Mobile Italiano

 

Lo stile neoclassico del Mobile Italiano

Con il diffondersi del verbo archeologico , anche gli arredi tendono ad assumere una rinnovata veste ornamentale. Tale novità ben si riconosce nell'affollarsi sulle superfici , per lo più lineari, di elementi plastico-scultorei in omaggio all'architettura classica: protomi, divinità, bucefali, clipei, strali, rosette, fregi militari, motivi a candelabra , foglie d acanto, modanature classiche, greche, pigne, perle, medaglioni, ovuli, rosoni e l'intero pantheon decorativo greco-romano prende ad ornare le parti strutturali ponendosi in polemica con le ultime esasperazioni del Barocchetto. Il nuovo stile compare in Italia senza assoluta omogeneità, secondo canoni rigidi e invalicabili, quanto piuttosto secondo interpretazioni diverse e fra loro dissimili seppure riconducibili alla stessa matrice originaria. Spesso infatti gli artisti del legno ne diedero una libera interpretazione, specie nei primi anni, fra il 1765 e il 1775, con mobili intagliati e intarsiati che presentavano forti esitazioni a raddrizzare le loro curve.

 

Un mirabile esempio di Neoclassicismo Italiano:

Il mobile Intarsiato di Giuseppe Maggiolini in Lombardia.

Milano fu uno dei maggiori centri del Neoclassicismo Italiano: alla sua affermazione contribuirono artisti del calibro di Giuseppe Piermarini (1734-1808), incaricato ad esempio del restauro di Palazzo Reale nel  1769; Giuseppe Albertolli (1742-1839), collaboratore del Piermarini; il pittore Giuseppe Levati (1738-1828). In questo fervore di rinnovamento vennero rimodernati gli arredi di molti palazzi signorili con pezzi neoclassici di altissima qualità e perfetto equilibrio formale, prodotti nelle migliori botteghe lombarde. Intaglio, laccatura, doratura, tecniche poco usate negli anni precedenti, giunsero ora ad eguagliare le raffinatezze liguri e piemontesi.  Ma il Neoclassicismo lombardo trova nell'arte dell'intarsio la sua espressione più tipica e preziosa, in particolare nel opera di Giuseppe Maggiolini (1738-1814).

Figlio di un guardaboschi ossia camparo del convento cistercense di S. Ambrogio a Parabiago, Giuseppe Maggiolini imparò a lavorare il legno nel laboratorio annesso al convento. Rimasto orfano verso i ventanni e poverissimo, aprì una sua bottega dove eseguiva mobili semplici ma di fattura accuratissima, decorati con motivi intarsiati. Don G.A.

Mezzanzanica, un sacerdote figlio di un allievo del grande ebanista, ci ha lasciato una sua piccola biografia nella quale, tra l'altro, é raccontato il leggendario inizio della sua brillante carriera. L'episodio dovrebbe risalire al 1776, quando il pittore Giuseppe Levati e il marchese Pompeo Litta, passando dalla piazza di Parabiago diretti a Lainate, nella villa del marchese alla quale stava lavorando l'illustre pittore, videro alcuni mobili, esposti sulla strada davanti a una bottega, forse per asciugarne la lucidatura. Il Levati volle fermarsi per esaminare quei mobili di cui ammirò la linea elegante, l'esecuzione accurata, e volle conoscere il geniale artefice. Giuseppe Maggiolini fu invitato così a Lainate per ricevere i disegni  per un comò : riuscì a creare qualcosa di bellissimo che il pittore portò a Milano e fece ammirare ai suoi numerosi amici e clienti.

Altri pittori allora in voga vollero fornirgli i loro disegni per mobili e il Maggiolini rapidamente divenne il Maestro ebanista preferito dalle nobili famiglie milanesi e lombarde: Melzi d'Eril, Borromeo, Trivulzio, Scotti, Sannazzaro, Andreani, d'Adda, Belgioioso, Annoni, Ala Ponzoni, Castelli, Visconti di Modrone, Resta, Pizzoli, Milesi, Rosales, Morigia, Pallavicini, Cusani, Castiglioni, Parravicini, ... . Fu ammesso inoltre a lavorare per la Corte dell'Arciduca Ferdinando, governatore della Lombardia per conto di sua madre, Maria Teresa d'Asburgo, imperatrice d' Austria. Per la Corte Maggiolini non lavorò solo come mobiliere ma anche come  parquetterista realizzando ricchi e complicati pavimenti in legno  intarsiato molti dei quali purtroppo andati distrutti a seguito dei bombardamenti del 1943.

