Il suolo

Il suolo

La principale risorsa, su cui è basata l'esistenza e la crescita di tutta l'umanità, è il suolo: costituito principalmente da sostanze minerali inorganiche e da materia organica in decomposizione esso è, grazie alla presenza dei vegetali, l'unico strumento che rende possibile sulla terraferma la trasformazione dell'energia solare e delle sostanze organiche presenti nell'atmosfera e in esso contenute in materia organica, indispensabile fondamento di tutte le catene alimentari.
Il terreno fertile, brulicante di una miriade di forme di vita e saturo di sostanze nutritive, è la nostra prima ricchezza, ma per mantenersi tale ha bisogno di cure ed attenzioni, onde non essere vittima di fenomeni quali l'erosione e la desertificazione. Tuttavia il trattamento riservato dall’Uomo a questo bene è sempre stato ed è oggi in misura maggiore, per diversi aspetti, tale da non potere assolutamente garantire a sua conservazione, poiché basato su politiche di interesse immediato incuranti delle esigenze future; così è stato ed è, del resto, per tutte le risorse naturali: l'Uomo ha attinto sconsideratamente ad esse come a fonti inesauribilmente prodighe di ricchezza a basso costo, ma oggi tale concetto deve necessariamente mutare, di fronte ad una realtà che si presenta assai diversa dai nostri superficiali, affrettati giudizi.

Fertilizzanti ed antiparassitari

Paradossalmente, in molti casi l'uso prolungato di fertilizzanti chimici contribuisce ad un ulteriore impoverimento del suolo, poiché le sostanze in essi contenute tendono a provocare l'eccessiva mineralizzazione, che consiste nel progressivo impoverimento di materia organica e quindi in una generale perdita di fertilità.
I prodotti artificiali utilizzati in agricoltura per aumentare la fertilità del suolo e la resa delle colture sono in gran parte sintetizzati dal petrolio, ed il loro consumo è totalmente elevato che se tutti i Paesi ne facessero un uso equivalente a quello degli Stati Uniti le riserve petrolifere mondiali potrebbero addirittura esaurirsi in poco più di un decennio.
Per quanto riguarda gli antiparassitari vi é da registrare che in risposta al loro impiego i parassiti sono andati sviluppando nuove forme dl autodifesa sempre più difficilmente attaccabili, dando origine ad un processo a catena che induce le industrie chimiche ad aumentare la quantità e la velenosità di tali prodotti, i quali vanno ad accrescere ulteriormente le difese dei parassiti in una sorta di guerra indiscriminata dalla quale è ancora una volta l’integrità della biosfera ad uscire sconfitta; l'uso di tali prodotti infatti provoca profondi squilibri agli ecosistemi, alterando i rapporti tra le diverse specie nel contesto delle catene alimentari, anche perché in molti casi vanno a danneggiare molte più specie di quante non se ne vogliano effettivamente eliminare dalle colture, molte delle quali utili al normale complimento dei processi biologici delle colture stesse, quali l'impollinazione, generalmente compiuta dalle api e da altri insetti che oggi seriamente minacciati dall'impiego di tali sostanze chimiche; alterano inoltre il normale comportamento degli animali, stimolano o deprimono lo sviluppo e particolari funzioni biologiche di animali e piante, vengono assimilati nei tessuti degli organismi provocando avvelenamenti a catena.
I fertilizzanti, gli additivi e gli altri prodotti chimici usati in agricoltura, che vanno generalmente sotto la definizione di pesticidi e che comprendono insetticidi, erbicidi ed altre sostanze ancora, il cui impiego dal 1950 si è pi che quintuplicato e registra un continua aumento, sono responsabili per più del 50 per cento dell'inquinamento delle acque sotterranee e degli ambienti acquatici dai fiumi agli oceani, nonché di frequenti contaminazioni degli stessi alimenti con l'ovvia conseguenza di gravi rischi per la nostra salute. Certi agenti tossici contenuti soprattutto negli antiparassitari hanno la capacità di accumularsi nel tessuti adiposi degli organismi; se si pensa alla complessità delle catene alimentari a partire dai microrganismi acquatici, e al fatto che l'Uomo ne è al vertice, è possibile farsi un'idea di quale concentrazione possano raggiungere le sostanze nel nostro corpo; per molti di tali prodotti sono stati studiati gli effetti patologici di  intossicazioni acute ma non quelli determinati da assunzione di piccole dosi per periodi prolungati, come quelle che possono essere introdotte nell’organismo con l'alimentazione, e comunque disturbi più frequenti sono allergie, alterazioni psichiche e neurovegetative, problemi cardiocircolatori ed epatici, riduzione della fertilità; benché per alcuni prodotti, oggi perlopiù ritirati dal mercato, sia già stata accertata una spiccata azione cancerogena, e tutt'ora allo studio la presunta responsabilità di altri composti comunemente utilizzati in agricoltura nella formazione di tumori maligni, mutazioni genetiche e malformazioni fetali.
L’uso improprio che spesso viene fatto di tali pesticidi a causa principalmente di carenze informative, provoca ogni anno, particolarmente nei Paesi in via di sviluppo la morte di circa 10 mila persone per avvelenamento, mentre secondo stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di casi di intossicazioni acute nel mondo ammonterebbero a circa un milione ogni anno.

