Socialismo e democratizzazione

 

Socialismo e democratizzazione

Nel 1848, anno della nota rivolta degli operai in Francia, la concentrazione dei lavoratori nelle città era notevole e attraverso la passibilità di incontrarsi, parlare, leggere i giornali, ascoltare discorsi, essi si andavano formando la coscienza di appartenere ad una classe con interessi ed obiettivi comuni. In Francia nel 1848 la gran parte della popolazione era costituita da lavoratori salariati e gran parte di essi era impiegata negli opifici nazionali da dove mosse la rivolta di giugno repressa nel sangue dall’esercito. All’indomani delta rivolta, dopo che 10.000 persane furono uccise o ferite e 11.000 fatte prigioniere e deportate nelle colonie, fu chiara la divisione tra i patere, a borghesia e il capitalismo da un lato e i lavoratori e i proletari dall’altra.

Pochi mesi prima, nella stessa Parigi, era stata pubblicato da Marx ed Engels il "Manifesto comunista".

Il movimento tendente alla giustizia e all’eguaglianza sociale e al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi più deboli, aveva nelle forme più radicali un riferimento in quelle agitazioni fallite del 1948 dal forte contenuto ideale e nelle forme più moderate nelle unioni sindacali capaci di attenere dalle controparti (stato e capitale) piccoli, continui e anche significativi vantaggi immediati. Contro l’affermazione di tendenze radicali agiva l‘effetto del buon funzionamento del capitalismo e delle politiche liberali che avevano si favorito la concentrazione delle ricchezze in poche mani di capitalisti e finanzieri, ma avevano anche elevato nello stesso tempo lo stato economico dei lavoratori che in più si vedevano via via riconosciuto dai vari parlamenti il diritto di voto e di partecipare con esso in qualche modo alla vita politica e alle decisioni dello stato. Tutto questo faceva apparire meno concrete e in un certo modo anche meno desiderabili le prospettive di migliori condizioni derivate da un eventuale ribaltamento di tale ordine di cose ottenuto con la lotta.

Tra il 1871 e i primo decennio del ‘900 il fenomeno dell’allargamento del diritto di voto a un sempre più gran numero di persone sino a giungere al suffragio universale maschile mutò le condizioni politiche interne dei diversi paesi europei e fu un effetto e nello stesso tempo una causa o condizione dell’avanzamento della democrazia. Fu un processo che permise ai governi di controllare le spinte rivoluzionarie di orientamento socialista, un processo favorito dagli stessi governi che promossero essi stessi, a favore dei lavoratori, leggi che, obbedendo a ragioni di ordine umanitaria e sociale nello stesso tempo cercavano di portare dalla loro parte il più vasto elettorato cui concedevano il diritto di esprimersi.

Un calcolo di convenienze quindi per cui veniva concesso il diritto di voto a sempre maggiori strati di popolazione da cui in tal modo si sperava di ottenere sostegno alla propria azione di governo anche in contrapposizione a partiti avversi.

Nel 1870 la Francia di Napoleone III era imprudentemente caduta nel tranello teso dal prussiano Bismark e aveva dichiarato guerra alla Prussia con il risultato di perdere Roma da cui dovette ritirare le truppe assistendo alla totale unificazione dell’ltalia e di perdere il regno con i prussiani che già dal gennaio 1871 assediavano e prendevano Parigi. Fu lo stesso Bismark a volere elezioni con suffragio universale in quella che si era proclamata repubblica qualche mese prima contro la debolezza di Napoleone III durante le ostilità. Lo scopa era quello di avere un legale interlocutore con cui trattare la pace ovvero a cui imporre le proprie pesanti condizioni.

L’esito delle elezioni favorevole agli elementi moderati e addirittura ai monarchici deriva proprio dal suffragio universale allargato ad aree di popolazione rurale e di provincia che non conosceva la realtà lavorativa cittadina e diffidava del repubblicanesimo e delle idee socialiste e anticlericali che si identificavano in esso.