Per i suoi intarsi si é calcolato che abbia adoperato 86 qualità di legno, sfruttandone tutte le varietà di tinte senza mai ricorrere alla colorazione artificiale. Sapeva ottenere l'ombreggiatura dei particolari immergendo i minuti pezzi di lastronatura nella sabbia arroventata. Lavorava sempre sul fusto di noce; i suoi intarsi hanno uno spessore minimo di 2 millimetri e una precisione impressionante nel contorno; le superfici sono per lo più lisce e sono rarissimi gli esemplari che presentano motivi intagliati in rilievo. Preferiva dedicarsi a mobili che offrissero ampie superfici lineari per realizzare veri e propri dipinti in legno. Per questo motivo rarissime sono le sue sedie o poltrone che non offrivano spazi sufficienti per la decorazione intarsiata. A parte le prime opere, fino al 1770, nelle quali le linee lievemente mosse sono ancora influenzate dal gusto del Barocchetto, le successive mostrano chiaramente la nuova linea neoclassica: sostegni piramidali o troncoconici, motivi a candelabra sulle lesene, facciate piatte e piani rettangolari decorati a trofei, corone, medaglioni, volute di foglie d acanto,  festoni e girali, tralci di vite, figure mitologiche greco-romane.

Fra le opere definibili come sicuri capolavori va ricordata la monumentale scrivania realizzata per l'Arciduca Ferdinando.

 

Gli é invece solo attribuito un tavolino da letto con colonna unica e piano inclinabile, retto da un braccio snodato per l'Arciduchessa Beatrice. Il periodo che va dal 1780 al 1796 segna l'apoteosi del mobile di Giuseppe Maggiolini, nominato ufficialmente ebanista delle L.L. A.A. R.R. . E il periodo dei suoi capolavori più indiscussi. 

Nel 1796 gli austriaci lasciano temporaneamente Milano per l'arrivo delle truppe francesi guidate da Napoleone e l'attività di Maggiolini attraversa un periodo di grave crisi, passa cioé di moda. Ma  nel 1805 quando Eugenio di Beauharnais fu nominato Governatore a Milano e in occasione dell'incoronazione di Napoleone a Re d Italia compie un vero e proprio miracolo: gli fu commissionata una scrivania uguale a quella realizzata anni prima per l'Arciduca austriaco ed egli dovette eseguirla in una settimana perché i due mobili fossero collocati en pendant ai lati del trono. Nonostante questo straordinario episodio, però, la sua attività era ormai in declino: pochi clienti commissionavano ancora mobili intarsiati preferendo ad essi la nuova moda dello stile imperiale ma Giuseppe Maggiolini non si piegò mai alla trasformazione bonapartista dello stile Neoclassico. Continuò comunque a lavorare fino alla morte che sopraggiunse nel 1814 con il figlio Carlo Francesco cui lasciò la bottega e pochi altri allievi fra i quali Giovanni Maffezzoli, Vincenzo Cagliati, Gaspare Bassani e Cherubino Mezzanzanica che alla morte di Carlo Francesco ereditò tutto, compresi i disegni e i modelli per i famosi intarsi.

Se pochi furono gli allievi, innumerevoli invece gli imitatori in ogni tempo. 

Rivoluzione Francese


dal 1789 al 1791

Sebbene sia improprio parlare di Stile Rivoluzionario applicato alla storia della mobilia, sono a noi per giunti taluni esemplari che testimoniano come gli emblemi della Rivoluzione abbiano trovato funzione decorativa anche in arredi di foggia neoclassica. Si tratta di cappelli frigi, sanculotte, bandiere tricolori, immagini della dea Ragione e della Libertà o fasci di faretre da cui fuoriescono picche minacciose, o emblemi massonici, cari alla borghesia che all'inno liberale aveva immolato l'Ancien Regime. Il dramma dei nuovi tempi portò à un crollo della produzione di lusso e se ai novi padroni del Direttorio occorreva mobilia di pregio, alle pubbliche aste era possibile comprare a cifre insignificanti quanto di meglio era appartenuto alla monarchia decaduta. In questi anni, Russi e Inglesi arredarono immensi castelli con merce frettolosamente posta all'incanto in Francia. 

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