L’ irrigazione

La seconda condizione necessaria ad assicurare successo delle colture introdotte dalla Rivoluzione Verde è, come si é detto, l’abbondante impiego di acqua: attualmente all'irrigazione viene destinato, su scala mondiale, circa il 70 per cento di tutta l'acqua disponibile, e benché dal 1978 l'area irrigua della Cina e degli Stati Uniti abbia subito sensibile diminuzioni l’agricoltura è destinata a rimanere, a meno che formidabili innovazioni e mutamenti nel prossimo futuro il settore più assetato della nostra civiltà immediatamente seguito dall’industria.
Purtroppo una cospicua estensione di terreno coltivo irriguo viene gestito a spese delle acque di falda, con un pompaggio eccessivo rispetto alle capacità di ricambio idrico delle falde stesse, e quindi con la conseguenza di un notevole abbassamento del livelli delle riserve idriche sotterranee.

Il suolo delle foreste tropicali

L’aspetto forse più grave delle diverse situazioni legate al degrado del suolo è che a causa di costi troppo e elevati e di tempi troppo lunghi i terreni danneggiati vengono abbandonati anziché essere sottoposti a programmi di recupero, e sostituti con altri che ben presto saranno vittime dello stesso destino; in questo modo i terreni degradati lasciati in balia dei fenomeni atmosferici, rischiano di essere perduti per sempre, poiché su di un'area già fortemente impoverita anche l'effetto di una semplice siccità può essere fatale.
Al tempo stesso gli agricoltori alla ricerca di nuovi terreni da coltivare, particolarmente in quelle regioni del Pianeta afflitte dalla povertà e sottoposte a politiche di governo che non favoriscono gli interessi dei piccoli coltivatori, ragioni nelle quali generalmente la disponibilità di terra fertile è già di per sé, a causa di motivi geografici e climatici, assai limitata, sono costretti a spingersi sempre più verso terreni marginali o ad inoltrarsi, dopo averne disboscato ed incendiato vaste aree, nelle zone ricoperte dalle foreste.
E’ questo l’inizio di un processo distruttivo su vastissima scala, che va inesorabilmente a compromettere interi ecosistemi con gravi ripercussioni anche su ambienti e sistemi ecologici assai differenti; i terreni marginali sono terreni poveri, poco produttivi che sottoposti allo stress di coltivazioni intensive e poco razionali nell’arco di poche stagioni esauriscono completamente le poche sostanze nutritive di cui dispongono, divenendo estremamente vulnerabili all’erosione e alla totale desertificazione.
Per quanto riguarda l’insediamento spontaneo degli agricoltori su terreni irresponsabilmente sottratti alle fareste tropicali, prevalentemente sulla scia dei boscaioli che rendono accessibili territori prima impenetrabili, vi è da dire che si tratta d un fenomeno ancora più preoccupante, disastrosa innanzitutto per l’ambiente ma anche, di conseguenza, per gli stessi agricoltori: le foreste vergini sona ecosistemi autosufficienti e perfettamente organizzati nel continuo riciclaggio dei principi nutritivi necessari ci perpetuarsi dei cicli vitali, e traggono l'energia per il loro sostentamento dalle riserve di sostanze minerali trattenute dalla vegetazione stessa; foglie caduche, alberi ed animali morti sottoposti a rapida decomposizione dagli innumerevoli organismi presenti nel suolo costituiscono il nutrimento delle numerosissime specie vegetali delle foreste tropicali, ma il terreno sul quale crescono è poverissimo, assolutamente inadatto all'agricoltura.
Coloro che tentano colture di sussistenza su terreni ricavati dal disboscamento e dall'incendio delle foreste vedono tradotte le loro speranze e loro fatiche in raccolti magri e si vedono costretti, spesso dopo appena uno o due anni, a ripetere la loro azione delittuosa di danni dell'ecosistema spinti dalla necessità di procurarsi distese di terreno spoglio, privato della vita.
Sono oltre 250 milioni i piccoli agricoltori che ogni anno si dedicano a tale devastante attività, provocando la definitiva eliminazione di 5 - 6 milioni di ettari di foresta ed il grave depauperamento di altri 10 milioni di ettari; è da sottolineare che tali stime sono compiute su dati approssimativi, poiché spesso gli stessi governi locali, non molto sensibili al dramma ecologico che interessa le loro nazioni e che minaccia di tradursi ben presto in una vera catastrofe ecologica per tutta la biosfera, tendono a minimizzare l'entità del problema, pertanto è possibile che le cifre cui si è fatto riferimento nascondano purtroppo una realtà ancor più preoccupante.

