Nel 1978 si trasferì a Cuevernaca in Messico. Morì nel sonno il 18 marzo
1980. Come da sua volontà, il suo corpo venne cremato.
Ambigua, certo. Libera, indubbiamente. Un mito, sicuramente. Tamara de
Lempicka, la bella polacca, la star del periodo tra le due guerre: pochi
altri più di lei avrebbero potuto ergersi a simbolo della sua epoca,
dell'élite della sua epoca, beninteso, di quell'élite che amava
frequentare il Ritz a Parigi o il Grand Hótel a Monte Carlo e che oggi
chiameremmo jet-set.
Ancora nel 1978 il «New York Times» la caratterizzava
quale «dea dagli occhi d'acciaio dell'era dell'automobile». In realtà il
suo più famoso autoritratto, quello intitolato Tamara sulla Bugatti
verde, tradisce qualcosa del tipo di rapporto esistente tra Tamara e i
congegni meccanici, fossero questi d'acciaio o in carne ed ossa ...

Nudo disteso 1925 c |

Ritratto
della Duchessa
de la Salle1925 |

Ritratto di Ira P. |
Donna-automobile, automobile-donna ... dove comincia
una, dove finisce l'altra? Quale rapporto esiste tra loro? E quale tra
loro e i maschi? Difficile dirlo. Porre la questione in questi termini
significa anche porre la questione dell'ambiguità di Tamara de Lempicka,
un'ambiguità che la sua vita e la sua opera testimoniano diffusamente. E
nel farlo occorre anche lasciare un buon margine d'incertezza, che
proprio quando uno crede di avere finalmente scoperto il segreto, d'un
tratto s'accorge che deve ricominciare tutto daccapo: i dati di partenza
erano completamente falsi! Così, per esempio, Tamara non ha mai
posseduto una Bugatti verde, bensì una piccola Renault d'un giallo
sgargiante. Quel che conta, diceva, è che «io sia abbigliata come la
macchina, e la macchina come me».
L'immagine che si ha di Tamara è quella della star
incontestata di un concorso di moda. La vediamo scendere dall'automobile
e presentarsi alla giuria, della quale, magari, fanno parte il grande
Gatsby, Hemingway o Coco Chanel, e, con la mano abbandonata sul cofano,
posare in un atteggiamento fiero ed elegante. Perfetta armonia tra donna
e oggetto, l'una vestita da un grande stilista, l'altra provvista del
marchio di fabbrica del suo costruttore e del suo designer. Di solito i
due elementi del quadro sono interscambi abili: la donna, nella nostra
società fondata sul possesso, diventa oggetto, e la macchina una
proiezione del potere virile che l'ha creata. Il simbolismo che vi è
implicito non può sfuggire a nessuno: poggiando la sua mano sul cofano,
sotto il quale 400 CV aspettano solo di essere accesi, la donna — esile
apparizione in elegante abito anni ’20 – in un certo senso dichiara la
sua sottomissione a una forza che, nell'impetuosa della macchina, trova
una delle sue espressioni più genuine.

Ritratto
del Gran Duca Gabriel c. 1927 |

Ritratto
di Marjorie Ferry c. 1927 |

Kizette on the Balcony 1927 |
Un'interpretazione di questo genere non tiene conto
ovviamente che – almeno nel caso di Tamara – proprio l'automobile è
anche lì un simbolo dell'emancipazione femminile. La sua padrona, guarda
caso, esercita su di essa un potere assoluto, la può costringere a fare
tutto ciò che ella vuole, può spingerla a dare le sue massime
prestazioni e può farne la sua docile schiava. Per una donna come Tamara
de Lempicka è del tutto naturale manipolare il simbolo della forza, qui
rappresentato dal motore, in modo tale da farne solo un mezzo
completamente a propria disposizione.
La conseguenza è che la nostra eroina conduce un
rapporto per lo meno sospetto tanto con l'automobile, quanto con la
donna e con l'uomo, un atteggiamento non sempre libero da un certo
smarrimento percettibile dietro la facciata apparentemente impeccabile.
Ma gli altri –si chiede lei –, indipendentemente dal loro sesso, dal
loro genere, sono alleati o rivali? Perché non è possibile passare dal
femminile al maschile, a seconda che una donna sia complice o autista,
amante o maîtresse, secondo il proprio grado di femminilità ... o di
mascolinità? In fin dei conti ogni essere umano, donna o uomo, è una
sottile mescolanza dei due.
La vita e l'opera di Tamara de Lempicka sono
profondamente segnate da questa sottile mescolanza. Ne sono anche il
riflesso, come uno specchio deformante. Non è un caso che il suo
«autoritratto» sia «con automobile»: quest'ultima funge qui da
meccanismo ammirato ovvero da equivalente dell'amore, capace, nella sua
duplicità, di offrire all'anima di un mortale una salutare alternanza.

