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Il Realismo |
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Il termine realismo è quanto mai generico e comprende un
atteggiamento comune a molte manifestazioni d’arte.
Genericamente indica un riferimento preciso e inequivocabile dell’arte con la
realtà concreta, visibile e conoscibile del mondo e in questo senso
comprende espressioni che vanno dalla ritrattistica romana dell’età imperiale
alle rappresentazioni religiose e fantastiche del Medioevo, dalla minuziosità
descrittiva della pittura fiamminga alla cruda verità naturale del Caravaggio,
dall’adesione rigorosa al dato percettivo degli impressionisti sino a giungere
alla Pop art del Novecento.
Specificamente, tuttavia, il termine è usato per indicare un movimento del
primo Ottocento che in contrapposizione al sentimentalismo tardoromantico e
attento ad una nuova esigenza di corrispondenza con le mutate condizioni
sociali, economiche e politiche del tempo che vede l’affermarsi della borghesia
capitalista, la diffusione del proletariato urbano, la nascita delle lotte di
classe e il diffondersi delle istanze democratiche, si volge a trattare temi
e soggetti tratti dalla realtà quotidiana, prevalentemente contemporanea.
Per i pittori realisti né la natura né le immagini di vita possono avere una
qualsiasi idealizzazione come avveniva nel periodo precedente del Romanticismo,
al massimo si può (a volte si deve) attribuire loro un valore simbolico o
politico.
Tra i maggiori rappresentanti del realismo ottocentesco vi sono soprattutto i
francesi Corot,
Daumier,
Millet,
Courbet. Fuori dalla Francia
figura di rilievo è l’italiano
Fattori.
Fra il 1830 e il 1870 la cultura Francese è strettamente legata agli avvenimenti
politici, sociali, scientifici che trasformano la morale e il costume.
L'economia industriale si consolida a scapito della proprietà terriera e apre le
porte alla nascita del proletariato e al suo prendere coscienza di sé come
classe; le rivoluzioni europee del periodo affermano la diffusione delle idee
democratiche e il coinvolgimento dell'uomo comune nell'impegno politico; infine
il progresso delle scienze esatte, naturali e storiche crea fiducia nel metodo
da queste usato (velocità della luce di Foucault, teoria dell'entropia di
Clausius, studio dei microorganismi di Pasteur, teoria dell'origine della specie
di Darwin ecc.). La pittura si interroga nuovamente sulla natura, ma il
positivismo ottocentesco non ne permette più né la nobilitazione ideale con cui
essa era protetta dal Rinascimento in poi, né l'approccio attraverso la
vertigine romantica. La natura si rivela semplice e a volte volgare. Le premesse
storiche che porteranno al realismo Francese partono dalla rivoluzione del 1830
in cui Luigi Filippo, tradendo le aspettative di chi auspicava una monarchia
basata su principi democratici, la pone invece al servizio di una borghesia
sempre più padrona della politica Francese. La fase costruttiva della teoria
realista, che avrà la sua massima fioritura in seguito alla rivoluzione del
1848, inizia attorno al 1847 e si avvale del contributo di artisti, scrittori,
scienziati, economisti, giornalisti, filosofi, le cui idee sono indicative di
una cultura che si dibatte tra l'accettazione dell'eredità romantica e il
bisogno di superarla.
Teorico principale è lo scrittore Champfleury (pseudonimo di Jules
François Husson) che convoglia il dibattito critico nel saggio “Le Realisme”
pubblicato nel 1857. Ciò che ne consegue nel campo dell'arte è una frattura tra
artisti e classe dominante che si esplica in due modi profondamente diversi:
attraverso l'impegno politico dell'artista o al contrario con la fuga dalla
realtà urbana. Queste due tendenze, profondamente diverse tra loro, hanno però
in comune la principale caratteristica del movimento realista: l'interesse per
la contemporaneità, esplicatesi attraverso l'osservazione della realtà e la sua
rappresentazione. Nei quadri, finora destinati alla descrizione di personaggi
straordinari o di nature idealizzate, appaiono le persone comuni nelle loro
quotidiane attività, il paesaggio urbano e la provincia agraria.