I tempi di formazione del suolo

Parlare di milioni di ettari di terreno, di miliardi di tonnellate di humus perduti può non rendere bene idea dell’entità del danno che l'irruenta e distruttiva affinità dell'Uomo sta inferendo alla biosfera: pur non essendo oggetto di frequenti e clamorose crociate ambientaliste, il suolo è un bene incommensurabilmente prezioso, un bene che stiamo rapidamente perdendo senza neppure prenderci il disturbo di rimpiangere.
Per formarsi il suolo necessita di numerosissimi anni, che variano secondo il tipo stesso di suolo e le condizioni ambientali nelle quali viene a prodursi: nei casi già felici, che purtroppo sono assai rari, uno strato di terra di 30 centimetri si forma in circa 50 anni, ma mediamente affinché si formi uno strato superficiale di 2 centimetri possono occorre da 100 a 2.000 anni, e ciò non è ancora sufficiente, poiché esistono diversi tipi di terreno, e perché esso possa a buona ragione essere definito veramente fertile deve essere costituito da un'equilibrata miscela di particolari elementi minerali ed organici; inoltre deve trovasi in una regione del Pianeta le cui condizioni ambientali e climatiche siano favorevoli ad un produttivo esercizio dell'agricoltura a del pascolo.
Mobilitarsi per liberare un animale intrappolato reclamizzando l'avvenimento con ogni mezzo di comunicazione di massa o denunciare pubblicamente con gli stessi mezzi maltrattamenti ai danni di determinate specie animali che tuttavia, si sa, continueranno ad essere perpetrati, è certamente giusto ed importante, ma se l'Umanità non porrà fine al degrado del suolo dovrà sin d'ora abituarsi all'idea che un terreno reso desertico non potrà più offrire sostentamento né all'Uomo né alle restanti specie animali e vegetali.
E' pertanto preciso dovere di coloro che si fanno carico di divulgare notizie riguardanti la protezione dell'ambiente di dare un adeguato risalto ai problemi reali e drammaticamente urgenti come quello del degrado del suolo, così come dell'atmosfera e delle acque, offrendo un servizio informativo utile ed educativo, se pure argomenti patetici e in realtà per nulla allarmanti fanno più presa sul grande pubblico.

Il degrado dei pascoli

In tutto il mondo sono stati censiti 3 miliardi di ruminanti da pascolo fra bovini, pecore, capre, bufali e cammelli, che unitamente ai suini e al pollame costituiscono un consistente ingrediente dell'alimentazione umana, almeno per quanta riguarda i Paesi industrializzati e alcune fra quelli in via di sviluppo.
Gli animali da pascolo per loro natura poca esigenti dal punto di vista alimentare, poiché brucano anche su terre poco produttive consumando e trasformando in proteine animali molta della vegetazione disponibile in natura altrimenti inutilizzabile direttamente dall'Uomo. Tuttavia un'errata gestione delle terre messe a pascolo ha determinato e continua a produrre un diffuso e gravissimo degrado del suolo, con punte massime nel Continente africano, dove vive oltre la metà degli individui di tutto il Pianeta la cui economia di sussistenza è basata sui ruminanti al pascolo.
Un grave fenomeno di erosione del suolo si verifica quando i numero dei capi di bestiame è eccessivo in rapporto alle potenzialità del pascolo di reintegrare il manto vegetale che viene mano a mano consumato: in seguito a tale situazione di sovraccarico all'erba perenne del pascolo si sostituiscono piante annue scarsamente appetibili, e perdurando eccessivo e continuo calpestio anche queste regrediscono, lasciando la terra completamente spoglia; il suolo privato della sua copertura vegetale è particolarmente esposto all'erosione del vento e della pioggia e perde la capacità di trattenere l’umidità, cosicché progressivamente il processo degenera e volge al termine con la formazione di gole e dune di sabbia, ovvero con la totale desertificazione.
Per guanto siano evidenti i danni prodotti da una tale condotta il fenomeno si ripete costantemente, e paradossalmente le annate in cui le piogge sono abbondanti anziché portare benessere pongono le basi di ulteriori miserie future, poiché i pastori sono incoraggiati ad incrementare il numero delle loro mandrie le quali, al sopraggiungere dell’immancabile, seguente siccità vengono decimate non tanto a cause della scarsità d'acqua quanto piuttosto per l'insufficienza del foraggio. Inoltre, nell'America centrate e in Amazzonia gli allevatori di bestiame bruciano ogni anno circa 3 milioni di ettari di foresta per allevare quantità enormi di capi di bestiame destinati all'esportazione; il suolo delle foreste, che come si è detto è povero a quindi inadatto ad essere sottoposto ad usi intensivi, nell'arco di pochi anni perde la poca fertilità di cui dispone e gli allevatori, anziché modificare i loro irrazionali e devastanti sistemi di gestione delle risorse, si spostano semplicemente un poco più oltre, in una zone di più recente deforestazione.
L'insieme di tali situazioni, generate da sconsiderate attività umane e convergenti in un unico, generale e diffuso degrado del suolo e pertanto di tutto l'ambiente terrestre, oltre ad essere fonte di angosciosi dubbi per il nostro domani è all'origine, secondo quanto è stato appurato da recenti studi in merito, di un fenomeno dl proporzioni maggiori, tale da modificare il clima delle regioni interessate da tale degrado e conseguentemente alterare l'equilibrio atmosferico e climatico di tutto il globo.