Andromeda 1927-28 |

La piena estate 1928 |

Primavera 1928 |
Con questa ambiguità a metà strada tra formula
matematica e formula magica, Tamara gioca fino all'estremo. Attenzione,
però: proprio come altre eroine famose – dalla Hadaly del romanzo «L’Eve
future» di Villiers de L'Isle-Adam alla Coppella di E.T.A. Hoffmann a
quel meraviglioso automa che è la «Francine» di Descartes alle «macchine
celibi» dei surrealisti – anche Tamara è capace di strangolare la rivale
o di annientare l'eroe con lo stesso supplizio subito da Prometeo. Non
si può sottrarre impunemente agli dei il fuoco della conoscenza e della
scienza solo per alitare un'anima in voluttuosi folletti, in quegli
inquietanti signori che uno ama e dipinge. Compiacente maîtresse o subdola vipera, docile
animaletto o belva sanguinaria, Tamara – proprio come la sua automobile
a due posti – può condurre i suoi amanti e le sue amanti, la sua
creatura, i suoi padroni e le sue padrone verso il piacere, verso la
libertà, verso l'oblio, ma anche contro un albero, verso i tormenti
dell'inferno ...

Ritratto di uomo incompiuto
Tadeusz de Lempicki, 1928 |

Le ragazze, 1928 |

Ragazza
coi guanti, 1928
|
Niente di strano, così, che altre donne affascinate
dalla simbiosi esistente tra autista e automobile le dichiarino: «Lei
appare così stupenda nella sua automobile, che io vorrei tanto fare la
Sua conoscenza.»
Così avvenne il suo primo incontro con la direttrice della rivista
tedesca di moda «Die Dame» che le ordinò l'Autoritratto per la copertina
del suo giornale. Il risultato fu che il dipinto divenne d'un tratto
famoso e celebrato quale ritratto della donna moderna. Col tempo sarebbe
stato riconosciuto anche quale perfetto ritratto del suo tempo. Da quel
momento la rappresentazione dell'artista sarebbe stata identificata con
quella della meccanica. A Hollywood il quadro fu utilizzato per il
manifesto dell'opera teatrale: «Tamara: A Living Movie». «Das Magazin»
paragonò la Lempicka a una bella Brunilde: lei e la sua automobile
personificavano il duplice aspetto della donna superiore e allo stesso
tempo voluttuosa. Ancora nel 1974 «Auto-Journal» avrebbe celebrato
l'autoritratto Tamara sulla Buoni verde quale immagine genuina della
donna indipendente, della donna che sa imporsi. «Porta guanti e casco di
pelle. È inaccessibile: una bellezza fredda e irritante dietro la quale
si intuisce un essere fantastico — questa donna è libera!»
«Sic transit gloria ...» annota Giancarlo Marmori
nella sua introduzione al lussuoso volume che Franco Maria Ricci ha
voluto dedicare alla «bella polacca», a questo «tableau vivant»: «quando
nel luglio 1972, a Parigi, presso la Galerie du Luxembourg fu
organizzata una retrospettiva delle opere di Tamara de Lempicka, nessuno
conosceva più, nessuno ricordava più questa pittrice tanto in voga ai
tempi dello stilista Paquin, questa bella signora dal nome strano,
probabilmente di origine slava, che sembrava preso in prestito al
raffinato repertorio della pseudonimia jugendstil ...»

