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Vincent Van Gogh |
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Anche la vita di van Gogh, come l'opera, fa ormai parte di un mito, collocato generalmente, tra gli ultimi eroi del mondo romantico inseguito da una maledizione implacabile. Si cerca di vedere, anche nei minimi particolari, i più banali, di una vita come un'altra - certo più sventurata e intensa - il segno del destino. Si è indagato sulle sue origini - il padre, il pastore Théodorus (1822-85), occupava il presbiterio di Groot-Zundert, nel Brabante olandese, quando Vincent Willem è nato, il 30 marzo 1853, e discendeva da pastori e orefici. Si è cercato di cogliere, in un’infanzia abbastanza grigia, i sintomi di ciò che avrebbe creato il personaggio van Gogh. Tutto ha contribuito a costituire il mito, a deformare, cioè, ogni possibilità di accostarci con chiarezza ad uno dei protagonisti più sconcertanti e più autentici dell'arte moderna, ma anche ad una delle personalità già apertamente e chiaramente responsabili e aperte ai problemi reali del proprio momento storico e culturale e ciò che spiega quasi tutte le stravaganze della sua vita una delle più sensibili alla crisi della società dell'epoca. La sua vita, dall'infanzia all'adolescenza, e assolutamente normale. A sedici anni impiegato presso la succursale di Goupil (un noto mercante d'arte per il quale già avevano lavorato alcuni parenti e per il quale lavorerà più tardi il fratello Théo) a l'Aja, trasferito a Londra, nel '73, vi incontra la prima delusione d'amore. Ursula Leeger, figlia della padrona di casa, rifiuta la sua proposta di matrimonio.
Di qui ha inizio il secondo
momento della sua vita; l'inquietudine e la ricerca di uno scopo generoso alla
propria esistenza (non ha ancora scoperto che sarà il suo impegno totale
nell'arte), la vocazione religiosa.
I giovani non conoscono mai, grazie a Dio,
mezze misure. I diversi fallimenti, agli esami d’ammissione al seminario di
teologia all'Università di Amsterdam, alla Scuola Evangelica pratica di
Bruxelles (1878), la sua bruciante esperienza di predicatore tra i minatori del
Borinage, allora il più squallido tra i villaggi di minatori, (il paese nero)
dove, rifiutando ancora ogni mezzo termine, egli si fa umile tra gli umili,
rinunciando a tutto, casa, abiti, cibo, in un eccesso di generosità che,
naturalmente, non viene accettata e compresa neppure dai minatori che egli
letteralmente assilla di cure e di ardore evangelico (durante un'epidemia di
tifo riesce a guarirne uno, all'esplosione del grisou vive giorno e notte nelle
miniere prodigandosi al massimo, spogliandosi anche dei pochi cenci che indossa
per farne bende) che lo amano ma che non capiscono il suo ardore eccessivo. Ma
sarà durante questo inverno, nelle più terribili condizioni materiali e
morali, che egli troverà la sua vera strada. Sarà allora la dura e intensa
preparazione (1881-85) sui maestri nordici, sarà la sua esperienza parigina
(1886-87), il suo vivere con se stesso nella solitudine di Arles (1888), sarà
il suo rifugio presso l'ospedale di Saint-Remy (1889), sarà l'ultimo soggiorno
ad Auvers (1890), presso il dottor Gachet. Una vita sempre provata, trascorsa
nella miseria più nera, col solo aiuto del fratello Théo che lo sosterrà con
tutte le sue forze, (ma quelle di Théo sono, infine, le risorse di un semplice
impiegato di Goupil a Parigi, che non venderà, per tutta la vita di Vincent,
che un suo solo quadro, La Vigna rossa, e nell'ultimo anno). E tutta l'esistenza
di Vincent sarà costellata dai suoi gesti prima un nuovo amore rifiutato per
una giovane cugina vedova lo spingerà a supplicare i genitori di lei a
permettergli di contemplarla tanto a lungo quanto potrà resistere con la mano
sulla fiamma di una lanterna a petrolio (resiste oltre il possibile e sviene;
1881). Raccoglie poi (1882), e vive con lei, per oltre venti mesi, una
miserabile prostituta (Sien) con cinque figli, sperando di riuscire a redimerla
e, naturalmente, non ci riuscirà. A Parigi (1886), per liberare Théo, gli
propone di sostituirlo presso la sua amante, magari sposandola.
Ad Arles, dopo alcune accese,
violentissime discussioni con Gauguin, che lo ha raggiunto e che vive con lui
(ottobre-dicembre 1888) quasi a punirsi di un atto di ribellione verso l'amico,
che fugge sopraffatto da una personalità più debole della sua (Gauguin è
estroverso, egoista e imperioso) ma più intensa e sensibile, più chiusa e
gelosa, capace di esplosioni subitanee terribili, sarà ancora un gesto, e,
ancora, come sempre, un gesto contro se stesso: si taglierà, col rasoio, un
orecchio che, lavato e incartato, consegnerà, fuggendosene subito, ad un
guardiano di una casa di appuntamenti, come dono ad una delle ragazze ospiti. E,
in fondo, questo accanimento contro se stesso (verso gli altri è sempre di una
generosità senza misura), questo non volersi risparmiare mai, che minerà la
sua salute, che lo distruggerà come uomo e che lo porterà all'ultimo, ben
meditato gesto che sarà ancora di violenza contro se stesso. Nella solitudine
assolata dei campi di luglio (era il 27 del mese, nel 1890), quei campi che ha
dipinto in ogni stagione come simbolo panico di vita, fino a sconvolgerli nella
violenza di una tempesta tutta interiore, egli si colpirà al petto, di un colpo
mortale.
"La tristezza non avrà mai
fine" dirà ancora al fratello, accorso da Parigi al suo letto di morte.
Testimonianza continua,
straordinaria, di tutti i momenti della sua vita (dal 1882) restano le lettere:
quelle più numerose al fratello Théo, questo suo altro se stesso, che riceve
tutti i contraccolpi della fortuna di Vincent, che non lo abbandona mai, che lo
aiuta continuamente, in ogni senso, che non cessa mai di aver fiducia in lui,
che, morto Vincent - eppure egli si è sposato da un anno o poco più, ha un
bimbo piccolissimo - non sopporterà di vivere e lo seguirà, in meno di sei
mesi, stroncato e distrutto, nella mente e nel corpo; quelle all'amico Emile
Bernard, quelle a von Rappard, pubblicate solo nel 1950; poche altre sono alla
madre, e alla sorella Willelmine.
Se ne ricava un'impressione
straordinaria di dolcezza, di calore umano, un abbandono così scoperto e anche
sprovveduto ai propri ideali ètico-artistici che, se non ci si fosse lasciati
troppo spesso fuorviare da quella che è apparsa violenza aggressiva - ed era
ardore, follia d'amore all'orlo dell’esaltazione mistica per l'arte come vita
- la posizione di van Gogh nella storia della cultura artistica avrebbe potuto
esser precisata da molto tempo. C'è anche, d'altra parte, il rischio di
lasciarsi trascinare dalla forza, anche poetica, di queste lettere. Ma è certo
che il primo documento per lo studio di van Gogh, immediatamente accanto
all'opera e a chiarimento di questa, sono queste straordinarie, umanissime
lettere, questo journal che, quasi quotidianamente, van Gogh rivolge, in un
dialogo diretto, agli altri.
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