremo, da raggiungere a qualsiasi prezzo, usando quei mezzi che la fonda mentale malvagità della natura umana rende necessari, rifiutando quei compromessi che la pietà e la benevolenza sembrerebbero considerare, perché non potrebbero risolversi che in un male maggiore per gli uomini stessi. Questo nucleo centrale del pensiero di Machiavelli verrà — nei secoli successivi — avulso dal contesto della situazione storica dai quale nasceva e costituirà ciò che si suoi chiamare machiavellismo. In realtà le leggi storiche scoperte da Machiavelli costituiscono il fondamento di ogni vero potere politico, ma per la prima volta nella storia vengono così lucidamente teorizzate, assurgendo a una propria autonomia, sciolte da ogni subordinazione a motivi di etica individuale o a principi religiosi.

Le speranze che avevano ispirato Il Principe caddero ben presto, mentre, dopo la morte di Giuliano de’ Medici (1516), per l’inettitudine di Lorenzo di Piero, la grande famiglia fiorentina andava perdendo l’antica influenza sulla politica italiana. D’altra parte, la riconquista di Milano da parte del re di Francia (1515) e l’assunzione di Carlo d’Asburgo al trono di Spagna preannunciavano l’inevitabile scontro dei due formidabili rivali, di fronte ai quali non restava posto per i piccoli sta ti italiani, agitati per di più da discordie interne. In questo periodo Machiavelli riprese, tra il 1515 e il 1517, la stesura dei Discorsi, nei quali l’individualismo esasperato del Principe trova un superamento, allargandosi alla considerazione di tutto il popolo italiano, responsabile in gran parte delle proprie sventure. L’amarezza di Machiavelli, a cui or mai sono venute a mancare le grandi speranze ideali, diviene in quest’opera totale e irrimediabile. Lo stesso tono predomina nel dialogo Dell’arte della guerra, scritto tra il 1519 e il 1520, come esposizione sistematica delle teorie sugli eserciti nazionali e sulla strategia militare, in cui, però, viene meno quell’urgenza di attualità che animava il capolavoro machiavellico, risultando ormai le teorie prive di ogni possibilità di realizzazione pratica. Il breve saggio storico Vita di Castruccio Castracani (1520) è dominato da un uguale senso di sconfitta. In questo stesso periodo, Machiavelli scrisse anche La Mandragola (1518), che può considerarsi il capolavoro del teatro italiano del tempo. In quest’opera (rappresentata, forse, la prima volta a Roma nel 1520), la satira della società, con la sua ipocrisia e la sua mancanza di ogni sen so morale, raggiunge effetti comici e teatrali degni di un grande artista. Assai meno originale è un’altra commedia (Clizia), composta da Machiavelli sul modello della Casina di Plauto e rappresentata a Firenze nel 1525, mentre l’Andria costituisce una stretta imitazione, quasi una versione, da Terenzio. Tra gli altri componimenti letterari, ricordiamo i versi dei Decennali, dei Capitoli, dell’Asino d’oro e soprattutto la Novella di Belfagor arcidiavolo, che si riallaccia alla grande tradizione boccaccesca. L’ultima importante opera di Machiavelli, le Istorie fiorentine, composte tra il 1520 e il 1526, rappresenta la conclusione della sua polemica politica, nonostante il giudizio critico e l’acume dello storico prevalgano, in alcune tra le pagine più penetranti, sulla teorizzazione del pensatore politico. Gli ultimi anni di vita di Machiavelli furono ancora ricchi di eventi: ottenuto il favore del cardinale Giulio de’ Medici, il futuro papa Clemente VII, riuscì a non farsi coinvolgere nella congiura ordita contro il prelato dai frequentatori degli Orti Oricellari, e successivamente indusse il pontefice a fortificare con mura Firenze, dopo aver ottenuto per sé la nomina a cancelliere e provveditore dei Cinque Procuratori delle mura. Nel 1526 fu inviato al campo del la Lega, in Lombardia, e nel 1526-27 fu due volte presso Guicciardini che già aveva dissuaso il papa dal reclutare milizie proprie in Romagna, secondo la proposta avanzata da Machiavelli. Con il ritorno della Repubblica nel 1527, riottenne il suo ufficio di segretario, ma sospettato di collusione con il governo dei Medici, venne trattato con aperta diffidenza, e nello stesso anno morì, lasciando la sua famiglia in grande povertà.

Considerata nel suo complesso, l’opera di Machiavelli costituisce l’esperienza più drammatica e più profonda di tutta la letteratura italiana rinascimentale. Essa ha esercitato un’influenza decisiva sui maggiori uomini politici europei, sulla loro consapevolezza della necessità di certe leggi politiche nella costruzione della potenza degli stati, su cui è fondata tutta la storia moderna.

Uomo di vasta esperienza politica e diplomatica, Machiavelli ha presente come pochi altri la realtà viva del suo tempo; nondimeno, egli si rivolge al passato, e più precisamente alla storia di Roma repubblicana, nell’intento di scoprire le leggi che governano la nascita, lo sviluppo e la decadenza degli stati. Egli perviene così alla conclusione che la natura umana è sempre uguale a se stessa in ogni tempo, do minata da elementi impulsivi e passionali le cui leggi si possono indagare come quelle del mondo fisico. Dell’intersecarsi di queste forze è frutto la storia politica dell’umanità, che va pertanto considerata dal punto di vista della "realtà effettuale" delle cose, prescindendo da ogni finalismo etico. Ma, come riconobbe Croce, in Machiavelli, creatore della politica come scienza autonoma della morale, è sempre "un forte senso morale, un possente anelito alla virtù".

 

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