Ritratto
del Doctor Boucard, 1929 |

Romana de la Salle, 1929 |

Donna in blu
con chitarra, 1929 |
È vero che la biografia di Tamara de Lempicka, nata
Gorska, è piuttosto scarna. Come Greta Garbo, che apparteneva alla
cerchia delle sue conoscenze, anche questa diva della pittura Art decó
ha fatto di tutto per cancellare quasi ogni traccia e lasciar trapelare
solo rari frammenti biografici dietro il velo di un silenzio pieno di
mistero: frammenti scelti, s'intende, glorificanti, che si srotolano
davanti agli occhi dell'osservatore come gli episodi di un film. Eccola
comparire ora col nome de Lempicka, ora col titolo di baronessa Kuffner,
che deve alle sue seconde nozze col barone ungherese Raoul Kuffner. Come
venuta dal nulla, fa la sua improvvisa apparizione a Parigi nel 1923: si
ritiene che abbia non più di sedici anni. Secondo Adam Riese dovrebbe
essere nata, quindi, intorno al 1906 o 1907. Ella stessa, però, dichiara
che le sue prime nozze sarebbero avvenute nel 1916. A dieci anni? È nata
a Varsavia? Chissà. Almeno una cosa però è certa: arriva, accompagnata
dal suo primo marito, Lempicki, direttamente dalla Russia per cercare
scampo dal bolscevismo.
Vive la vita bohème di Montparnasse, sul versante dei
«ricchi», si capisce, a Auteuil. Per essere un'emigrante ha uno spirito
alquanto rivoluzionario, anche se è piuttosto quello di Maria Antonietta
che al popolo consigliava: «Non c'è pane? Mangiate biscotti!» Secondo
l'espressione di moda negli anni '20, Tamara era «smart».

Nana de Herrera, 1929 |

Saint Moritz, 1929 |

Ritratto
di Madame Boucard, 1931 |
Due aneddoti riferiti da Giancarlo Marmori illustrano
questo atteggiamento spirituale o, meglio, questo stile di vita. Secondo
il primo, una volta, in un periodo in cui certamente Tamara non nuotava
nell'oro, sarebbe entrata in una pasticceria e avrebbe comprato una
dozzina di bigné alla crema che voleva utilizzare come soggetto per una
natura morta. Sennonché la pittrice sarebbe stata così affamata che,
senza pensarci due volte, avrebbe preferito fare della futura «natura
morta» un bel boccone. Come Jean Cocteau, che frequentava la sua stessa
cerchia, Tamara poteva resistere a tutto ... ma non alla tentazione.
Teatro del secondo aneddoto è il caffè « La Coupole
», ritrovo di artisti e intellettuali nel cuore di Montparnasse, durante
una serata in compagnia del pittore futurista F. T. Marinetti. Dopo
abbondanti libagioni e un focoso discorso dell'autore del manifesto dei
futuristi italiani che terminava con l’appello «Bruciate il Louvre!»,
tutto il gruppo di artisti e poeti, non più lucidissimo, decide davvero
di dare alle fiamme un tal simbolo del passato. Purtroppo, però,
l'automobile che avrebbe dovuto portare l'illustre combriccola sul posto
– la gloriosa automobile di Tamara – è sparita. L'avventura termina
alquanto banalmente al commissariato di polizia, dove l'artista sporge
denuncia per furto dell'automobile .. .
In un certo senso Tamara de Lempicka è un dandy,
paragonabile a George Brummell o meglio alla contessa Greffulhe che
ispirò Marcel Proust per la caratterizzazione della sua duchessa de
Guermantes. Ella possiede quel certo non so che rende i suoi modi tanto
accurati, tanto inimitabili, tanto perfetti che la sua inconfondibile
superiorità s'impone come da sé, irresistibilmente. Questa tendenza al
dominio e i suoi devastanti effetti su un uomo possono essere illustrati
al meglio dal suo rapporto molto particolare (quasi farsesco) con
Gabriele d'Annunzio. Un'avventura sulla quale ci intratterremo ancora e
che l'artista riassunse così all'editore Franco Maria Ricci: «Ero una
donna bella e giovane e davanti a me avevo un vecchio nano in divisa.»
Un'ulteriore similarità con Brummell – a parte che dandismo non si
dovrebbe confondere con eccentricità – consiste nel fatto che il segreto
dell'uno e dell'altra dipende da quell'ineffabile aura che ha fatto del
primo il principe del suo tempo e dell'altra la star della sua epoca,
mentre entrambi hanno lasciato tracce solo molto deboli nella memoria
storica.

