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New Dada Nouveau Realisme |
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Il
movimento New Dada in America e il gruppo dei Nouveaux Realistes in Europa
riprendono in parte negli anni Cinquanta l'atteggiamento mentale del Dada
che può essere così riassunto:
-
rifiuto del concetto e della volontà di produzione dell'opera d'arte
tradizionale;
-
elevazione a valore estetico e artistico di oggetti trovati, (ready-made), dando
così una sorta di "battesimo artistico" ad oggetti d'uso comune;
-
predilezione dell'uso di elementi
derivati dalla comunicazione di massa, fotografie, ritagli, manifesti, ecc.,
rielaborate con montaggi o ricomposizioni.
In
linea con tali principi il New Dada recupera l'uso dell'oggetto e
dell'esperienza quotidiani rispetto alla prevalenza dell'uso della pittura e
della scultura (persistente anche nell'informale europeo e nell'action painting
americano).
Il New Dada americano (il movimento ha protagonisti anche in Europa), con i suoi maggiori rappresentanti, Rauschenberg e Johns, rimane tuttavia profondamente legato all'opera e non ha la carica ironica e dissacratoria tipica del Dada; in tali artisti l'oggetto utilizzato nel quadro ha l'evidente oggettività della realtà viva, ma si trasforma sempre totalmente in pittura o scultura, anche se costituita da una combinazione di oggetti neutri o da simboli stereotipati.
Più
svincolata da pittura e scultura è invece la versione italiana del New Dada con
Piero Manzoni, la cui opera si avvicina più a
Duchamp.
Anche
il Nouveau Realisme è più vicino a Duchamp e al Dada; pone l'accento sul
progetto mentale, sull'evento e sull'azione dell'artista, più che sull'opera,
in un processo di appropriazione della realtà nelle sue coordinate spaziali e
temporali che supera anche la sorta di feticismo insito nel ready made
duchampiano.
In
questo senso non è l'oggetto singolo per i Nouveau Realistes ad essere il reale
in cui si concentra l'operazione artistica: è il mondo intero che diventa un
teatro dell'arte.
Il
gruppo nasce alla fine degli anni Cinquanta ad opera del critico Pierre Restany
a Nizza e vi fanno parte, tra i maggiori,
Klein, Tinguely, Raysse,
César, Spoerri, Villeglé,
Christo,
Rotella.
Il New Dada propone un intervento sulla realtà e
sugli oggetti della civiltà contemporanea, dei quali muta il valore e il senso precostituiti, avendo come
obiettivo di arrivare con un'azione evidente e mirata alla coscienza del
fruitore cui è destinato l'effetto di quel mutamento. L'oggetto assunto dagli
artisti New Dada non è infatti inteso in senso duchampiano, decontestualizzato
e elevato a dignità estetica, ma nella sua qualità oggettiva di elemento o
rifiuto della civiltà contemporanea, oggetto che accompagna la vita quotidiana
prima, durante e dopo l'uso, indistruttibile e inquinante, e come tale è
incluso nell'opera di artisti come Rauschenberg e Johns.