Le alterazioni del clima

Quando il suolo viene private totalmente o in parte della sua copertura vegetale diminuisce notevolmente la quantità di vapore acqueo ceduto all'atmosfera dalla traspirazione delle piante, con sensibili conseguenze per il naturale ciclo idrologico; un'alterazione di tale ciclo potrebbe essere fatale per ecosistemi come quello della foresta amazzonica in Brasile, che attraverso la conservazione di tale equilibrato sistema autoalimenta le precipitazioni che la interessa no; se dovesse continuare al ritmo attuale la deforestazione cui è sottoposta da boscaioli, allevatori ed agricoltori, di qui a poco Il carico delle precipitazioni potrebbe subire diminuzioni tali da modificare il clima di tutta le regione. Fino ad oggi la foresta amazzonica ho subito una riduzione del 12 per cento circa; poiché non conosciamo quelli siano i limiti oltre i quali l'equilibrio tra vegetazione e precipitazioni viene alterato, potremmo essere senza saperlo alle soglie di una indescrivibile tragedia ecologica, poiché se il clima della regione Amazzonica dovesse divenire più secco tutta la rimanente foresta subirebbe profonde mutazioni, avviandosi verso un totale e repentino processo di degrado senza alcuna possibilità di poter essere recuperate. Una simile alterazione del microclima di tale regione si ripercuoterebbe sensibilmente anche sul clima di altre regioni limitrofe, e data la sue notevole estensione tutta la biosfera ne risentirebbe in diversi modi.
Inoltre il venir meno della vegetazione, comunque essa sia, a cause delle diverse forme di degrado degli habitat a del suolo, determina l'aumento delle albedo, ovvero della frazione di luce solare riflessa dalla terra; la foresta assorbe una notevole quantità di luce proveniente dal sole, ed ogni tipo di vegetazione ha un propria diverso grado di assorbimento, mentre la terra nuda ed il deserto sono caratterizzati da un elevato potere riflettente e producono un alto albedo il quale, secondo gli studi e le verifiche dei meteorologi, provoca un'effettiva diminuzione delle precipitazioni. La riduzione del regime delle precipitazioni a livello locale, a sua volta, ostacola la ricrescita della vegetazione sul terreno già di per sé impoverito, ed accelera quindi il processo di totale desertificazione.
A voler tirare le somme, pertanto, è evidente che degrado del suolo e siccità determinano una reciproca azione di rinforzo, e in un futuro molto prossimo sarà sempre più difficile distinguere quale tra i due fenomeni abbia il ruolo di causa a di conseguenza, in un processo del quale potrebbe essere malto difficile poter regredire.
Ora, se si considera che l‘estensione totale della terraferma è di circa 1 3 miliardi di ettari, dei quali la superficie arabile rappresenta solo l’11 per cento, cioè circa 1,5 miliardi di ettari, al ritmo con cui dilapidiamo le risorse del suolo, e con la minacciosa incognita di reazioni naturali potenzialmente capaci di amplificare le conseguenze nocive delle nostre azioni, potrebbero bastare due a tre decenni per far si che il Pianeta perda buona parte delle sue capacità di mantenere in vita l’Umanità, che per di più è in continua aumento.
Al terreno arabile perduto a cause del degrado dobbiamo poi aggiungere estensioni sempre maggiori destinate all'espansione degli insediamenti urbani ed industriali, e non sottovalutare il fatto che migliaia di ettari di suolo vengano resi inutilizzabili per qualsiasi uso e per numerosi anni in seguito a pericolose contaminazioni da sostanze tossiche.