Tra gli artisti che scelgono l'impegno politico vi è
Honoré Daumier (1808-1879) che sceglie la
litografia come principale mezzo espressivo.Al servizio della lotta
antimonarchica, realizza immagini per il giornale
satirico “La caricature”, leggendaria pubblicazione repubblicana. Attraverso
opere come “Gargantua”, “Il corpo legislativo”, “Rue Transnonain” egli esplica
il suo messaggio morale e la denuncia civile. Il lavoro di litografo è
preponderante nella vita di Daumier; la sua pittura, alla quale egli giunge solo
dopo il 1848, si interessa all'umanità, colta nelle fatiche della vita
quotidiana, descritta nei tratti essenziali, senza dispersione in particolari.
Un artista che può definirsi il padre dell'indagativo occhio contemporaneo è Jean Baptiste Camille Corot (1796-1875 - “La cattedrale di Chartres”, 1830; “Il ponte di Nantes”, 1868-70; “Lo studio”, 1870) spesso considerato a torto unicamente un erede del classicismo seicentesco. Egli è invece una figura singolare non facilmente inquadrabile in uno schema o movimento; unica dominante e costante della sua cultura è la ripetuta rappresentazione del paesaggio francese o italiano (la sua formazione classica lo porta a compiere ripetuti viaggi in Italia) realizzata con totale spontaneità libertà di visione sempre però rispettosa dei valori dell'atmosfera e della materia.
Per un dipinto come “Il ponte di Nantes” si è parlato di grande pittura tonale (Caroli) dove per tonalismo non si deve intendere l'espressione di sentimenti di piccolo intimismo (basti pensare in proposito agli artisti più rappresentativi della pittura tonale: Giorgione, Velasquez, Vermeer, Tiepolo), ma la sua accezione più generale, cioè il fatto che tutti i punti del dipinto risultano imbevuti di una stessa quantità di luce. La differenza sostanziale con gli impressionisti, già attivi negli anni sessanta, è che la luce di Corot è ferma, stabile, egli non cerca di cogliere l'attimo trascorrente sulle cose, ma la natura, nel suo “vero” aspetto, pur nella sua fermezza palpitante comunque di emozioni.
Nel cuore della tematica realista
va inserito Jean François Millet
(1814-1875 - “Il Seminatore”, 1850; “Le spigolatrici”, 1857; “L'Angelus”, 1859),
una delle anime più intime dell'Ottocento. Di ideologia repubblicana e
democratica, il suo impegno si esprime nella sfera morale più che in quella
politica.
Con lui i contadini entrano nella pittura Francese non più come
evocatori di un mondo di semplicità e innocenza, ma come uomini autentici, con
la loro energia fisica e la loro forza sociale. Un quadro come “Il seminatore”,
al di là di un certo umanitarismo di maniera, è una rappresentazione, quasi
brutale nella sua semplicità, in cui la figura del contadino diviene anche il
simbolo di una precisa condizione umana e mostra come un “non intellettuale”
quale è Millet andava naturalmente precorrendo un “simbolismo” che sarà invece
largamente intellettualistico negli anni a venire.
Un altro dipinto famoso, “L'angelus”, rivela tutti i punti nodali della poetica realista: l'unità dei soggetti trattati con imparziale autenticità, il linguaggio privo di compiacimenti formali, la monumentalità delle figure, corrispondente a quella dignità eroica che il lavoratore va conquistandosi nella coscienza sociale, l'inflessione sentimentale denotante partecipazione emotiva alle vicende del mondo contemporaneo.
Sia Corot che Millet sono legati, pur senza parteciparvi totalmente, alla Scuola di Barbizon, un gruppo di artisti paesaggisti che soprattutto intorno al 1849 iniziano a riunirsi nella foresta di Fontainbleau, a Barbizon, in isolamenti creativi, teorizzando la pittura “en plein air”. Tra questi (Diaz, Daubigny, Troyon, Decamps, Baryet, Dupré) il più illustre è Théodore Rousseau (1812-1867- “Parigi vista dalla terrazza di Bellevue”, 1833; “Un viale nella foresta di Isle Adam”, 1849).