I repubblicani parigini non vollero accettare né i risultati delle elezioni né le condizioni di Bismark e costituirono la Comune, ossia un consiglio comunale rivoluzionario. La Comune si trovò così contro l’Assemblea Nazionale costituente voluta da Bismark e in cui si riconosceva il resto della Francia. I Comunardi rimasero isolati e dopo aspri combattimenti e reciproche atrocità (uccisione dell’Arcivescovo di Parigi da parte degli insorti, esecuzione di 20.000 persone e deportazione di 7.500 in Nuova Caledonia da parte dell’Assemblea) furono annientati.

I vincitori si combatterono poi in seno all’Assemblea per decidere la nuova forma di governo sino a che non passò una serie di leggi che istituivano in pratica un governo repubblicano con un presidente in parlamento bicamerale e un consiglio dei ministri. Questo ribaltamento fu però meno rivoluzionario di quanto può sembrare in quanto il governo doveva comunque rispondere ad un Parlamento quanto mal mutevole nei rapporti di forza tra i partiti e che lasciava intatta la struttura burocratica, amministrativa e di polizia dello stato. Stabilita la forma repubblicana della nazione, essa divenne via via normale per un numero sempre maggiore di persone e i  repubblicani iniziarono ad ottenere il consenso del ceto medio e a divenire molto meno rivoluzionari, tanto che anche quando essi attennero nel 1879 il controllo delle camere, una dei provvedimenti più rivoluzionari fu l’istituzione del sistema scolastico obbligatorio a carico dello Stato. Il repubblicanesimo si rivelò una forma politica possibile in Francia e anche un esempio per l’Europa, compatibile con le necessità dell’economia basata sul capitale e sul libero scambio, delle libertà individuali e delle pluralità di espressione partitica, della tolleranza tra le classi. Questo tipo di politica aveva ottenuto lungo gli ulteriori decenni dell’ 800 la fiducia della popolazione che viveva la sua era borghese di relativa prosperità economica e di progresso culturale (basti pensare al contemporaneo movimento borghesemente rivoluzionario dell’impressionismo in pittura).

Se però il ceto medio poteva guardare senza diffidenza ai repubblicani ed entrare anche nelle loro fila per rappresentarli, i lavoratori salariati erano stati di fatto emarginati e si sentivano a ragione defraudati della prospettiva di uno stato sociale vagheggiato nel ‘48 e nei mesi della Comune.

Le iniziative dei repubblicani "borghesi" volte a limitare i provvedimenti legislativi a favore dei lavoratori e a volte apertamente contrarie alle loro azioni di ripresa e di lotta (sindacati e scioperi) portò a livelli alti la frattura in termini di fiducia e possibilità di intesa, costituendo uno dei più seri motivi di attrito sociale della terza repubblica. I repubblicani dovettero inoltre affrontare inutili crisi interne quali quelle dell’ "affaire Dreytuss", pretesto per i monarchici, gli antisemiti, i militaristi e le classi più alte e tradizionaliste per attaccare la repubblica.

In Inghilterra il progresso verso la democrazia fu graduale e senza traumi ma inarrestabile grazie alle necessità dei due partiti che si contrapponevano in parlamento, conservatore e liberale, di trovare sempre più ampi appoggi per la loro politica, ricercati ogni volta nelle aree ancora scoperte, ossia tramite il progressivo allargamento del diritto di voto che faceva via via nascere nuove aree di conquista elettorale.

La regina Vittoria regnava dal 1837 e durerà sino a 1901. I due partiti governavano basandosi sull’appoggio e sui favori concessi alle categorie sociali ad essi più vicine: industriali e commercianti liberali e aristocrazia terriera per i conservatori.

Entrambi cercavano di accaparrarsi anche una fetta di voti se non del consenso dei lavoratori, ma in modo diverso e in apparenza contraddittorio rispetto ai rispettivi principi politici ispiratori.

I provvedimenti legislativi a favore del lavoratori furono infatti promossi proprio dal partito del conservatori, ma ciò appare logico allorché si pensi che i liberali avevano la loro base di appoggio nell’industria e nel commercio i cui interessi non coincidevano certo con quelli della base operaia, mentre il progresso delle condizioni economiche sociali dei lavoratori non poteva nuocere ai proprietari terrieri che appoggiavano i conservatori.