Ritratto
di Pierre de Montaut, 1931 |

Ritratto di
Marjorie Ferry, 1932 |

Adam and Eve c. 1932 |
Questo dandysmo si ritrova anche nel decoro di cui
Tamara vuole circondarsi. Così, per esempio. dal 1933 fino alla sua
partenza per gli Stati Uniti, al culmine della carriera, abita in una
dignitosa casa di proprietà a tre piani in Rue Méchain che rispecchia
esattamente il suo gusto e che il giornalista Marmori descrive come
segue: «Le cronache del tempo non si stancavano di fornire entusiastiche
descrizioni dell'arredamento e delle strutture <up-to-date> di questa
casa di città progettata da Mallet-Stevens, l'architetto dei conti di
Noailles e di Poiret. Riferiscono di toni grigi e di cromature, di un
bar all'americana, di rivestimenti in legno e di tappezzerie beige.
Secondo uno di questi cronisti, la camera da letto dell'artista è
avvolta in una luce verde sottomarino. La pittrice riceveva qui la crème
de la crème di Parigi e i giornali riportavano sempre dettagliati
resoconti dei suoi «parties». Nel 1937 vi ricevette gli ambasciatori di
Grecia e Perù, van Dongen e la principessa Gagarin, Kisling e il Dr.
Woronow [che le fece un'offerta di matrimonio e collezionò le sue opere,
n.d.a.], la duchessa di Villarosa e Lady Chamberlain, il suo maestro
André Lhote e i coniugi Clémenceau. La bellezza, l'eleganza e la fama
dell'artista erano al centro di un'ampia e mutevole cerchia di amici e
conoscenti; le personalità di cui si circondava erano come corpi
celesti, grandi e piccini, luminosi e spenti. Non pochi reporter
cadevano in estasi solo per un suo sguardo (e d'Annunzio l'aveva
definita addirittura <donna d'oro», affascinati dalle sue mani, dai suoi
capelli, dal suo abbigliamento. A Fernand Vallon, che va a trovarla
allorché lei sta lavorando alla sua Andromeda, si presenta <in una veste
purpurea, cardinalizia, con smeraldi profondi come il mare: bionda,
stupendamente bionda, con mani delicate e ornate da unghie d'un rosso
sanguigno>, spinge da parte grandi tele <che ricordano il velluto
grigio, lo stesso della sua tappezzeria>. Un giornalista del <Monterey
Herald>, che poté intervistarla nel 1941, rimase senza respiro
all'apparizione di <questo essere slanciato> e della <folta capigliatura
rosso oro che le ricadeva sulle spalle>. Tutti sono stupefatti e
riescono a parlare di lei solo ricorrendo a iperboli, come fa l'anonimo
redattore della rivista <These Women> che ha l'occasione di vederla
abbandonata su un divano celestiale, in una veste di satin bianco,
ornata, leggiamo, <di piume di marabù bianche e morbide come lana>. Lo
stesso cronista aggiunge che Tamara è alta (ed è vero) e, inoltre, magra
e liscia, ma dolcemente arrotondata là dove occorre».

