L'imperialismo

 

L'Imperialismo

La fine dell’800 e gli inizi del‘900 sono il periodo della supremazia mondiale dell’Europa. Gli stati nazionali si sono ormai formati e consolidati e per motivi economici e di potere si danno alla formazione di imperi in ogni parte del mondo.

All’ Europa si affiancano nello sviluppo e nella potenza con peso sempre maggiore gli Stati Uniti, il Giappone e l’Unione Sovietica, mentre in posizione arretrata rimangono vaste aree dell’America del Sud e dell’Africa che vanno costituendo un "terzo mondo" che sarà l’altra faccia della civiltà mondiale contemporanea, divisa in paesi ricchi e paesi poveri, tutti sottomessi alle leggi di un’economia di scala mondiale, in stretta connessione con la politica.

Sino agli ultimi decenni dell’Ottocento la presenza europea in Oriente (India e Oceania) e nel resto del mondo, tranne che nelle Americhe, è soprattutto mercantile. I traffici dei mercanti eruropei vengono esercitati a seguito dell’espansione seguita all’epoca delle scoperte geografiche.

In America la presenza europea non è invece di origine mercantile, ma conseguenza diretta della conquista. Con lo sfaldarsi degli imperi spagnolo e portoghese durante l’era napoleonica nasce una serie di più o meno deboli repubbliche impegnate in conflitti di confine tra di loro e caratterizzate dall’instabilità di governo, mentre gli Stati Uniti rafforzano la loro posizione e conducono azioni espansionistiche con la guerra vittoriosa contro il Messico per l’annessione della repubblica del Texas.

Gli stati europei hanno ormai fortissimi interessi economici nelle zone dei loro traffici dove hanno investito ingenti capitali. La loro attività non è più pertanto quella di comprare e vendere merce, ma di produrre con strutture e maestranze locali.

Da una parte questo significa (la necessità di garantire a sicurezza nei luoghi in cui si va sempre più ad operare stabilmente e di conseguenza la necessità del controllo politico delle aree, dall’altra significa la trasformazione di tali aree e della popolazione locale secondo modelli europei di produzione e di vita in generate, nonché la conseguente dipendenza prima economica, poi politica di tali popolazioni dagli stati europei e dall’andamento dell’economia mondiale, avendo abbandonato le attività legate al commercio locale a favore di quelle guidate dagli europei e destinate alle rispettive madri patrie o al commercio internazionale.

Sono quindi necessari protettorati, ossia governi locali protetti contro l’instabilità dalle potenze europee come avviene in India, influenze politiche non con caratteristiche di vera e pro pria ingerenza, ma tali da garantire rapporti privilegiati come avviene in Cina, o ancora vere e proprie colonie direttamente governate da rappresentanti europei, ossia occupazioni territoriali garantite dalla forza.

Il nuovo stato delle cose, ben diverso dall’antico colonialismo, è favorito dalla contemporanea debolezza degli stati non europei che non hanno conosciuto la rivoluzione industriale, il rinnovamento amministrativo, democratico e nazionalistico dell’Europa. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli stati non europei, con l’eccezione degli Stati Uniti e parzialmente del Giappone, avevano un’amministrazione e una burocrazia arretrata e un debole rapporto con i sudditi che offriva grandi possibilità all’intervento straniero.

Inoltre, quella che era una spinta espansiva tesa alla ricerca di guadagni e ricchezze possibili in terre lontane è divenuta ora una necessità in molti casi vitale per l’Europa.

