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Poetica
nata negli anni Sessanta in America con scelte iconografiche legate alla
tematica pop, realizzate con procedimenti di pratica pittorica apparentemente
realistica e accademica, tendenti ad
un risultato simile alla fotografia.
I
rappresentanti maggiori dell'iperrealismo sono
Chuck Close, con i
macroscopici ritratti come fotografie più o meno messe a fuoco;
John De
Andrea con gli impassibili nudi realizzati da calchi dal vivo con tanto di
capelli e peli veri; Duane Hanson, con le sue figure tipiche della società
americana ostentante i più vistosi feticci del consumismo.
La poetica iperrealista non ripesca nel passato le
gratificanti vanità del trompe-l'oeil, in quanto è positivamente inquinata da
un senso di totale spersonalizzazione dell'immagine, di assoluta astrazione e asetticità
nonostante la resa di scene "più vere del vero",
inutilmente brillanti e coloratissime, tanto da dare un senso di vuoto e di
squallore e un senso di fastidio
per tanta fredda perfezione illusionistica.
La vena allucinata dell'immagine iperrealista è
incrementata dalla distanza emotiva che viene imposta dall'autore con il
procedimento pittorico della resa fedele al vero sino all'esasperazione, una
distanza che si avverte incongruente con l'immagine pittorica.
Questo lato di
tragica ironia, cui non è estranea una sotterranea tematica di critica sociale,
rende il lavoro iperrealista interessante e giustificato.
L'Iperrealismo si confronta con la fotografia in una
gara di abilità illusionistica usando i tradizionali mezzi pittorici e
privilegiando le immagini del reale ordinario tipico delle fotografie turistiche
o di costume. Per fare questo ricorre ad un accentuato accademismo che
contribuisce a raffreddare e spersonalizzare l'immagine, sospendendola in una
irrealtà raggelata verosimile e somigliante al reale cui si riferisce ma che in
effetti sostituisce con una sorta di parodia più o meno tragica.
Quanto più è
densa di particolari non approssimativi, non mediati dal calore
dell'imperfezione pittorica, quanto più risulta copia esatta dell'originale,
tanto più l'immagine iperrealista rivela il suo lato inutile e grottesco che
funge da veicolo di conoscenza dell'assurdo del suo modello reale. Il movimento
ha alcuni significativi protagonisti, ma vita breve in quanto tale, rimanendo in
auge più o meno dalla metà degli anni Sessanta a quella degli anni Settanta,
dopo di che, non potendosi evolvere data la sua intrinseca rigidità, si ritrova
solo come tecnica accessoria o accenno in altre espressioni neoggettuali.
Nel senso della copia inutile e provocatoria opera
Malcom Morley (1931), inglese trasferitosi in USA, che dipinge in larga
scala immagini simili a quelle dei depliants pubblicitari di agenzie di
navigazione ("Il transatlantico Amsterdam", 1966).
Chuck Close
(1940) si dedica ai
ritratti eseguiti con la classica griglia e ricavati da fotografie di cui
mantiene i difetti di ripresa come lo sfuocato e la distorsione prospettica, con
risultati di impietosa deformazione delle sembianze, attuando una sorta di
critica della perfezione tecnica attribuita alla macchina.
John De Andrea
(1941) privilegia
i corpi nudi resi con impressionante e distaccata perfezione (nonostante il
soggetto tradizionalmente "caldo") e dovizia di particolari, ricavati
con la tecnica del calco dal vero che rende anche i pori e le rughe della pelle,
cui si aggiungono capelli e peli veri e a volte i vestiti, tanto da farli
apparire come il pallido simulacro di un perduto erotismo, feticcio di una
semplice presenza dell'uomo nel mondo.
Feticci mercificati, sgargianti nei colori più
accesi della pubblicità da supermercato, sono le forme umane di
Duane Hanson
(1945), rappresentazioni plastiche in scala reale della piccola e media
borghesia americana con tutti gli orpelli di cui si circonda e con tutti i
prodotti che è indotta a consumare dai mass-media.
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