L’esigenza di un nuovo modello gestionale delle risorse

Poiché la biosfera, e quindi tutta l'Umanità, non può permettersi di continuare a rendere improduttivi migliaia di ettari di suolo, a disperdere quantità enormi di Humus, a disboscare immense aree boschive e forestali ogni anno, a prosciugare le riserve idriche sotterranee e a contaminare con sostanze tossiche quali fertilizzanti e pesticidi le acque dei fiumi e dei mari, come stato fatto fina ad oggi, si rende necessaria ed indispensabile l’adozione di nuove tecniche di gestione delle risorse in tutti i Paesi, concepite di comune accordo all'insegna della cooperazione e differenziate operativamente secondo i diversi tipi di territorio e le differenti priorità, ed aventi due direttive fondamentali: il recupero là dove il danno sia già stato prodotto, e la prevenzione in ogni sua possibile forma.
Tali nuovi modelli gestionali dovranno rendere passibile la creazione di una fitta ed efficiente rete di cooperazione, tesa, a mettere a fuoco tutte le potenzialità della civiltà umana del nostri giorni: dovranno in tal senso divenire più concreti, chiari e produttivi i rapporti tra i cittadini e le istituzioni pubbliche, tra tali istituzioni ed i centri di ricerca, tra i ricercatori ed i piccoli coltivatori, tra l'agricoltura e l'industria e soprattutto tra le Nazioni.
In tal modo i piccoli coltivatori potranno beneficiare di una maggiore informazione e di veri e propri programmi didattici di formazione, i laboratori di ricerca essere facilitati nelle operazioni di verifica e di controllo su vasta scala e in differenti situazioni della nuove colture e delle nuove tecniche introdotte, le istituzioni governative prendere coscienza più da vicino dei reali problemi del Paese e metterli a confronto con analoghe situazioni proprie di altre Nazioni.
Quindi se pure non sia realistico asserire che si tratti di un progetto semplice da realizzare è pur vera che, almeno per quanto si è qui esposto, sarebbe in molti casi sufficiente un poco di buona volontà, unita ad una certa dose di buon senso da parte di tutti, governanti e cittadini, nessuno escluso.
Ammettendo pertanto che tale conduzione di base possa essere soddisfatta, resta da definire attraversa quali misure porre fine al degrado ambientale e alle conseguenti minacce incombenti sulla nostra esistenza, e in quali termini riprogettare le molteplici attività umane per il prossimo futuro; non spetta certamente a noi indicane all'Umanità quale sia la via da seguire, né questa sede è preposta ad un tale arduo, profetico scopo ma in base a quanto di nuovo ed ecologicamente compatibile si sta delineando in molti settori della sperimentazione e della ricerca più avanzata è forse già possibile proporre valide e concrete alternative che se adottate da un numero sempre crescente di individui, fine a costituire la normalità anziché sporadiche eccezioni, potranno anche nell’arco di pochi anni ridare un senso ed una valenza positiva al termine "progresso" o "sviluppo", che concepito in tale prospettiva già oggi si  suole ormai comunemente definire "sviluppo sostenibile".

Le biotecnologie

Attualmente molte speranze per il futuro dell’agricoltura e della zootecnica sano riposte nelle biotecnologie, prima fra tutte l’ingegneria genetica, a cui applicazione, che pure si è rivelata meno semplice in quanto non fosse stato ipotizzato sin dall'epoca dei suoi primi successi, all’inizio degli anni ‘70, consente di mutare nettamente il nostro rapporto con l'ambiente e con i finiti biologici che esso ci impone: ad esempio, se fino ad oggi l'Uomo ha cercato di modificare l'ambente affinché potesse offrire le condizioni più favorevoli olio sviluppo delle colture, ora a manipolazione del corredo genetico delle specie vegetali, oltre che animali, ci consente dl selezionare nuove varietà capaci di prosperare anche in condizioni ambientali critiche, adattandovisi perfettamente.
L’opinione pi diffusa sui programmi di ricerca dell’ingegneria genetica, che consiste nei trasferimento do un organismo all’altro dei geni che codificano particolari caratteri e funzioni vitali, è che siano pericolosi e persino immortali, poiché sostanzialmente contro natura: in effetti, volendo vedere obiettivamente a realtà, quasi tutte le attività dell’Uomo sono contro natura, ci dimostra il fatto che la Natura stessa, ovvero l’ambiente che ci ospita, sta accusando gravi e dolorosi sintomi di avvelenamento, affaticamento, soffocamento e generale malessere, unica mente a causa dell’esistenza dell’Uomo.
L’ingegneria genetica, ovvero a studio, l’isolamento e a manipolazione del corredo genetico che determina le caratteristiche proprie ad ogni specie, razza e varietà animale e vegetale, interviene unicamente su geni già esistenti in nature, andando ad esempio ad riarricchire il pool genetico di un particolare organismo con geni appartenenti ad organismi di diverse specie o varietà e corrispondenti ad una specifica caratteristica fisico a strategia di sopravvivenza sviluppata nel corso di millenni di evoluzione. Essa accelera e moltiplica enormemente i normali processi evolutivi che da sempre si verificano in natura, sostituendo tuttavia la casualità con la relative certezza a comunque con la precisa determinazione del calcolo e della scienza. Grazie all’applicazione di tali tecniche biologiche è possibile selezionare vegetali destinati all’alimentazione capaci di resistere ad elevate temperature e a protratte condizioni si siccità a più tolleranti alle sostanze saline al punto di peter essere irrigate con acqua di mare; varietà ad alto rendimento e a crescita più rapida, cereali che, come i legumi, hanno a proprietà di fissare l’azoto necessitando quindi di minori quantità di fertilizzanti, piante capaci di produrre autonoma mente sistemi biochimici di difesa contro i parassiti e così via; per quanto concerne l'applicazione di tali tecniche alle specie animali potrebbero esistere infinite possibilità di migliorare a qualità delle differenti razze allevate per a nostra alimentazione, oltre a peter favorire ancora una voltai l’agricoltura attraverso la manipolazione genetica degli stessi parassiti. E’ da sottolineare anzi che le tecniche di manipolazione genetica hanno data fino a questo momento risultati maggiori sulle specie animali che non sui vegetali, che si presentano più resistenti all’introduzione di nuovi caratteri.
Questo settore della scienza, ancora relativamente giovane, è generoso di promesse per il futuro, ma necessita di un maggiore sostegno finanziaria, poiché le tecniche impiegate sono malta costose, e Ia selezione di una sole nuova varietà richiede solitamente tempi lunghi, che possono andare generalmente dai 5 ai 15 anni. Malto di più potrebbe essere fatto; soprattutto nei Paesi a basso reddito che generalmente non arrivano a beneficiare delle ricerche portate a termine; dovrebbero inoltre essere favoriti ed incoraggiati rapporti di collaborazione tra i ricercatori e gli agricoltori, allo scopo di studiare adeguate soluzioni ad ogni singolo problema e di fornire risposte esaurienti al dubbi che ancora più nutrono nei confronti di tali ricerche.