Il New Dada di
Robert Rauschenberg
(1925 / "Letto", 1955; "Mercato nero", 1961; "Buffalo
II", 1964; "Retroactive I", 1964) risente con evidenza degli echi
dell'Action Painting, ma alla pittura sono mescolate cromie solo mentali come
nell'opera "Small Rebus" del 1956, con la scala di colore applicata in
piccoli ritagli di plastica e soprattutto sono assemblate immagini, riproduzioni
e oggetti presi tali e quali dalla realtà quotidiana della comunicazione di
massa e della vita metropolitana: immagini video, fotografie, cartoline,
ritagli, si mescolano a larghe campiture e segni gestuali ponendosi al limite
tra concettualismo e pop-art, di cui l'artista è inoltre considerato uno dei
maggiori rappresentanti. I suoi "combine-paintings" si oppongono così
alla divisione gerarchica tra materiale artistico ed extrartistico, gettando un
ponte verso la dimensione più pragmatica del mondo contemporaneo. Anche
Jasper Johns
(1930 / "Bandiera", 1955; "Three Flags", 1958; "Numeri colorati", 1959)
abbandonando ogni reminiscenza di Action Painting declina il suo talento nella
rappresentazione dei simboli propri della società contemporanea; nel caso della bandiera degli Stati Uniti, oggetto che, avendo
perso nello stereotipo corrente la sua forza rappresentativa, egli recupera in
modo nuovo fornendogli rinnovata identità. Lo stesso lavoro Johns compie su
altre immagini banali e consuete di cui rivaluta il cliché visivo ormai privo
di contenuto per eccessiva familiarità. La rappresentazione dell'oggetto però
coincide in toto con la pura pittura; l'oggetto diviene, sulla tela, pittura nel
contempo astratta e figurativa.
I Nuoveaux Réalistes possono essere considerati il
corrispondente europeo del New Dada americano; essi rifiutano però la pittura
di cavalletto e pongono l'accento sempre più sulla funzione non tanto
dell'opera, ma dell'azione dell'artista, non del prodotto cioè, ma del
produrre, che tende a non essere più un fare ma un essere. L'opera tende a
divenire sempre più una pura testimonianza fisica di tale atteggiamento e di
tali processi operativi.
Si apre così la via alla ricerca centrata
esclusivamente sull'azione considerata completamente avulsa da qualsiasi
contesto di produzione e agente solo nel rapporto stabilito durante il suo
verificarsi con il pubblico. E' il segno di una via più diretta, a volte anche
violenta, di stabilire un rapporto realmente efficace e comunicativo con il
pubblico, anche attraverso l'azione polemica o provocatoria. Su questa linea è
la sostituzione della pittura con la raccolta e presentazione di oggetti di
consumo ordinario (piatti, posate, letti, ecc. ) che vengono sottoposti ad
azione distruttiva simile a quella operata sui valori della società, oppure di
raccolta e conservazione, opposta polemicamente a quella di vertiginoso consumo
operato dalla società. Sono le tematiche dell'assemblage di
Arman, e
Daniel
Spoerri, del suo opposto dissemblage e del décollage di
Mimmo Rotella.
Da un rapporto stretto con la materia e le
possibilità di relazione esistenziale dell'artista con essa si è già passati
così a tematiche che vedono il percorso dalla coscienza già compiuto e
profilarsi l'atteggiamento di rifiuto e di scontro diretto con la realtà
sociale che sarà tipico del fare arte successivo, delle tematiche pop, del
nuovo realismo, del concettuale. Lo stadio finale di compressione delle carcasse
di automobili e macchine di César; non è solo un momento di logica
eliminazione del rifiuto ingombrante, ma simbolo della compressione
dell'esistente operata in ogni momento dal sistema; lo scontro delle macchine
come in Chamberlain, è uno dei momenti della verità, l'attimo in cui si
realizza la potenzialità distruttiva delle macchine stesse; la costruzione di
macchine inutili, ironicamente (e drammaticamente) imitanti il movimento di
macchine funzionali è la pantomima dell'autogenerazione del bisogno e del
consumo nella società contemporanea, come avviene nell'opera di
Jean
Tinguely.
Il campanello d'allarme dell'istinto di
conservazione di fronte all'incalzare della degradazione produttivo-distruttiva,
spinge persino ad impacchettare con gesto drammaticamente protettivo, edifici,
monumenti, montagne, così come l'artista bulgaro naturalizzato
Christo
(1935)
che nello stesso momento rivela gli attriti che vengono a crearsi tra gli
elementi artificiali e la natura costretta a riceverli, come nel caso in cui
ricopre le scogliere di Dover o innalza il suoi "Muro di bidoni" nel
'62, una struttura architettonica fatta di elementi di scarto. In proposito
Pierre Restany scrive che "In un momento in cui l'architettura conta troppi
ingegneri o uomini d'affari e non abbastanza poeti, Christo fa parte di questi
artisti che assumono il rilancio immaginativo di questo campo".