Tra gli ultimi due decenni dell’Ottocento e primo del Novecento il commercio mondiale, grazie a queste innovazioni e a queste tendenze obbligate, si triplica. I Paesi che sulla via della specializzazione e divisione del lavoro e delle produzioni incrementarono il loro commercio furono i più piccoli, che dovevano fare assegnamento soprattutto su tale fattore data la ristretta possibilità produttiva, e quelli di industrializzazione recente che poterono profittare di tutti i mutamenti tecnologici a costi attuali, senza sostenere cioè i rilevanti costi della ricerca e dello sviluppo, sostenuti da Paesi di prima industrializzazione come I’Inghilterra, che inizio per prima la modernizzazione e ora si trovava con un’ingente attrezzatura industriale impiantata che le aveva dato la supremazia, ma che cominciava ad essere superata.

Gli alti costi del rinnovamento e la concorrenza dei nuovi arrivati impedì all’Inghilterra di cambiare i suoi processi di produzione e tolse anche agli inglesi la volontà di provarci facendoli adagiare su tradizioni acquisite che facevano però per dare loro sempre più terreno a vantaggio di americani e tedeschi, avvantaggiati gli uni dalle estensioni delle aree produttive degli Stati dell’Unione e gli altri dall’importanza assunta da minerali di combustione e da altri indispensabili alla fabbricazione dell’acciaio, di cui la Germania era ricca, come il carbone della Ruhr.

Tutti i Paesi maggiormente industrializzati avevano comunque un’eccedenza delle esportazioni rispetto alle importazioni, anche grazie alla differenza di valore tra le materie prime, che avevano la prevalenza nelle importazioni, e i manufatti, che rappresentavano la prevalenza delle esportazioni. Tali eccedenze andavano a costituire riserve di denaro disponibili per gli investimenti che per diversi motivi non furono reimpiegati in patria, ma furono indirizzati in regioni di cui si cercò di avere a ogni costa il controllo, formale o di fatto.

Questo nuovo espansionismo territoriale, dopo quello succeduto alla scoperta e alla conquista delle nuove terre nel Cinquecento, portò molti Paesi europei alla costituzione di inediti imperi coloniali basati sulla necessità di acquisire nuovi mercati resi sicuri dai controllo economico diretto di tali regioni, o tramite gli investimenti (finanziamenti per infrastrutture e industrie soprattutto di estrazione e prestiti ai governi) o tramite i’occupazione militare. Dal punto di vista delle imprese che furono coinvolte nella nuova colonizzazione l’obiettivo era il profitto maggiore che in tali regioni con minore concorrenza o con ricchezze da sfruttare poteva essere con seguito; dal punto di vista delle nazioni agivano motivazioni tendenti ad assicurare ai rispettivi Paesi uno strumento in più di crescita economica e politica, nonché di prestigio internazionale.

Inglesi, tedeschi, belgi, francesi, americani, e persiani italiani si spinsero oltre i propri confini territoriali in una corsa alla conquista a al protettorato. Il conto economico del neoimperialismo non era però generalmente positivo, proprio se considerato dal punto di vista dell’economia nazionale, che doveva sostenere le pesanti spese di sostegno militare agli investimenti e di amministrazione coloniale e le conseguenze delle inimicizie internazionali che I’espansionismo portava con se. Ma gruppi particolari di interesse premevano per ottenere la facile disponibilità di altri mercati, i militari e alcuni gruppi politici premevano per natura e ragioni di sussistenza del loro ufficia, ed inoltre iniziative in direzione imperialistica prese da altri paesi non potevano certo lasciare indifferenti i governi e così la spirale prese l’avvio.

Diversi investimenti andarono decisamente male perché i prestiti non furono restituiti o furano restituiti in valuta di poco valore o furono addirittura ripudiati da nuovi governi che si sostituirono a quelli che li avevano contratti, come avvenne can la Russia sovietica dopo la prima guerra mandiale. I Paesi non colonialisti, inoltre, data il regime di scambio lnternazionale molto sostenuto, potevano approvvigionarsi nei mercati tenuti con fatica e spreco di energie sotto controllo dagli Stati imperialisti alle stesse condizioni di questi ultimi e con molto minor sacrificio e più alti profitti. Diversi settori del mercato interno cominciarono pertanto a risentirne e vedere i loro prezzi calare e con essi anche i profitti. Sentendosi minacciati dall’esterno, tali settori, principalmente quelli agricoli, chiesero ovviamente ai governi misure adeguate a fronteggiare il pericolo, misure che non poterono consistere che in nuove norme protezionistiche di limitazione dello scambio che causarono spesso situazioni di alti prezzi interni a fronte di prezzi inferiori nel libero mercato internazionale (le merci cioé avevano all’esterno un determinato prezzo che si alzava a causa delle alte tariffe doganali quando venivano importate).

