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LA NUDITA' CELATA |
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"Tuttavia l'arte erotica"
afferma Adolf Loos nel suo polemico saggio del 1908 "Ornamento e delitto" in cui
sostiene che la prima decorazione concepita dall'uomo, la croce, avesse
un'origine erotica. La prima opera d'arte, il primo atto creativo tracciato su
una parete con cui l'artista deliberatamente espresse la propria esuberanza fu
di natura erotica: la linea orizzontale rappresenta, secondo Loos, la donna che
giace e quella verticale l'uomo che la penetra.
Non è certamente un'affermazione
che potrebbe fare chiunque. Già Charles Baudelaire annota nei suoi diari intimi
che egli intitola "il mio cuore messo a nudo": "Tutti questi
stupidi borghesi che continuamente usano le parole "immorale, immoralità,
moralità nell'arte e altre del genere mi fanno pensare a Louise
Villedieu, una puttana da cinque franchi, che una volta mi ha accompagnato al
Louvre dove non era mai stata, e lì arrossiva, si copriva veloce la faccia e
ogni momento mi tirava per la manica e mi domandava, davanti a quella
moltitudine di statue e dipinti eterni, come si potesse esporre in pubblico una
tale indecenza".
Come conseguenza dei falsi pudori indotti dalla cultura guidaico-cristiana,
l'erotismo e il suo "discendente", il feticismo, cominciarono ad aprirsi una
strada nel campo dell'arte, facendo poi il loro ingresso nei musei. Siamo forse
tutti feticisti nel momento in cui privilegiamo parti del corpo.
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La
rappresentazione della peluria pubica, alquanto "osé" per il suo
tempo, si trova già in Goya e, più recentemente e in modo assai più
aggressivo, in Modigliani,
van Dongen,
Magritte o
Delvaux. Questo è un tema che
traversa la storia dell'arte, dalla "Pelliccia" di
Rubens, ispiratrice
della "Venere in pelliccia" di Leopold Sacher-Masoch, fino ad alcune
singolarità come la tazza di pelliccia di Meret Oppenheim.
La pedofilia è fonte di un turbamento altrettanto profondo
in quegli artisti attratti da bambini o bambine, come
Caravaggio, Schad,
Schiele, Otto Mueller, Heckel o
Jeff Koons che non sono affatto da meno di un
Balthus. Michelangelo, Dalì o
Bacon sono incantati dal nudo maschile, mentre
Pearistein, Kahlo e anche Balthus subiscono il fascino di Saffo. Non mancano gli
estimatori delle donne gravide, da Manuel Deutsch a
Gustav Klimt, i feticisti
dei capi di abbigliamento o gli amanti dei tatuaggi. Accessori, biancheria,
guanti, calze nere hanno ispirato moltissimi artisti. Si pensi a
Toulouse-Lautrec,
Degas, Rops, Schad,
Man Ray, Foujita, Rouault,
Beckmann,
Bellmer, Lindner,
Jones, Blake, Balthus,
Jeff Koons o Kacere.
Ora questo significa che dai primordi della storia sino ai
nostri giorni non vi è nulla di nuovo nell'ambito della sessualità nell'arte,
al di là delle tecniche e dei modi di trattare forme e colori? Si fa da sempre
riferimento a uno stereotipo tradizionale, cioè la donna come preda e il suo
«darsi» come modella? Nel corso dei secoli l'uomo ha modificato il proprio
rapporto con la donna, con l'arte e con la sessualità oppure l'essere umano è
tuttora gravato - nonostante l'ottimismo di un Auguste Comte - dal giogo
dell'ignoranza, dell'ingenuità, dell'istupidimento religioso? Non si può fare
a meno di osservare che la bipolarità della sessualità umana, con tutte le sue
istanze di egualitarismo, si trovi ancora a uno stadio sperimentale, per quanto
un cambiamento positivo, vale a dire l'era dell'accettazione, non sembri più
così lontano. «In questo modo la vulva acquista il diritto
dell'autoaffermazione artistica», scrive Gérard Zwang nel suo libro «Il sesso
della donna», «alla donna devono essere riconosciuti dalla società gli stessi
diritti dell'uomo anche per quanto riguarda la sessualità. Condizione
essenziale è la laicizzazione dei costumi e del tipo di rapporti, anche se
questo è solo l'inizio.»