I liberali procedettero tuttavia alle maggiori innovazioni: istruzione pubblica gratuita, scrutinio segreto, legalizzazione dei sindacati, concorsi per gli impieghi amministrativi, accesso alle università anche ai non anglicani ecc.

La distanza tra i due partiti non era comunque notevole: conservatori e liberali si avvicendavano al governo con una sostanziale continuità di politica nazionale, il governo del conservatore Disraeli fece approvare norme a tutela del lavoro nelle miniere, nelle fabbriche e sulle navi, provvedimenti sulla sanità pubblica e sulle abitazioni popolari; il gabinetto del liberale Gladstone varò norme di risarcimento dei lavoratori in caso di infortunio e dopo il 1900, quando nacque il partito laburista i liberali, sentendosi minacciati dalla possibile perdita dei voti dei lavoratori sempre più scontenti per il perdurare delle dure condizioni di vita (lavoro, salario, assistenza sanitaria), promossero un vasto programma sociale dai risvolti umanitari.

Si verificò allora una curiosa inversione per cui i liberali, all’inseguimento dei voti che rischiavano di confluire verso il partito laburista, dichiaratamente a favore dei lavoratori, procedevano a darsi un programma di intervento sociale e necessariamente economico, allontanandosi dall’originario liberismo del "lassaiz faire" che veniva invece adottato dai conservatori che si avvicinarono sempre più all’industria ai proprietari terrieri. La mossa dei liberali non si rivelò felice per lungo periodo in quanto i conservatori rimasero forza di rappresentanza delle classi agiate mentre i liberali che avevano ceduto la loro politica agli avversari furono poi sorpassati dalla forza popolare del laburisti.

Diversa è la situazione in Germania e diverso è il suo cammino verso la democrazia. Il cancelliere Bismark teneva saldamente il potere, sotto Guglielmo I, dell’impero tedesco, in cui la Prussia con il suo esercito e i suoi proprietari terrieri aveva un peso preponderante rispetto all’insieme di tutti i venticinque stati del Reich. Il potere del "parlamento" tedesco, il Reichstag o Camera Bassa rappresentante del popolo erano molto limitati rispetto a quelli della Camera Alta rappresentante i principi e gli interessi dell’aristocrazia terriera e Bismark aveva agio di operare secondo gli interessi dei suoi disegni di mantenimento e rafforzamento di quello che in realtà era il "suo" impero, contrastando o favorendo ora gli uni ora gli altri, ma avendo sempre presente di non lasciare spazio alle forze realmente eversive e rivoluzionarie, ossia ai socialisti.

Per unificare l’impero Bismark aveva dovuto combattere ed eliminare una serie di privilegi feudali che gli Junker, grandi proprietari terrieri, esercitavano sui contadini e indirettamente sull’impero. Gli Junker non guardavano perciò con favore Bismark e la sua politica e questi si appoggiò quindi ai liberali che lo aiutarono grazie al suffragio universale maschile da lui voluto per la Camera Bassa, a varare una serie di provvedimenti che andavano incontro ai principi liberali ma che in realtà miravano a eliminare le aree di indipendenza o di forza che potevano contrastare la conduzione unitaria dell’impera.

In questa logica venne promulgata nel 1871 la Kuitur Kampf (battaglia per la cultura) e furono varate leggi clericali mirate a combattere l’indipendenza delta Chiesa nel campo dell’istruzione e la fedeltà dei Tedeschi al Papa di cui proprio nel 1870 si era dichiarata con un dogma l’infattibilità e il conseguente obbligo di seguire le decisioni di Roma in materia di fede, ovviamente e pericolosamente legato alla condotta morale.

In via di principio ciò costituiva una doppia autorità nello stato, tanto più che proprio a causa delle tensioni che tale situazione andava creando si era costituito un forte partito di centro che difendeva la Chiesa e gli stati cattolici dal pericolo  germanico. Bismark poté contare e si basò qui sull’appoggio dei liberali anticlericali e contrari alle ingerenze della Chiesa   nella vita pubblica e privata. La battaglia comune si combatteva così per due obiettivi affatto diversi: i liberali tenevano  alla libertà del cittadino, ma in realtà assecondavano Bismark che teneva solo al potere dello stato e quando egli ritenne che i cattolici non costituivano più un ostacolo ma che anzi potevano essergli utili si alleò con essi per promulgare leggi protezionistiche utili al governo e alle grandi forze economiche, a dispetto dei precedenti alleati liberali.