Ritratto
Madame M. 1933 |

Ritratto di
Suzy Solidor, 1933 |

Mujer al Telefono |
E così via fino a Franco Maria Ricci che, con una
punta di nostalgia, ricorda: «Un giorno, nel suo appartamento al Grand
Hótel, Tamara accavallò distrattamente le gambe e, come in un film,
intuii i fantasmi involontari di una seduzione da anni Trenta.»
Le sue prime lezioni di pittura Tamara le prese da
Maurice Denis, al la Académie Ranson. Maurice Denis è il pittore
celebrato non solo dai suoi contemporanei per quel principio, da lui
insegnato ai suoi allievi, secondo il quale non bisognerebbe mai
dimenticare che un dipinto, prima d'essere un purosangue in battaglia,
una donna nuda o un altro soggetto qualsiasi, è essenzialmente una
superficie piana ricoperta di colori accostati in un certo ordine.
Nonostante questa posizione teorica «moderna»,
Maurice Denis rimase invece per tutta la vita un pittore prettamente
decorativo, dallo stile arcaicizzante, postsimbolista, perfino là dove
si sforzava in tutti i modi di «rinnovare» il soggetto credendo di
combatterlo per mezzo di semplici sostituzioni, come nel quadro Le Muse
dove, alle divinità greche comuni in questo genere di pittura, egli
sostituisce figure di evidente origine borghese a passeggio per il Bois
de Boulogne. In quello stesso periodo uno come Eugène Poughéon non
esitava invece ad accostare Veneri e Pegasi a un Jockey-Club, mentre il
suo rivale Emile Aubry si permetteva di collocare in stile rococò una
vamp liberty sul groppone di un centauro. Ciò non toglie che Maurice
Denis fosse un insegnante esigente e metodico e che l'accurata
formazione da lui data a Tamara consentisse alla pittrice di creare
opere complesse e compiute.

Dormiente, 1935 |

Donna con guanto verde |

Vecchio con chitarra, 1935 |
L'impronta decisiva, tuttavia, fu data alla
formazione di Tamara da André Lhote, un artista versatile, allo stesso
tempo pittore, decoratore, critico, insegnante e teorico dell'arte:
attività che egli, però, non sempre riuscì a conciliare e che anzi
spesso impedirono di realizzare una sintesi delle sue ispirazioni. André
Lhote è lo scopritore di un nuovo cubismo, rivisto, un cubismo che è
«innocuo» come i colori «borghesi», un cubismo cosiddetto sintetico che
Tamara fa immediatamente suo. Si trattava, in altre parole, di
conciliare l'iconografia da salotto (o meglio dei sostenitori
dell'accademismo e di altri pittori convenzionali) con gli esperimenti
del cubismo d'avanguardia di un Braque, di un Juan Gris o di un Picasso.
Insomma, di trovare un cubismo adatto al gusto borghese (in fin dei
conti bisogna convivere col proprio tempo), un cubismo addolcito,
certamente, che non stonasse nemmeno sulle pareti di una dimora «come si
deve» e che non facesse sussultare per lo spavento i visitatori. Lhote
era del parere che occorresse trasportare sul piano plastico quello che
gli impressionisti avevano realizzato sul piano cromatico; d'altra
parte, però, del cubismo lo interessava solo il suo aspetto
costruttivistico, razionale, che, a suo parere, consentirebbe di
conservare sempre intatti in un dipinto i fenomeni del mondo naturale e
le forme degli oggetti, considerato che, per esempio, anche il corpo
umano sarebbe un oggetto come gli altri. Questo era ciò che lui chiamava
«metafora plastica», alla quale Tamara ricorse sempre nella sua
creazione artistica, sia nei suoi harem popolati da provocanti balorde,
sia nei suoi nudi, allo stesso tempo allegorie della lubricità, sia nei
suoi ritratti dall'espressione affettata, tipica di una certa casta. Il
lato negativo di questo atteggiamento risiede indubbiamente nel fatto
che questo tipo di neocubismo, derubato della sua forza iniziale,
conserva in genere solo gli aspetti più superficiali del cubismo
originario. Non è possibile ridurre le figure a puri valori cromatici
uniformi solo in nome della plasticità. Significherebbe confondere
accademismo e semplificazione del dipinto. Diremmo che André Lhote ha
confuso cubismo e geometrismo senza avere capito che il cubismo comporta
la completa ridiscussione del sistema figurativo rinascimentale.