Ma gli artisti stessi, ieri come oggi, mantengono il ruolo
maschile tradizionale che non consente alla donna il diritto d'iniziativa e
tantomeno quello di manifestare la propria volontà, di prendere decisioni, di
agire. La donna, che in tutti i tempi è stata la protagonista delle arti
plastiche, ha rappresentato piuttosto solo un oggetto del desiderio, una bambola
gonfiabile di cui l'artista poteva disporre a piacimento. Che fosse cameriera in
la Tour o duchessa in Goya, odalisca in lngres e
Matisse o frutto esotico in
Gauguin, paesaggio in Masson o pin-up in
Warhol, che popolasse le chiese in
van
Eyck o le cucine in Greuze, che tenesse un salotto in Boucher o passasse il
tempo nelle alcove in Fragonard, che ricevesse
Toulouse-Lautrec
in un bordello o
condividesse la stanza da bagno con Bonnard o Wesselmann, non pare che l'avvento
dell'arte moderna le abbia portato particolari vantaggi. Più che altro si è
cominciato a distruggere mano a mano quel corpo che aveva rappresentato
l'essenza della bellezza. Esso è stato schematizzato, semplificato, allungato,
appiattito, gonfiato, è stato persino fatto esplodere. Si è passati
alternativamente da un eccesso all'altro, dall'enormità alla magrezza
scheletrica, dal mostro alla bestia. Solo l'erotismo ha il potere di sottrarre
la rappresentazione della donna da queste «metamorfosi» kafkiane; attraverso
l'eros essa è trattenuta entro frontiere sicure che la separano dai mondi
animali, vegetali e minerali. «In questo deve essere letta la confessione delle
nostre generazioni», scrive René Huygue, «che si trovano smarrite di fronte a
un enigma, come già deve essere accaduto agli uomini primitivi, e vi si
confrontano continuamente, impaurite e titubanti, poiché hanno buttato a mare
tutte le sicurezze che il passato aveva loro fornito.»
«L'uomo d'ingegno», afferma Rodin, «è uno stallone da monta che gioca con la natura.» Malraux parla di un «insanabile conflitto» che travagliava Picasso sul concetto di natura: «La natura deve esistere allo scopo di farle violenza!». Il maestro spagnolo così disse a Roland Penrose: «Per dipingere una colomba bisogna averle prima tirato il collo una volta». Occorre dunque prima «tirare il collo» alla donna moderna perché diventi un'opera d'arte? Sicuramente, ma alla condizione che lei possa infine tornare alla propria funzione come donna. Occorre porsi una terribile domanda: cosa spinge l'artista d'ingegno, questa fenice che continuamente brucia per un piacere che non si spegne mai, a risorgere dalle proprie ceneri dopo essersi abbandonato agli atti artistici più impetuosi per liberarsi completamente da limitazioni e convenzioni, cosa lo tiene in vita se non il bisogno sessuale, la forza trainante del proprio erotismo, le fantasie che egli attinge direttamente dalla natura prima di raggiungere l'apice del desiderio?
Altrettanta importanza ha il
significato dell'abito che non può essere limitato alla questione del controllo
che esercita sulla traboccante follia dell'artista. L'abito ha un duplice ruolo:
indossarlo impedisce che il corpo si trasformi in una esposizione ambulante e,
nel contempo, esso accende la curiosità. L'atto di svestirsi, a sua volta,
determina uno stimolo erotico. Persino i boscimani dell'Africa occidentale, che
vivono nudi, sono consapevoli di questo fenomeno nel momento in cui impediscono
alle loro donne di vestirsi perché così diverrebbero più attraenti e
susciterebbero il desiderio degli uomini dei villaggi vicini. Ciò che gli
artisti di tutti i tempi hanno coltivato con dedizione è rimasto
incomprensibile ai missionari privi di fantasia ma animati dalle intenzioni più
pie. Uno di loro ha ammesso con amarezza: «Nel rivestire i loro corpi si è
contribuito al decadimento morale, provocando un'insana curiosità che prima non
c'era mai stata».
