Liberalismo e filosofia

 

Liberalismo e filosofia

Alla fine dell’800 l’Europa è prevalentemente liberate, intendendo per tale termine uno spirito, un atteggiamento e un comportamento che provengono da una radicata concezione culturale e hanno effetti concreti sulla vita sociale ed economica.

La derivazione culturale del liberalismo risale all’illuminismo settecentesco e ai principi di libertà e capacità di scelta in base all’uso della ragione da esso propugnati.

La libera scelta dell’individuo è concepita dai liberali non condizionata in linea di principio dall’appartenenza a una data razza, religione a classe sociale, anche se può dipendere da interessi, da pregiudizi a convinzioni personali tanto più errati quanto lontani dal senso comune della ragionevolezza e dalla tolleranza che permette a persone e popoli diversi di vivere insieme raggiungendo punti di incontro anche nelle divergenze e soprattutto di avere rapporti umani ed economici di reciproca soddisfazione.

E’ ovvio che gli indottrinamenti della chiesa e le ingerenze della politica nei rapporti tra privati sono malvisti in omaggio alla convinzione che lasciando andare le cose secondo la dinamica più naturale i rapporti sociali ed economici trovano sempre i loro meccanismi di aggiustamento e di progresso pacifico.

La concezione liberale è sorretta da tutta una serie di circostanze culturali e sociali peculiari di fine ottocento. In primo luogo il progresso scientifico e tecnologico che ha cambiata radicalmente nel corso del secolo le condizioni di vita e le abitudini del mondo civile e civilizzato. Ferrovia, vapore e comunicazioni telegrafiche in testa hanno sovvertito il modo di condurre e di pensare la vita e i suoi limiti geografici.

L’applicazione delle scoperte scientifiche è così rapida ed efficace anche nell’uso quotidiano e nelle necessità spicciole che si diffonde sempre più una sorta di fede assoluta ed entusiastica nella capacità della scienza di assicurare un futuro migliore all’umanità. Alla base di tale ordine di cose sta quello altrettanto saldo della natura immutabile nei secoli e dell’uomo al centro di essa padrone delle cose e della sua storia.

Sia la ricerca scientifica che avanza non solo in direzione dell’applicabilità concreta e quotidiana, ma anche in quella della pura teoria, che il continuo progredire e mutare dello scenario della vita contemporanea insinuano sempre più rapidamente una diversa concezione culturale più dinamica e volta naturalmente all’osservazione del cambiamento risalendo all’origine dei fenomeni e seguendone l’evolversi da una forma a condizione all’altra.

Esempio eclatante e portatore di insospettabili conseguenze è la teoria evoluzionista di Darwin. Nel 1859 Darwin pubblica "L’origine delle specie", proponendo con sicurezza una teoria che bandisce qualsiasi concezione finalistica buona o cattiva della vita. Le specie viventi, secondo Darwin, progrediscono ed evolvono non secondo un ordine prefissato, così come affermato ad esempio da ogni religione, ma a seguito di un adattamento per via ereditaria alle condizioni esterne. Le specie viventi ricevono in eredità caratteristiche più o meno utili alla sopravvivenza e quelle che possiedono maggiori caratteristiche utili o necessarie sopravvivono trasmettendole alla discendenza che così via via si trasforma in tale direzione acquistando forme e atteggiamenti come il mimetismo o l'aggressività capaci di assicurare la sopravvivenza e la procreazione.

Gli individui delle specie carenti di tali caratteristiche vengono inevitabilmente sopraffatti e soccombono all’ambiente circostante, mentre quelle specie che non sviluppano tramite il mutamento ereditario gli aspetti più idonei alla difesa e alla preservazione si estinguono. Ne consegue in via logica che le specie esistenti sono necessariamente le più idonee ad esistere e anche, forzando facilmente, le più meritevoli. Da qui la pericolosa concezione che gli individui, animali o persone, che dimostrano una maggiore capacità di dominare gli eventi, ossia i più forti, fossero naturalmente superiori ai più deboli (es. i bianchi sui neri, o certi popoli come i tedeschi o gli inglesi migliori degli altri in quanto ricchi di una storia o di una capacità di dominio superiore agli altri).

Questa sorta di autorizzazione scientifica data alla forza e agli elementi che si dimostravano i più adeguati a dominare l’ambiente dà una forte spallata anche alla concezione liberale dei rapporti sociali ed economici, basata al contrario sul rispetto della libertà, dell’indipendenza e dell’autonomia dell’agire secondo la ragione, lo spirito di convivenza, il lassez faire.

Alla convinzione, cui Darwin non giunse, limitandosi allo studio e all’osservazione dei fenomeni, della superiorità di una razza su un altra contribuisce lo sviluppo degli studi di antropologia e di psicologia, basati sull’assenza di qualsiasi considerazione finalistica attinente al bene a al male nello studio del comportamento individuale e sociale.