I rifugiati, 1937 |

la Madre Superiore, 1939 |

Dama in blu, 1939 |
Questo stile compromissorio visse il suo apogeo nel
1925, a Parigi, con la famosa «Exposition Internatinnale des Arts
Décoratifs et Industriels Modernes». In realtà la mostra presentava una
cospicua sintesi delle diverse posizioni artistico-decorative del tempo.
Tanto nel settore dell'arredamento che in quello degli accessori, della
moda, dei tessuti, lo stile Art déco praticato da artisti come Lhote ma
anche da La Fresnaye, Valmier ecc., rappresentava il tentativo ufficiale
di una sintesi tra i dati del cubismo e una figurazione più semplice,
stilizzata.
Viva la distrazione, la gioia di vivere, la
sicurezza! In questa illustre società postbellica che, appena
disorientata dalla comparsa dei nuovi ricchi e travolta dalla gioventù
dei «folli anni Venti», sente la sua forza di resistenza indebolirsi
sempre più, Tamara si trova completamente a suo agio. La nuova
aristocrazia, decisa a investire i suoi capitali in imprese tanto
prestigiose quanto fruttuose, comincia a fiutare la misura del profitto
ricavabile da opere d'arte ad effetto e intuisce le enormi possibilità
che questo settore può offrire alla speculazione. Non ci vuole molto e
illuminati mercanti d'arte impegnati per il riconoscimento di un'arte
maledetta – così Durand-Ruel per l'impressionismo e Kahnweiler per il
cubismo – vengono sostituiti da ambiziosi e avidi affaristi. Sotto la
loro influenza e nonostante iniziali rancori, la borghesia si appropria
dell'arte moderna, ben sapendo che si tratta di un valore sempre in
crescita. Gli artisti pronti a produrre su ordinazione e impazienti di
trovare un posto in qualche collezione privata non mancano. «Ma ti
piace?» – «Ah, che vuoi, piano piano ci si abitua!»

Calla Lilies, 1941 |

Chiave e mano, 1941 |

Donna in giallo |
In fin dei conti quel che conta è far fronte comune
contro i bolscevichi, contro l'«uomo col coltello tra i denti». Bisogna
emanciparsi. Oggi diremmo: bisogna appropriarsi di queste forze, di
queste creazioni, per renderle inoffensive, rimanendo tuttavia se
stessi. La pittura moderna non deve necessariamente essere considerata
reazionaria; anche l'accademismo potrebbe essere in grado di far
progredire l'arte senza per questo rivoluzionarla. Con la pittura di un
Bonnard, di un Vuillard o di un Matisse si può convivere senza
difficoltà. E allora perché non salvare del cubismo e del fauvismo quel
che non disturba? I regimi totalitari seguono coerentemente questa
dottrina, come in Russia, dove il realismo socialista viene propagato
tanto nella pittura quanto nella scultura. René Huyghe lo chiama
«ritorno alle forme fenomeniche», come se dopo le grandi catastrofi,
dopo i massacri, la vita pretendesse di riavere i suoi diritti.
È il trionfo ufficiale dello stile degli «artistes
français», il rifiorire della pittura accademica. Imitazioni moderniste
non sono aliene da un certo neo-ingrismo, qui Tozzi, là Kisling. Ingres
e il suo Bagno turco – al quale il dipinto di Tamara La bella Rafaela
deve molto – godono di ampio favore. Riguardo a svariati pittori allora
di moda non si esita a parlare perfino di «cubo-ingrismo». La donna
quale soggetto pittorico viene protetta dal «massacro» cui è stata
sottoposta dal fauvismo, dall'espressionismo e dal cubismo. Si fa
ricorso alla tradizione francese, si difende la «pittura quale
mestiere», la pittura senza cosmopolitismo o intellettualismo e si
prepara così il terreno per una vera e propria caccia alle streghe, una
caccia ai «forestieri» che raggiungerà il suo apice con Hitler, con i
roghi di opere d'arte e infine con l'inaugurazione da parte di Goebbels
di quella mostra rimasta tristemente celebre col titolo di «Arte
degenerata». La parola d'ordine dei saloni è «lavorare con buon gusto e
accuratezza». Il nudo femminile – un tema notoriamente molto amato da
Tamara – ha una posizione privilegiata quale eredità delle generazioni
passate e conseguenza naturale dell'insegnamento accademico. Dopo tutti
gli orrori passati, i saloni offrono finalmente il rifugio che ci vuole!