L'erotismo senza tabù non
esiste. L'essere umano ha il dono di inventarli e la religione risponde in pieno
a questo bisogno fornendogliene in quantità. Così l'uomo ha creato, attraverso
l'abito, un meccanismo regolatore
che gli consente di accendere o spegnere il desiderio a proprio piacimento così
come si fa con una lampadina. vi sono due categorie di-stinte di abiti: quelli
da lavoro, che in un certo senso impediscono il sorgere del desiderio, e poi
vi è il normale abbigliamento per il tempo libero, concepito proprio per
esercitare attrazione su chi guarda; esso permette di dosare come si vuole il
rapporto tra ciò che si vede e ciò che resta nascosto. La misura viene
stabilita dall'esigenza di pudore o, al contrario, di esibizionismo e in questo
modo può essere aperto un dialogo. Qui sta la differenza tra la lavoratrice,
protetta dal suo abito, e l'entraineuse che mostra allusivamente più di quanto
nasconda...
L'abito
come seconda pelle ha sempre affascinato gli artisti che, con l'uso sapiente del
pennello, sono stati capaci di rendere questo effetto. L'erotismo emerge,
vengono liberate fantasie e voglie poiché l'abito diventa tutt'uno con il
corpo, carne e stoffa si mischiano, si fondono, gola, spalle, braccia, cosce
assumono la stessa struttura della seta, del velluto o della plastica. Le pieghe
della stoffa e quelle della pelle sono così simili da poter essere scambiate.
È stato
detto, in merito ad alcuni ritratti apparentemente innocenti di Ingres o di
Matisse, che le figure paiono sul punto di emergere, nude, dai loro abiti oppure
che l'abito sembra destinato a cadere da un momento all'altro, a sparire, per
mostrare il corpo nudo e trionfante. Che si tratti della versione
particolarmente aggressiva e anglosassone di Allen Jones o di quella più
mediterranea e materna di Aristide Mailbì oppure di quella più morbosa di
Otto
Dix, ci si confronta sempre con lo stesso fenomeno e cioè il destino comune di
questi ritratti femminili, creati tanto in considerazione della nudità quanto
come massima espressione
figurativa. E noi veniamo resi voyeur dall'artista e osserviamo «l'oscuro
oggetto del desiderio». Questi corpi femminili che, secondo i gusti, possono
essere stupendi o mostruosi, sono consapevoli del desiderio che suscitano oppure
per loro è sufficiente esistere, esserci come invito per l'inconscio? Non è
dato saperlo.
Le figure,
quelle per esempio dipinte da Klimt o da
Manet, sono probabilmente inconsapevoli ma l'artista non è mai innocente quando
mette sotto gli occhi
dello spettatore questi ritratti che provengono dal fuoco del desiderio e dalla
profondità della propria immaginazione.
Sono rari i pittori che sono riusciti a trasmettere
un modello ideale della donna. Dopo
Botticelli e
Piero della Francesca si può
citare Veronese,
Tintoretto e, molto più tardi,
Ingres, la cui concezione
ideale sempre rimasta l'eterno femminino.
Matisse è il primo pittore dell'arte
moderna in cui la donna non corrisponde più solo a un ideale personale, come
potevano essere le cameriere di
Renoir, le ballerine di
Degas o le femmes
fatales di Klimt, ma diviene rappresentante di un' intera epoca, è in un certo
senso una stupenda immagine riflessa, così da assumere una connotazione di a
temporalità, paragonabile all'opera di Proust in cui è l'epoca stessa a essere
rappresentata. Il successivo sviluppo di questa tematica è passato ad artisti
come Warhol,
Wesselmann o Jeff Koons che hanno descritto la nuova Eva secondo
loro modalità, caratterizzate soprattutto dall'evoluzione culturale e dalle
problematiche del nostro tempo: l'avvento della società dei consumi e della
cosiddetta civiltà del tempo libero. È possibile trovare un ideale migliore
di Marilyn Monroe o di Cicciolina per incarnare la nuova Alice nel paese delle
meraviglie, una pin-up incellofanata - per via del puritanesimo - tanto finta
quanto intoccabile, impenetrabile, solo per voyeur? Nei locali di strip-tease
viene mostrato di tutto ma con il divieto assoluto di toccare. Così diviene
comprensibile Warhol quando afferma: «Tutto il mondo è fatto di plastica,
amo la plastica». Louis Aragon ha detto, riferendosi
a Fernand Léger: «C'è molto più da ammirare in un macinacaffé che in tutti
gli angeli del Paradiso». Siamo debitori a Warhol e a Koons se dalla puritana
grossolanità del XIX secolo si è giunti all'eccessiva raffinatezza dell’ipermodernismo.