Se da una parte questo metodo guadagnava in scientificità e obiettività e portava ad affermare che l’adattamento all’ambiente non era indice di superiorità ma una necessità biologica e antropologica, dall’altra spinge il senso comune in direzione opposta, nella convinzione della superiorità delle comunità sociali più progredite e nella negazione dei valori fondamentali del giusto e dell’ingiusto, che vengono sostituiti in ambito sociale dal necessario e dall’inadeguato allo scopo della sopravvivenza o della supremazia e in ambito individuale dalla convinzione personale e dalla condizione psicologica.

Anche qui la religione che era stata la guida più sicura del secoli precedenti è la più colpita allorché si dà ad essa un valore di rito sociale appartenente alla natura dell’uomo e alle sue necessità di combattere l’angoscia della solitudine universale e la paura della morte. La concezione illuminista e liberale di un comportamento basato sulla razionalità e sull‘autonomia dell’intelligenza riceve una ulteriore scossa dalla diffusione degli studi di psicologia basati essenzialmente sui processi associativi grazie ai quali viene alla luce che il comportamento animale e umano è in molti casi basato su risposte condizionate da stimoli esterni e da conoscenze acquistate più che dal libero esercizio della razionalità.

A questi studi si affianca l’opera determinante per tutta la cultura contemporanea di Freud con la fondazione della psicoanalisi, anch’essa ben lontana dal basarsi sulla logica razionale per spiegare i fenomeni del comportamento umano, parte dei quali altrimenti inspiegabili, che vengono collocati al di fuori della coscienza e del controllo che essa esercita sull’individuo.

Ed all’inconscio e all’irrazionale, al sogno come veicolo per comprenderli è dedicata gran parte dell’opera di Freud, mentre queste ultime categorie vengono assimilate dal linguaggio dalla cultura comune arricchendoli da un lato e minandone la passata sicurezza dell’altro.

Come se non bastasse a queste nuove teorie e studi riguardanti il comportamento umano si accompagna una vera propria rivoluzione persino in ambito ben più materiale come quello della fisica, a partire dalla base della materia, l'atomo, particella unitaria, statica e immutabile così come era stata da sempre ipotizzata dagli antichi greci.
L'energia a sua volta era ritenuta separata e prodotta distintamente dalla  materia. Gli studi di Becquerel, dei coniugi Curie e di altri portarono invece alla scoperta della radioattività, ossia all'emissione di energia da parte dell'atomo allorché si disintegrava e alla successiva scoperta della composizione dell'atomo, non più unita basilare della materia, ma insieme elementi in relazione dinamica tra loro, protone al centro ed elettroni attorno ad esso come in un'orbita.

Se però  l'atomo energia disintegrandossi, ciò significava da un punto di vista umanistico la possibilità da tempo inseguita di trasformare la materia e la perdita contemporanea di un'altra certezza.

La teoria della relatività di Einstein completa se possibile il quadro dell'instabilità e dell'abbandono di punti fermi.

Anche lo spazio tridimensionale perde la sua definizione assoluta e diviene relativo al punto di vista, alla posizione e al movimento dell'osservatore, introducendo una quarta dimensione che è quella spazio temporale.

Cadeva così la saldezza della costruzione newtoniana del mondo basata solo sulla legge gravitazionale e sulla quale si basava il senso comune dell'ordine delle cose.

Una nuova certezza prende il posto delle precedenti: la convinzione che la coscienza sia l'unica strada certa per giungere alla conoscenza esatta del mondo e ciò che andava fuori i confini della posibilità di indagine scientifica rimaneva oscuro e incerto o non conoscibile.

Anche la filosofia e l'arte sono influenzate dalle nuove conquiste e teorie scientifiche. Sull'induzionismo darwiniano si basa l'agnosticismo di Spencer, ossia la rinuncia a indagare ciò che non può essere indagato dalla scienza, la rinuncia a sistemare in teorie più o meno probabili e vorosimili ciò che non può essere dimostrato con prove imconfutabilmente scientifiche e non solo sul filo della logica.

Tale visione si accompagna all'evoluzionismo darwiniano ritenuto come plausibile e accettabile teoria del progresso e dei mutamenti genetici.

L'evoluzionismo influenzò anche l'opera filosofica di Nietzsche e la sua teoria del superuomo pericolosamente poi travisata dai movimenti nazionalistici come riferimento teorico e avallo filosofico sulle altre ritenute inferiori e dominabili.
Il mutato scenario sociale ed economico causato all'irrompere di un relativo progresso scientifico e di una tecnologia in espansione vertiginosa si esprime anche nell'arte che perde ogni contatto con la storia del passato e ancora di più con la rappresentazione mitologica o religiosa che aveva nutrito migliaia di soggetti sino all'800 di Ingres, per rivolgersi alla vita contemporanea della città in continuo mutamento o alla natura di cui viene però colta l'impressione momentanea, il trascorrere del tempo e la mutabilità dell'atmosfera con una totale immersione nella relatività e un allontanamento da qualsiasi concezione preordinata o di ordine prestabilito.

La mobilità di visione dell'impressionismo è una chiara manifestazione delle nuove esigenze di corrispondenza alla realtà che si vanno profilando.

 

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