Yves Klein (1928-1962 /
"Monocromi", 1946-58; "Antropometria - Sudario ANT-SU 2",
1961; Tableaux-Feu", 1961; "Ritratto -rilievo di Arman", 1962) si
muove tra sperimentalismo e spiritualismo alla ricerca di valori assoluti e
universali dell'arte e dell'esistenza. Molta parte della sua opera è dedicata
allo studio del significato simbolico del colore nella sua dimensione fisica e
immateriale, con una predilezione per il blu oltremare, che rappresenta per lui
, come scrive Pierre Restany, "il supporto di intuizioni non racchiudibili
in formule" e, nella sua vicinanza all'idea del cielo e dell'universo, il
veicolo ideale di emozioni profonde a livello di intuizione e di comunicazione.
Precedentemente al '56, anno della "rivelazione" del blu, alla fine
degli anni Quaranta, Klein aveva realizzato oltre ad una sinfonia monotona
costituita da un unico lungo suono seguito da un similare silenzio, i primi
monocromi, che dovevano rappresentare lo strumento di individuazione di uno
spazio di pensiero non occupato da una qualsiasi figurazione conchiusa, ma
identificante nello stesso colore bianco un elemento catalizzatore dell'energia
che può agire sui sensi di ognuno.
Studioso di filosofia orientale, Klein assume il
vuoto, inteso non come assenza e negatività, ma nell'aspetto di elemento capace
di generare dalla sua purezza le cose e nella sacralità in cui è considerato
in Oriente, a componente della sua opera.
Una tendenza alla sintesi dell'aspirazione
all'universale si ha in Klein nella successiva scelta dei colori del fuoco, blu,
rosa e oro, per formare una trilogia espressiva di un'emozione pura capace di
scaturire da un elemento fisico altamente simbolico.
Significativi di una volontà di costituire una
traccia che ritenesse l'essenza non rappresentativa ma vitale di un evento sono
le sue celebri "Anthropometries" o "pennelli" viventi
costituiti da modelle nude cosparse di blu e fatte aderire alla carta che si
impregna così del colore e della forma dei loro corpi vivi.
L'evento e la forma in cui il processo mentale di
individuazione di un avvenimento
catartico capace di incidere sulla coscienza e di rinnovarla radicalmente,
aprendo le nuove prospettive di comprensione, si hanno nelle diverse altre
esperienze di Klein, che vanno dal tentativo di dipingere la pioggia di blu
irrorandola di pigmento mentre cala al suolo, ai "ritratti rilievo"
ricavati direttamente sul corpo dei soggetti attraverso calchi.
In un linguaggio radicalizzato in modo assoluto come
spazio mentale l'artista italiano
Piero Manzoni
(1933-1963 / "Achromes", 1958-63; "Fiato d'artista",
1960; "Merda d'artista",
1961; "Linea di lunghezza infinita", 1963) attua una tabula rasa dei
referenti delle implicazioni cromatiche e materiche attraverso l'azzeramento, il
monocromo bianco, anzi l' " achrome", l'assenza del colore
ottenuto con stesure di anonima biacca su teli di stoffa o con garze, cotone,
lana, di vetro e altri materiali contraddistinti dall'assenza del colore e di
una forma qualificabile espressivamente con termini di aderenza a fattori di
psicologia individuale. L'oggetto d'arte comincia ad avere conseguentemente una
sua esistenza indipendente, una sua fisicità autonoma e assoluta.