Nella sua pittura la natura, pur
apparendo a volte divinizzata, figura più spesso molto familiare ed accessibile,
lontana sia dalla mitizzazione romantica che dalla “sacralità primigenia”
(Caroli) di Courbet. Ed
è proprio
Gustave Courbet (1819-1877 - “Funerali a
Ornans”, 1849; “L'atelier”, 1855; “Ragazze in riva alla Senna”,, 1857; “Mare in
tempesta”, 1869),uno dei più grandi artisti dell'Ottocento, a riservare la
massima dignità della rappresentazione pittorica a fatti tratti dalla vita della
provincia rurale o della città piccolo-borghese, in cui ricerca la verità
dell'arte. Di formazione accademica, sono per lui determinanti gli incontri con
Baudelaire e Proudhon, con il quale condivide le idee socialiste. Partecipa
totalmente al movimento ideologico-politico di quegli anni, mentre a Parigi
alterna lezioni di pittura con visite al Louvre, dove apprezza particolarmente
gli spagnoli, olandesi e francesi del '600. Tra i romantici, invece, egli guarda
con maggiore attenzione a Géricault, la cui influenza è percepibile in “Funerali
a Ornans”.
Qui
Courbet sceglie le dimensioni,
grandissime, e la dignità della pittura di storia per rappresentare un soggetto
banale, nel quale il tema della morte, spesso riprodotto dai romantici con
profondo coinvolgimento sentimentale, viene ricondotto nell'ambito delle vicende
quotidiane e della commozione contenuta. Ornans, nella Franca Contea, è il paese
nativo dell'artista ed egli vi torna in quello stesso anno scegliendo proprio
l'aria addormentata della sua terra e le persone che conosce da sempre per
esprimere la sua idea dell'inspiegabilità dell'esistenza: la vita si raccoglie
intorno ad una tomba, dove prima o poi finiranno tutti. Lì attorno la folla di
compaesani, che Courbet chiama a posare uno per uno, rivela psicologie
semplicissime, volti segnati da rughe, geloni, precoci invecchiamenti, gote
arrossate dal vento: la semplicità della vita consumata in paese, attraverso
memorie, affetti e rancori, in una composizione solennemente equilibrata.
Lo stile di Courbet risulta spesso sgradevole alla sensibilità del pubblico
conformista del tempo, al punto che all'Esposizione Universale del 1855,
celebrativa della gloria del II° impero di Napoleone III riaffermatosi con il
colpo di stato del 1851, egli si vede rifiutare alcune sue opere. Allestisce
allora un padiglione in cui raccoglie le opere più significative, ponendo con
tale impresa per la prima volta l'accento sull'autonomia dell'arte.
Gli anni Sessanta vedono già il sorgere dell'Impressionismo, che subisce nei
suoi primi passi l'influenza del Realismo, modificandone a sua volta
l'orientamento. In un'opera di
Courbet del 1857, “Ragazze in riva alla Senna”,
troviamo infatti la presenza di nuovi valori atmosferici e di luminosità ad
indicare il trasformarsi della sensibilità realista in “naturalismo”; anche il
soggetto del dipinto, tratto non più dalla realtà agreste, ma da quella della
piccola borghesia ispiratrice anche delle opere di due impressionisti come
Manet
e Degas, rappresenta una svolta nel lavoro di
Courbet, che in seguito, a partire
dal 1866, prende a soggiornare sempre più spesso sul mare di Normandia,
dedicandosi quasi esclusivamente a dipingere il paesaggio marino. Il 1871, anno
della sommossa della Comune a Parigi, che segna la fine del II° Impero e il
riaffermarsi di quegli ideali estetici e civili che Courbet persegue per tutta
la vita, segna paradossalmente l'inizio del declino di questo grande artista.
Fuori di Francia il realismo non si esprime con caratteri altrettanto significativi; si farebbe torto però alla pittura italiana dimenticando che tra i grandi realisti dell'Ottocento va annoverato Giovanni Fattori (1825-1908 - “La rotonda di Palmieri”, 1866; “La figliastra”, 1889), il più illustre tra gli aderenti al gruppo toscano dei Macchiaioli che al pari dei realisti francesi hanno un programma preciso di adesione alla verità naturale e sentono profondamente il legame tra arte e vita. Quasi tutti i Macchiaioli aderiscono al Risorgimento e fanno corrispondere la libertà della Patria a quella dell'arte. Un dipinto come “La rotonda di Palmieri” è l'esempio della principale innovazione di Fattori: l'immagine prende forma attraverso l'accostamento di macchie di colore senza preoccuparsi di contorno e chiaroscuro, ma con il solo obiettivo di riprodurre “impressione del vero”.
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