L'uso
proditorio dell'abito presenta anche alcuni vantaggi. Esso nasconde
l'invecchiamento del corpo, cela la prima pubertà, il seno che si forma, la
peluria che si mostra sul pube. Nessuno si scandalizza della nudità dei bambini
che ancora ne sono privi. È possibile che l'essere umano si vergogni di questo
pelo perché gli ricorda l'animale, per quanto gli animali non abbiano in
genere peli pubici, come del resto molte popolazioni orientali. Il tabù del
pelo pubico viene infranto in Occidente solo
nelle immagini di alcune riviste particolari, mentre in Giappone sentito in modo
particolarmente forte: il pelo pubico viene considerato infatti come una
mostruosità portata dall'estero.
Secondo
Hirschfeld solo 350 uomini su 1000 si sentono attratti dal corpo
femminile 9ompletamente nudo, 400 lo desiderano semivestito e 250 completamente
vestito, vale a dire che il 65% degli uomini «normali» hanno tendenze
feticistiche. Il reggicalze - un'invenzione relativamente recente avendo la
stessa età della Tour Eiffel - rimane ancora oggi la più alta conquista
erotica del mondo occidentale, pur avendo avuto predecessori altrettanto
notevoli. Si pensi solo a ciò che il Faust goethiano esclama nel suo delirio
d'amore: «Dammi una sciarpa del suo petto, una giarrettiera per il mio
desiderio!». Anatole France, un severo vecchio e onorato scrittore francese,
volle essere seppellito con una cassetta sigillata che conteneva le mutande
indossate da Mme Armand de 22
Caillavet,
moglie di un ministro, quando gli si concesse per la prima volta: mutande
cariche di gloria che in questo modo hanno ottenuto l'onore, insieme al suo
eminente collezionista, di un funerale di Stato.
Nei suoi poemi in prosa Baudelaire, che sognava della
sua Colombina, ci racconta i travagli dell'anima di «Mademoiselle Bistouri»,
innamorata di un chirurgo: «Vorrei che lui venisse da me con la sua borsa e con
il camice, magari macchiato di sangue!». E con la stessa espressione gioiosa un
uomo sensibile dice all'attrice che ama: «Vorrei vederla indossare lo stesso
costume che portava quando ha interpretato quel celebre ruolo.» Sono immagini
del desiderio come quelle che evocano la biancheria femminile, porta d'accesso a
un mondo che deve restare celato, le uniformi, il camice da infermiera, anche la
cravatta. Sì, l'innocua cravatta che le donne adorano quando è annodata a un
collo maschile, carica dello stesso fascino
e delle stesse allusioni che può avere una giarrettiera. Immagini del desiderio
sono le pellicce che, secondo Freud, richiamano il pelo pubico, inoltre i
gioielli, i tatuaggi, le scarpe, i piedini storpiati delle donne cinesi, le
gobbe che portano fortuna, le prostitute con una gamba sola a cui non mancano
mai clienti. La lista dei desideri è infinita e li si ritrova tutti percorrendo
le opere degli artisti.
Sul fatto che vi siano speciali oggetti del desiderio
sessuale, scrive Jean-Paul Sartre: «...che questi oggetti siano donne perché
hanno una fessura tra le gambe è il terribile e deliberato errore dei
borghesi... tutto può essere oggetto del desiderio, una macchina da cucire, una
provetta, un cavallo o una scarpa...»