L’estinzione delle specie

L’aspetto pi inquietante emergente dall’esame dell’attuale situazione relative a questo genere di sperimentazioni e dei suoi sviluppi futuri è che, in seguito al grave degrado e ella distruzione degli habitat naturali, le specie animali e vegetali resistenti sul Pianeta hanno raggiunto ritmi di estinzione senza precedenti, tanto che non sappiamo neppure con certezza a quanto ammonti il numero delle specie perdute ogni anno: si calcola approssimativamente che tale perdita sia di una specie al giorno, ma molti biologi sostengono che sia maggiore. Sappiamo però che le regioni del globo biologicamente più ricche, nelle quali vivono circa i due terzi di tutte le specie animali e vegetali, ovvero foreste tropicali, barriere coralline ed ecosistemi paludosi, sono oggi le più minacciate dal degrado ambientale, e coincidono perlopiù con le zone del Pianeta che generalmente raggruppiamo sotto la definizione di Terzo Mondo, cioè Paesi economicamente incapaci di sostenere programmi di recupero ambientale; sappiamo anche che, poiché tali estinzioni si verificano particolarmente negli habitat più remoti interessano nella maggior parte dei casi specie poco o affatto conosciute dall’uomo, potenzialmente depositarie di straordinarie genetiche.
Inoltre, una volta avviato un processo di cosi vaste proporzioni e pressoché impossibile arrestarlo, a causa della stretta interdipendenza delle specie all’interno degli ecosistemi: quando una specie vegetale si estingue, anche le specie animali dipendenti da essa per il loro sostentamento vengono seriamente minacciate e talvolta soccombono, poiché essendo tale fenomeno molto rapido queste generalmente non hanno il tempo di adattarsi ad un così radicale cambiamento; tale situazione si ripercuote ovviamente su tutte le specie costituenti gli "anelli" delle catene alimentari all’interno degli ecosistemi.
Quando una specie a una singola varietà scompare porta con se il proprio corredo genetico, potenzialmente depositata di elementi preziosissimi per arricchire e potenziare le nostre colture, le specie animali dei nostri allevamenti, per ricavare nuovi farmaci e per ampliare le nostre stesse conoscenze in materia, che rispetto alla totalità dette forme di vita esistenti sulla terra sono ancora molto imitate. Ogni giorno quindi perdiamo infinite possibilità di migliorare la nostra esistenza e di costruire nuove e solide basi per il futuro dell’Umanità, non per cause accidentali ma per la nostra stessa scelleratezza, oltre a commettere innumerevoli crimini, per i quali non esiste alcun tipo di giustificazione.
Inoltre, mentre tali specie animali e vegetali scompaiono altre specie opportuniste, parassite o comunque nocive traggono benefici da questa situazione, tonto che malto probabilmente conosceranno ben presto un considerevole incremento: si tratta di quelle specie che prosperano sui nostri rifiuti a che progressivamente si adattano agli innaturali mutamenti degli habitat, quali i topi, le mosche, gli insetti e gli organismi parassiti, le erbe infestanti ed altre ancora; se ciò si verificasse costituirebbe certamente il più grave e macroscopico fenomeno di regresso mai registrato in tutta a storia dell’evoluzione.
L’unica soluzione per porre fine a questo generale stato di involuzione, degrado e distruzione consiste nel rispetto degli equilibri naturali, ovvero nella ricerca e nell’adozione di un modello esistenziale, individuale e collettivo, che sia sostenibile, cioè capace di far coesistere lo sviluppo dell’Umanità e l’integrità dei processi ecologici della biosfera.