I termini cardine della creazione, lo spazio e il
tempo, vengono ridotti da Manzoni alla loro entità assoluta attraverso una
contemporanea esaltazione concettuale, data da un lato dall'eliminazione di
qualsiasi implicazione esterna all'entità presa in considerazione, e dall'altro
dalla riduzione ai termini più crudi della stessa entità:
il tempo è quello stesso dell'esecuzione dell'opera come può essere
anche il tempo reale dei giorni che trascorrono rappresentati dai fogli del
calendario; lo spazio diventa una linea misurabile da zero a più o meno
infinito.
Dalla superficie che non ha bisogno di null'altro
che di sé per esistere come oggetto d'arte (senza alcuna necessità di riscatto
da oggetto quotidiano a oggetto museale, come è il caso della tematica dell'object
trouvé), Manzoni passa quindi a considerare come oggetto d'arte
ciò che l'esistente produce e lo stesso esistente. Lo specifico
artistico si sposta così dal fare
opere d'arte all'essere delle stesse opere e dell'artista. Da cui, come è arte
l'oggetto, può essere arte anche il soggetto. Giunge così alla individuazione
del proprio essere e di quello degli altri come momento d'arte. Il tempo
dell'arte, della produzione artistica, per lui non può essere riempito da
null'altro di più vero e assoluto del proprio esistere e dell'esistere. Il
tempo dell'arte coincide con il proprio tempo e con ciò che in tale tempo si fa
e produce: dal respirare al mangiare, al defecare.
Manzoni produce così tra il '59 e il '61 sculture
d'aria, "fiato d'artista", uova autenticate (e mangiate dal pubblico),
"merda d'artista" prodotta e inscatolata poi come una qualsiasi merce
che acquista valore secondo il prezzo di mercato, che egli volutamente fa in
questo caso coincidere con quello dell'oro.
Il processo finisce per coinvolgere dunque l'uomo e
tutta quanta la realtà sino alle persone che salendo su un piedistallo
"magico" divengono opere d'arte e al mondo intero che idealmente
poggiato su una base rovesciata posta da Manzoni ad Herning, in Danimarca,
diviene una grande e totale opera d'arte. "Non c'è niente da fare",
dichiara Manzoni, "c'è solo da essere, solo da vivere". Nelle
operazioni che porta avanti è l'artista che conferisce, con lucida ironia tutta
mentale, la condizione di artisticità all'oggetto.
Più che evidente è il debito che a Manzoni deve
tributare tutta l'arte dei decenni successivi e in particolare il
comportamentismo e la Body Art. La sua opera, insieme con quella di Fontana e di
Klein, rappresenta perfettamente il mutamento culturale avvenuto a cavallo degli
anni '50 e '60 non solo nel campo delle arti ma anche in quello più generale
delle tendenze sociali e del costume. Si diffonde infatti in questo momento una
serie di atteggiamenti tendenti a sovvertire completamente i principi di
individuazione mentale della forma acquisiti dalla tradizione. Ne scaturisce un
fermento vitale che ritiene di potersi realizzare in ogni possibile direzione
del pensiero con una predilezione per il radicalismo assoluto e la provocazione
guidata da profonde e spesso poetiche convinzioni. Da Fontana che può essere considerato il precursore
assoluto di tale tendenza, con il suo uso della tela come realtà spaziale e non
come superficie da ricoprire con una "rappresentazione" del mondo, a
Klein con il suo anelito all'universalità spirituale, a Manzoni con la sua
dichiarata e programmatica antirappresentazione, concretata essenzialmente
nell'idea "dalla quale può scaturire la scintilla mentale (e l'intuizione
poetica) di un rapporto fra l'artista e il mondo" come scrive Giuliano
Briganti, si giunge lungo un processo progressivo e coerente anche se quanto mai
diversificato in molteplici esperienze alle manifestazioni dell'arte concettuale
e "povera". Una coerenza fenomenologica che può comprendere la
massima diversità delle singole storie culturali degli artisti
impegnati in un costante vagabondaggio del pensiero tra i confini della
storia e della storia dell'arte.
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