L'erotismo consiste in questo
per gli artisti e i surrealisti lo hanno mostrato abbondantemente raccogliendo
molti di questi oggetti intorno al corpo umano per porli reciprocamente in
contrasto e così sottolinearne il significato. In questo senso il feticismo del
dipinto di Max Beckmann Maschera del martedì grasso verde, violetto e rosa (intitolato
anche Colombina) del 1950 si palesa nell'aver radunato cose
diverse: il costume circense della donna e i suoi attrezzi, le carte da gioco
che sembrano uscire da sotto il vestito, la posa indecente e consapevole,
sottolineata ancor più dalle calze nere. L'enigma potrebbe essere: l'amore, gioco del caso? È un
gioco senza significati profondi o, al contrario, qualcosa avvolto dal mistero?
Il reggicalze nel dipinto di
William N. Copley in Il diavolo in Miss Jones; il titolo è stato
mutuato da un noto film pornografico) pare sollevare un sipario sulla messa in
scena dei gesti suggestivi della protagonista, di cui non si vede la testa: un
dito tra le pagine di un libro, l'altra mano nell'atto di afferrare un manico
d'ombrello. Il realismo di Balthus viene definito spesso e giustamente
«magico». Grandi scrittori sono stati profondamente ispirati dalla sua opera:
Rainer Maria Rilke e André Gide, André Breton, Antonin Artaud e Albert Camus.
Alcuni, come Altaud, gli sono debitori della capacità con cui egli ha reagito
alla «pittura embrionale» surrealista. Altri, surrealisti come
Breton, ne
apprezzano l'erotismo tra le pieghe, quasi rubato. Camus lo vede come il
«Barbablù» della pittura. Ma una cosa è certa: anche nella realtà Balthus
si mostra in compagnia di ragazzine molto giovani che egli chiama «nipoti».
Esse si accoccolano ai suoi piedi come gatte, mostrando le mutandine. L'artista
le ha rese il leitmotiv della sua opera. «Noi tutti aneliamo», commenta René
Char, «la dolcezza di questa giovane vespa che le api chiamano fanciulla e che
nasconde nel suo busto la chiave per giungere a Balthus.»
Delvaux popola il suo
mondo desertificato di belle e rigogliose sonnambule, Balthus privilegia le
adolescenti acerbe e perverse che sono alternativamente vittime e carnefici
nella migliore tradizione di Sade e Baudelaire.
Per Lindner vale un discorso
completamente diverso. Per lui non è affatto necessario rappresentare la donna
in sé, egli ne dipinge solo la pelle o, per meglio dire, l'armatura. È
maestro di opere inquietanti che, da un lato, paiono stereotipate, dall'altro
sono estremamente complesse, costellate da ragazzine viziose, cavallerizze
dominatrici, domatrici chiaramente sadiche armate di accessori in pelle, strette
in corsetti, provviste di oggetti per feticisti. Dopo aver trascorso l'infanzia
a Norirnberga, la città del giocattolo, dove Lindner aveva recepito un
feticismo pregno del clima morale ed estetico della Germania prenazista
(incarnato in «Angelo azzurro» dalle giarrettiere di Marlene Dietrich), visse
poi tutt'altra esperienza a New York, dove le sue fantasie divennero realtà
quotidiana. La pittura di Lindner si svolge così tra i desideri più segreti e
insoddisfatti, sedimentati in lui nell'infanzia e la realtà vissuta in America
ed essa ci fornisce una risposta nel momento in cui vede lo spettacolo della
vita, con la sua sete inestinguibile, messo a confronto con il desiderio
esistenziale della sublimazione. La Pop Art lo ha riconosciuto come uno dei suoi maestri,
sicuramente in quanto anch'egli, come gli artisti pop, ha dovuto accettare
questa contraddizione.
Se gli artisti provano un
piacere quasi maligno nel rappresentare il corsetto in tutte le sue varianti non
è solo perché si tratta di un simbolo erotico: esso si configura infatti come
una potente forma di imprigionamento della donna. Vendetta da parte degli uni,
desiderio di dominio da parte degli altri? Il busto o corsetto è l'indumento
costrittivo
per eccellenza che immobilizza la donna, la sua funzione è quella di
comprimerne il più possibile il busto e i fianchi in modo da costringerla a
camminare a cosce strette. Si comprende meglio in quale contesto sia nato il
lavoro di Sigmund Freud se si tiene conto del periodo in cui egli ha condotto le
sue ricerche, un periodo, cioè, in cui il busto aveva il compito di rinserrare
in una corazza il corpo femminile, come barriera nei confronti degli approcci
amorosi. Esso rappresentava dunque la materializzazione del divieto imposto
all'uomo e che doveva essere mantenuto grazie alla forza difensiva
dell'indumento. «Il desiderio è condannato a esistere solo nella durata del
tempo, esso viene differito e tenuto segreto dalla molteplicità degli schermi
che vi si frappongono» scrive Jacques Laurent.