Paesaggio surrealista |

Mano surrealista |
Personalità di spicco sono, in questo caso, Miklos,
Poughéon, Emile Aubry, René Crevel, Fauconnet ... che incoraggiano
questo stile decorativo compiacente e compromissorio, velocemente
risistemato e riutilizzato in ogni settore dell'arte decorativa, giusto
di moda, e ben presto divenuto esso stesso una forma di accademismo. Un
critico del tempo, difensore di questa corrente, diffonde il suo punto
di vista con un pamphlet dal titolo «La folle picturale», nel quale si
sofferma sull’opposizione esistente tra arte vera e arte d'ispirazione
«bolscevica». «Hanno stupidamente osato sabotare perfino il disegno»
scrive «una scusa da ignoranti, scansafatiche e pressapochisti. E chi
sostiene che la deformazione sia il mezzo giusto e immancabile per dare
forza all'espressione, ricorre a una sofisticheria fin troppo evidente
... Si può capire un dramma solo con la verità del movimento, con
l'espressione del viso, col decoro, col colore, e questo è ciò che
l'artista deve dare. Ma per un espressionista o un surrealista è molto
più comodo ricorrere alla caricatura e alla bruttezza. E di questo
dovremmo esser loro perfino grati, del fatto che riconoscono che la
pittura dovrebbe cercare di significare qualcosa. Come dice, non a caso,
la nuova formula? <La pittura d'oggi non deve esprimere sentimenti di
sorta>. Appunto: tanto vale guardare una collezione di farfalle o un
tappeto turcmeno, allora. Se un'arte che pretende di essere <viva> viene
ridotta a simili pochezze, c'è ben poco da fare. Quando i mosaicisti
bizantini o gli affrescatori delle cattedrali ricorrevano alla
deformazione, vi erano costretti dalla cena oppure dalla particolare
illuminazione, e con quanta intelligenza vi riuscivano!»
Eterna polemica: gli stessi argomenti che vengono
utilizzati ogni Alai volta si pretenda di dividere le avanguardie
dall'estetica ufficiale momento.
Un sermone del genere, comunque, sarebbe stato solo
l'inizio, il peggio doveva ancora venire. Perfino Lhote, insieme a
Bissière, non esitò a lanciare un «appello all'ordine» che oggi, con
l'opportuna distanza storica, può suonare solo tremendo. Chiunque doveva
ritornare a «scuola del museo», al Louvre, dove da poco era stato
inaugurato con gran pompa l'Atelier di Courbet. In un suo intervento
incluso nel catalogo della mostra «Les Réalismes» del Centre Georges
Pompidou, Christian Derouet stabilisce che «il concetto di realismo in
quanto tale non definisce alcuna categoria pittorica; la parola
caratterizza un certo atteggiamento dell'artista e non di rado assume
piuttosto una connotazione negativa, nel senso che chi lo pratica si
oppone proprio all'avanguardia del suo tempo, insomma è reazionario.»

Ametista, 1946 |

Ragazza messicana, 1948 |
Per poter comprendere l'entità del contributo di
Tamara alla sua epoca, bisogna dunque vedere le sue opere nel contesto
storico in cui sono nate: gli anni Venti, l'epoca del compromesso Art
déco, e gli anni Trenta, tristemente famosi per l' «appello all'ordine»
di André Lhote. Il postcubismo degli anni Venti ovvero il neoclassicismo
degli anni Trenta imprimono in quest'epoca un segno profondo. Il che non
significa che Tamara non vada al di là di questo, che l'erotismo o le
deformazioni dei suoi dipinti siano piuttosto ispirati da Ingres che non
dal cubismo, che il suo neoclassicimo, di solito per definizione pudico,
in lei non acquisti tratti piuttosto osceni.
Questo non toglie niente al fatto che le donne di
Tamara fossero perfettamente adeguate alla sua epoca, un'epoca di lusso
e di agiatezze per i ricchi e di estrema miseria per gli altri. La
funzione di queste donne consisteva nell'indossare abiti alla moda o
frivolmente esotici e, all’occasione, nel mettere in mostra gioielli,
sempre sullo sfondo di vistosi interni. Queste creature dalle gambe
lunghissime, col vicino di vespa, che danno l'impressione di essere
appena uscite da una rivista di moda, ricordano quelle «Eve», sciocchine
e dallo sguardo languido, del tipo «sii bella ma chiudi il becco», per
le quali si azzuffavano banchieri e politici che le mantenevano come
maìtresses di lusso. Tra le eroine di Tamara ce ne sono alcune davanti
alle quali uno inorridisce solo al pensiero che potrebbero davvero
aprire la bocca e cominciare a parlare ...
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