Le attenzioni di Bismark si rivolgono ora ai socialisti (nel 1875 si era costituito con un programma moderato il Partito socialdemocratico tedesco) visti come pericolosa forza disgregatrice e anarchica.

Il cancelliere non si limitò a mantenere lo status quo, ma promulgò leggi repressive con divieti di riunioni e di pubblicazione che portarono nell’ultimo decennio del ‘900 il socialismo tedesco al bando; nel contempo fece emanare altre leggi che assicuravano miglioramenti effettivi (ad esempio nella previdenza) agli operai di cui egli cercava il consenso a discapito delle loro organizzazioni.

L’azione non ebbe presa sulla base che fece continuamente aumentare i socialisti moderati alla Camera Bassa nelle elezioni del 1890.

La vicenda prese un corso diverso quando nello stesso anno il giovane Guglielmo II, appena divenuto imperatore, e insofferente dell’autorità di Bismark lo costrinse a dimettersi e abrogò le leggi socialiste badando tuttavia a non modificare i rapporti di forza basati sul potere della Camera Alta e della casa regnante.

I socialisti però crescevano di numero e si rafforzavano, le loro richieste di modifiche legislative della rappresentanza si facevano sempre più pressanti, il problema era stato solo rimandato e sarà distratto solo dalle tragiche vicende della prima metà del 900 con la prima e seconda guerra mondiale. Nel 1870 l’ltalia completa la sua formazione con la presa di Roma. Esisteva un parlamento sostanzialmente liberate ma non una forza preponderante e accentrata in un gruppo di potere per cui era necessario formare coalizioni che per le lievi differenze ideologiche e politiche dei componenti erano quanto mai fluide, si formavano, si scioglievano e ricomponevano diversamente in continuazione con passaggio frequente dei deputati da un’aggregazione ad un’altra.

Era il trionfo di quello che sarà chiamato il trasformismo giolittiano (Giovanni Giolitti governò cosi, alleandosi ora con uno ora con un altro avversario del prima dal 1903 al 1914).

Il peggior nemico delta democrazia oltre all’inesistenza di posizioni politiche precise, era l’arretratezza economica e culturale del Paese. Del suffragio maschile allargato nel 1882 non profittarono tutti gli aventi diritto per ignoranza e lontananza cronica dalla partecipazione alla vita sociale, soprattutto nel sud prevalentemente povero e terra di stallo dell’analfabetismo.

Simile a quella tedesca era la situazione nell’impero austro ungarico governato da Francesco Giuseppe e simili furono i sistemi per rallentare l’avanzata delle forze socialiste e democratiche: repressione e leggi previdenziali a favore dei lavoratori.

Si può dunque concludere da quanto sopra che in molti paesi europei nell’ultimo trentennio dell’800 i governi furono portati per calcolo o convenienza e sulla spinta degli eventi a stabilire il suffragio universale maschile che nella prima metà del 900 diventerà effettivamente universale con il voto concesso anche alle donne, ma che tale fenomeno non portò nell’immediato a cambiamenti radicali in quanto il potere rimaneva gestito dalle forze tradizionali: monarchi, governanti, principi, alta borghesia.

Il fenomeno rappresentava però più di quanto poteva apparire manifesto essendo un’idea che anticipava fatti e preparava al mutamento dell’assetto politico dell’Europa con la  nascita e l’affermazione progressiva di grandi partiti di massa, sia socialisti che cattolici, che si basavano ora proprio sul numero allargato degli aventi diritto al voto.

Avanzavano cioè nelle stesse vecchie strutture assolutiste forze democratiche che basavano il loro potere su elementi sociali prima esclusi dalla dinamica politica ed ai cui bisogni e interessi veniva ora prestata una nuova attenzione a discapito dei vecchi privilegi oligarchici e di censo.

 

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