In seguito la «crisi
dell'oggetto» - tops del XX secolo a cui diede avvio
Picasso assemblando il
manubrio e la sella di una bicicletta per rappresentare una testa taurina -
sopravanzò la sua glorificazione. L'oggetto, un corpo semplice divenuto
macchina e quindi corpo complesso, conferma il proprio predominio sull'essere
umano. Klapheck e Klasen elaborano a questo proposito un lessico che
supera quello dell'uso proprio delle cose, conferendo all'oggetto un'immagine
mascherata. Freud, è noto, ha messo in luce come tutti gli oggetti siano
destinati a essere gravati di un significato erotico, in particolare quelli che
possono funzionare. Duchamp, creatore di
Macinacaffé, Macinacacao e del
dipinto La sposa messa a nudo dai suoi scapol anche pone in rilievo più di
ogni altro la sua interpretazione «meccanico-cinica» del fenomeno amore con
tutte le conseguenze filosofiche ed estetiche che ciò comporta, ma anche allo
scopo di aprire all'immaginazione uno spazio in cui tutti gli oggetti possano
essere «trovati» attraverso i meccanismi psichici dell'essere umano, un luogo,
cioè, dove tutti gli oggetti possano funzionare in base al carattere che viene
loro di volta in volta conferito dai meccanismi del desiderio. Havelock Ellis
dava già grande valore all'uso di utensili o oggetti comuni, come una
bicicletta o una macchina da cucire, per raggiungere un piacere autoerotico. Non
si può dimenticare a questo proposito la frase di Lautréamont che i
surrealisti fecero propria: «Bello come l'incontro casuale
di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo anatomico». Una frase,
questa, che ha messo in moto tutte le macchine dotate di un sistema di
funzionamento simbolico.
Il corpo della donna, oggetto
massimo del desiderio maschile, non viene reso così, di nuovo, attraverso la
forza creatrice dell'artista, il trionfante meccanismo che non ha mai smesso di
essere? Che assomigli a un idolo, come per
Picabia o che attenda passivamente,
come in Schiele che si offra in ogni posizione, come in Gerhard Richter o sembri pronunciare un divieto con il gesto della mano, mano più
provocatoria che respingente, come in William N. Copley o in Hans
Bellmer, tutti riportano in primo piano questa domanda secondo i
mezzi e i modi di cui dispone la pittura; non è una forma di autobiografia
dell'epoca meccanicistica quella che viene scritta sotto le loro dita?
«Fintanto che il desiderio di progresso tecnico domina il mondo», scrive
Jacques Vaché sulla sua opera Macchina per scrivere seppia, «non ci si
può aspettare che la macchina rinunci al proprio ruolo di vamp, anche quando
questo viene smascherato.» In questo universo artistico totalmente dedicato
all'eros il maschio ha una funzione di secondo piano, solo, come in Jean Cocteau
o in gruppo ove gli venga consentito di giocare con i compagni, come in
Tom of Finland. Ma se si tratta di affilare le armi del vero erotismo,
è il corpo femminile quello di cui si serve l'artista, anche a rischio di farlo
a pezzi, come in Max Ernst di modificarne l'anatomia per renderlo uno
strumento puramente erotico. E per far questo l'artista si avvale solo delle
parti funzionali ai suoi scopi, come questi monti di Venere o questi seni che
non mancano mai, ben formati e realistici come quelli sulla camicia appesa nella
Filosofia in camera da letto di Magritte, mentre la donna si è
sottratta alla rappresentazione pittorica. Un caso di castrazione? È una
domanda che si pongono i critici freudiani. Il dipinto, in ogni caso, è un
omaggio al Marchese de Sade, protagonista del moderno, per quanto egli non lo
sia stato affatto nel suo tempo e dovette pagare cara la libera immaginazione
dei suoi scritti e le fantasie di cui si nutrì la sua arte.