Il risultato complessivo fu un freno generale al commercio, un ostacolo alla divisione del lavoro (con il parziale risultato positivo di una rinnovata diversificazione interna che rappresentò un certo vantaggio in tempo di guerra) e probabilmente anche la diffusione in grande scala dell'emigrazione dall’Europa versa i Paesi di maggiori risorse, principalmente versa gli Stati Uniti.

La diffusione dell’imperialismo di fine Ottocento fu senza dubbio una delle cause della tensione tra gli Stati nazianali che condusse alla prima guerra mondiale. Le accese rivalità ecanomiche sconfinavano spesso in ambiti più politici dato l’appoggio dato dai gaverni alla rispettiva penetrazione commerciale, anche con l’impiego della forza militare, badando solo al raggiungimento del più alto e rapido profitto senza curarsi dell’eventualità di crearsi molti nemici, sia nelle terre poste sotto controllo che in quelle della libera concorrenza. Lo scambio internazianale era stata limitata nell’ottica protezionistica che l’imperialismo portò ben presto ad adottare a causa dei suoi maggiori costi e per certi scompensi creati all’interno degli stati colonialisti in determinati settori produttivi, principalmente nell’agricoltura. Il confronto tra gli Stati in termini di grandezza e di prestigio esasperà il nazionalismo dei popoli e le reciproche ostilità.

L’attrito maggiore era tra Germania e Inghilterra per la supremazia sul mare, ma anche tra Germania e Francia, entrambe fortemente nazionaliste e impegnate ad ostacalarsi a vicenda. La crisi venne però dai Balcani dove gli stati nazionali cercavano di ottenere vantaggi territoriali derivanti dal declino dell’impero ottomano.

L’Austria-Ungheria, alleata della Germania, aveva progetti di espansione imperiale supernazionale. All’opposto, la Serbia aveva piani di costituzione di un grande regno serbo con sbocco nell’Adriatico che venivano frustrati dall’annessione della Bosnia e dell’Erzegovina da parte dell’Austria avvenuta nel 1908 con l’assenso della Russia, la quale successivamente si schierà però a favore della Serbia, nonchè dall’esito delle due guerre balcaniche; la Russia era anche fortemente minacciata dai movimenti rivoluzionari interni e trovava in un possibile conflitto esterni una soluzione diversiva. La Grecia appoggiò la Serbia tendendo ad ingrandirsi dopo l’annessione di Creta. L’ltalia non gradiva né l’espansione dell’Austria né quella della Serbia tendendo all’annessione dell’Albania.

La situazione era molto instabile e conduceva ad una corsa generate agli armamenti. I capi dei governi erano consapevoli di tale stato di cose e, coinvolti essi stessi, sentivano l‘aspettativa di grandezza che lo Stato doveva soddisfare e sapevano di poter contare sulla forza della nazione per ottenerla. Così, avendo gli statisti il potere di cambiare la guerra economica e le tensioni politiche in guerra effettiva, nella convinzione di poter riportare un successo rapido e importante (o indispensabile per la gloria del Paese), fu da essi presa deliberatamente la decisione, non appena gliene fu dato il pretesto formale (l’assassinio dell’arciduca austriaco Ferdinando Giuseppe da parte di uno studente bosniaco) di condurre la propria nazione in un’avventura di distruzione e rovina.

 

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