Gli sprechi

innanzitutto, una società consapevole dell’eccessivo sfruttamento al quale vengono sottopaste le risorse primarie rinnovabili e non di tutto il Pianeta, e che registra al tempo stesso un costante incremento numerico, oltre che un costante aumento del tenore di vita del singolo in molti Paesi, e prevede per il futuro un accrescimento media delle esigenze individuali a causa delle attuali misere condizioni in cui versa ora una notevole proporzione di essa soprattutto ne Paesi poveri, non può assolutamente continuare a permettersi gli sprechi ai quali oggi si assiste nei Paesi industrializzati e in alcuni fra quelli in via di sviluppo.
Spreco di cibo: mentre ogni anno milioni di persone muoiano di fame, i rifiuti di molte famiglie europee e nordamericane sono costituiti in gran porte do cibi non consumati, ed il numero di obesi in questi Paesi è in continua aumento, ovviamente a causa di un eccessivo consumo di alimenti; inoltre quantità incalcolabile di prodotti agricoli di notevole valore alimentare come frutta ed ortaggi vengono distrutte, nelle annata in cui i raccolti sono generosi, al solo scopo di mantenere nei limiti previsti i prezzi di mercato.
Spreco di acqua: in agricoltura, com’è staio osservato, sistemi irrigui poco funzionali disperdono gran parte dell’acqua prelevata e causano il progressivo abbassamento dei livelli delle riserve idriche sotterranee, oltre a causare spesso danni alle colture e al suolo; nelle abitazioni del Paesi industrializzati il consumo giornaliero di acqua pro capite arriva in molti casi a superare 600 - 700 litri, mentre centinaio di milioni di persone, senza mezzi di locomozione e spesso in uno stato di cronica denutrizione, percorrono quotidianamente svariati chilometri per procurarsi appena 5 litri d’acqua indispensabili alla sopravvivenza, attingendo il più delle volte a pozze contaminate da rifiuti e quindi da agenti patogeni portatori di letali malattie. Nel settore nell'industria, che è il più "assetato" dopo quello dell’agricoltura, assistiamo ad altri notevoli sprechi, poiché buona porte dell’acqua utilizzata trova impiego negli impianti di raffreddamento, e non essendo contaminata da sostanze tossiche potrebbe essere recuperata e destinata ad atri usi, come ad esempio quelli agricoli.
Spreco di material di cui riciclaggio potrebbe limitare notevolmente le pressioni esercitate sulle risorse: ad esempio la carta, che viene impiegata per gli usi più disparati grazie alle sue molteplici qualità, molti dei quali non ne consentono il recupero; la dove sia possibile questi ultimi usi andrebbero limitati, e comunque programmi dl raccolta differenziata dei rifiuti adottati già in molti Paesi, potrebbero contribuire a ridurre tali sprechi, se solo aumentasse da porte del cittadini la volontà di collaborare a tali progetti di interesse comune, attribuendo Un nuovo significato ed un’impronta dl maggiore sostenibilità alla diffusa e corrosiva abitudine dell’usa e getta. Si calcola che i Paesi industrializzati potrebbero ridurre di almeno un quarto la loro domanda di pasta di legno e fosse intensificato il riciclaggio di prodotti cartari, ma per raggiungere tale obiettivo anche il sevizio dl raccolta differenziata del rifiuti dovrebbe essere migliorato, in modo tale che chi desidero partecipare attivamente all’iniziativa non debba percorrere chilometri nel traffico della propria città alla ricerca di uno del pochi raccoglitori predisposti.
Simili programmi dl recupero, ai quali ognuno di noi può contribuire, interessano anche altri materiali quali il vetro, materie plastiche, latta ed altri metalli.
Sprechi inoltre dl materiali pregiati come ad esempio legni duri provenienti dalle foreste tropicali, per usi banali quali la produzione di oggetti ornamentali e componenti dl arredamento, che potrebbero essere ugualmente prodotti con altri materiali o altro legno il cui reperimento non comportasse la distruzione di ecosistemi naturali difficilmente recuperabili.
Molte altre forme di spreco sono infine facilmente individuabili attraverso un’analisi anche non molto approfondita delle società più avanzate, per non parlare poi nuovamente degli enormi sprechi dl prezioso terreno coltivabile, in ogni regione del globo.