Ogni artista, come Narciso,
dipinge sempre il proprio ritratto, anche quando rappresenta una donna nell'atto
di offrirsi. Nella filigrana del corpo femminile si intravede sempre la figura
del suo creatore. Nel suo libro «Il modello», France Borel osserva a questo
proposito: «L'opera d'arte si alimenta del desiderio dell'artista, dell'anelito
verso l'altro, la modella, la donna nuda che posa per lui e dello struggimento
narcisistico per se stesso. L'atto creativo è nel profondo un atto d'amore. La
pittura e la scultura sono fatte di zone erogene, di materia tattile. Nel loro
essere assumono forma umana. Sono una sorta di feticcio, hanno funzione di
sostituto e, insieme, di veicolo delle proiezioni fisiche. Nascono dalla mente e
dal corpo del loro creatore e si rendono indipendenti per offrirsi come
mediatori del piacere dello spettatore».
La leggenda vuole che il primo
pittore della storia fosse Gige di Lidia che, fermatosi sulla piazza del
mercato, volle tracciare sul muro con un pezzetto di carbone la forma della
propria ombra. L'atto creativo non tende anche alla conquista di una sorta
d'immortalità e l'erotismo non è anche un modo per vincere la minaccia della
morte? Con il proprio sangue e il proprio sperma l'artista porta l'opera a
compimento, come Pollock con i suoi «drippings». E in effetti in passato come
oggi proprio gli artisti celebri per la straordinaria capacità di rendere la
pelle umana, Tiziano per esempio, furono accusati di mischiare ai pigmenti
sangue o sperma, cioè le sostanze vitali del loro essere.
Paul Klee affronta nei diari
questo problema di fondo. Il soggetto, egli scrive, viene plasmato di energia e
seme. L'opera d'arte come creazione di una forma materiale è profondamente
femminile, l'opera d'arte come sperma, cioè quella definita dalla forma, è
profondamente maschile, prosegue
Klee. Non vi è artista né essere umano che
sia esclusivamente maschile o femminile. Si tratta sempre di una delicata
miscela di entrambi i caratteri. È dalla compenetrazione reciproca di questi
due principi che scaturisce l'opera d'arte il cui tema principale ed eterno e il
corpo nudo.
L'artista sceglie come modello
un essere che è già dentro di lui o almeno vi assomiglia. «L'opera d'arte è
intessuta nella pelle del suo creatore, come una doppia carne» scrive Jean-Paul
Sartre.
Concentriamo l'attenzione, a seconda delle preferenze, sulle labbra, sui capelli, sugli occhi, sulle gambe o sull'atteggiamento? Nell'arte sono continuamente presenti queste inclinazioni più o meno consapevoli.
Gli artisti, come tutti noi, hanno le loro ossessioni, un tema preferito, determinati dettagli che sottolineano in modo particolare. L'elenco delle loro "vergognose" predilezioni è infinito. Si potrebbe ordinarle in categorie, per grandi temi o per casi specifici.
Vi sono pittori che di una donna vedono solo il sesso. Gustave Coubet ha dipinto il sesso femminile con grande precisione in un'opera intitolata L'origine del mondo. E altri,altrettanto ossessionati dal medesimo soggetto, tra cui Rodin, Kubin, Dix, Grosz, Schiele, Masson, Picasso, Brauner, Magritte, Wols e Wesselmann, lo hanno metamorfizzato in paesaggio, animale, frutto, fiore, monumento. Anche il sesso maschile, sin dagli antichi Greci, ha i suoi adoratori che vanno da Mapplethorpe, da Warhol a Fetting e Cocteau. Moltissimi sono anche gli estimatori della donna rigogliosa e opulenta. da Rubens e Rembrandt sino a Maillol e Renoir. Vi sono gli amanti del monumentale, come Lindner, Botero e Lachaise, mentre altri sono più attratti dalla magrezza, come Grünewalde Otto Dix, Schad e Schiele, van Dongen, Gruber o Giacometti.
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