L’interessamento ai problemi ambientali

E’ stato sin qui sottolineato in quante e  quali forme ogni individuo possa effettivamente concorrere ad una migliore gestione delle risorse naturali e quindi ala tutela dell’ambiente, se pure gli argomenti fino a questo punto affrontati hanno avuto attinenza quasi esclusivamente con Ia gestione del suolo, che rappresenta solo uno parte del patrimonio ecologico della biosfera, e si è parlato quindi dl agricoltura, pascolo, protezione delle foreste a delle specie animali e vegetali terricole e cosi via; quando ci si riferisce all’ambiente, inteso nel suo significata più esteso, numerosi altri sono i temi presi in cause, ed è quindi ragionevole supporre che attraverso mote altre azioni e scelte dl vita ognuno di noi possa influenzarne positivamente e sorti future. Ciò a condizione che, così come ponderiamo le scelte che riteniamo importanti per Ia nostra vita ed il nostro avvenire, allo stesso modo mettiamo a fuoco le nostre facoltà di raziocino per indicizzare le nostre azioni, anche quelle che ci sembrano più banali, in una direzione ragionevolmente ritenuta non dannosa per l’ambiente, il che poi significa, ugualmente, non dannosa per la nostra vita ed il nostro avvenire, oltre per le generazioni future.
Talvolta accade, ed è un atteggiamento per certi aspetti giustificabile ma fondamentalmente insensato, che ogni singola persona nell’interessarsi a problematiche ambientali tenda ad estrapolare esclusivamente quegli aspetti che sembrano avere maggiore attinenza col suo individualistico concetto di ambiente, ovvero con le sue esperienze più frequenti: accade quindi, ad esempio, che l‘agricoltore sia interessato a comprendere unicamente i problemi legati al suolo, il pescatore a difendere l’ambiente marino, l‘impiegato o l‘operaio a combattere l‘inquinamento urbano, e così via; invece, non solo tutti  i fenomeni di degrado ambientale ci riguardano moto da vicino, come artefici e come vittime, in qualsiasi contesto sociale o regione terrestre si verifichino, poiché costituiscono ognuno un potenziale pericolo per tutta la biosfera, ma tali fenomeni sono a tal punto interconnessi, intrecciati, concatenati che è praticamente impossibile peter fare vere e proprie distinzioni, sempre che queste possano servire a qualcosa; mentre, poiché l’insieme di tali fenomeni di degrado e di dissesto ecologico non è atro che la conseguenza diretta ed indiretta del nostro modo di vivere e la nostra vita coinvolge, specie nella complessità dell’odierna civiltà, le risorse e la qualità del suolo, dell’acqua, dell’atmosfera e quindi di ecosistemi diversi tra loro e solo apparentemente lontani dalle nostre vicende quotidiane, il comportamento di ognuno di noi può determinare positivamente o negativamente gli sviluppi di situazioni a noi sconosciute, anche in regioni molto lantane dal nostro Paese. Ciò a prescindere dal fatto che poi l’individuale concetto di protezione ambientale é del tutto arbitrario a si riduce spesso in inconcludenti argomentazioni accusatorie nei confronti delle azioni altrui, sulla base di principi assurdi quali a convinzione della propria totale estraneità ai fatti o della presunta assoluta mancanza di alternative come giustificazione del proprio agire; infatti pur insistendo nelle sue lagnanze, l'agricoltore continua a sfruttare oltre ogni ragionevole misura la propria terra, solo apparentemente nel proprio interesse, cosi come il pescatore continua a gettare i suoi rifiuti in mare, e l‘impiegato o l’operaio si reca a lavoro ogni giorno col proprio automezzo; ma ci auguriamo che tali situazioni possano essere scongiurate al più presto, poiché giunto alle soglie del terzo millennio non fa certamente onore all’Uomo una simile dimostrazione di immaturità.
Cosi, se pure le problematiche relative alla fertilità del suolo suscitano un maggiore coinvolgimento nell’ambito di comunità a carattere prevalentemente agricolo, i cui singoli componenti rinnovano ogni giorno il loro vitale rapporto con la terra, e gli argomenti discussi con maggiore interesse e motivata preoccupazione in seno a società industrializzate sono quelli relativi ai molteplici fenomeni di inquinamento atmosferico, non significa che questo ultimo settore dell’Umanità sia estraneo alle diverse patologie che più o meno gravemente minacciano la fertilità del suolo o sia immune alle loro conseguenze, cosi come alle numerose altre problematiche di carattere ambientale, ma molto semplicemente che l’esperienza quotidiana induce gli individui inseriti in tale contesto sociale a constatare direttamente il manifestarsi di alcuni di tali fenomeni; ciò nonostante le loro scelte di vita vanno ad incidere notevolmente anche su sistemi ecologici assolutamente differenti, e di questo ogni individuo deve prendere coscienza.

 

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