Il Mare

Il Mare

Il mare ricopre il 70 per cento della superficie terrestre, e raccoglie circa il 97 per cento dell’acqua esistente sul Pianeta; la presenza del mare è fondamentale per tutte le forme di vita sulla terraferma: se esso non esistesse alcune regioni della Terra sarebbero simili alla Luna, con temperature altissime durante il giorno e inferiori a meno 100 gradi la notte, e si calcola che l’ossigeno libero nell’atmosfera terrestre potrebbe esaurirsi in 2000 anni, ai ritmi attuali di consumo, senza l’attività del plancton vegetale; non è a dimenticare inoltre che dalle primitive, microscopiche alghe che ancora popolano i mari si sono sviluppate tutte le forme di vita sulla Terra.
Le sensazioni dell’Uomo di fronte al mare sono sempre state dl paura e di impotenza, per effetto della sua sconfinata vastità, della forza che sprigiona e del mistero dei suoi abissi; ma proprio spinto da quest’immagine di grandezza e di forza l’Uomo ha cominciato a vedere nel mare una fonte inesauribile di risorse d’ogni genere e il luogo più adatto dove disperdere per sempre i rifiuti delle sue molteplici attività.
Fino a non più di un secolo le nostre conoscenze del mare si limitavano a quanto è possibile vedere sulla superficie senza l’ausilio di dati tecnici e dl strumenti efficienti, ed ora nonostante le numerose esplorazioni, le attrezzature di cui disponiamo, le assidue ricerche, continuiamo a non trovare le risposte a molti quesiti e riconosciamo le nostre conoscenze piuttosto lacunose. Tuttavia ci rendiamo conto del fatto che i sistemi biologici del mare sono fragili, molto più di quanto si sia indotti a pensare, e che l’insieme delle nostre attività, sia nel mare che sulla terraferma, costituiscono ogni giorno di  più una minaccia alla sua sopravvivenza.

Il degrado del mare

Attraverso il dilavamento del suolo ad opera dell’acqua piovana che confluisce nei fiumi giungono al mare enormi quantità di pesticidi e fertilizzanti, unitamente a vere e proprie "valanghe" di sedimenti sottratti ai suoli fertili dal fenomeno dell’erosione. I centri urbani riversano nel fiumi stessi, attraverso i sistemi fognari, rifiuti civili ed industriale di natura organica e chimica contenenti sostanze tossiche di vario genere, metalli pesanti e petrolio; le industrie vi scaricano scorie altamente inquinanti; le centrali nucleari e le fabbriche chimico-nucleari di riciclaggio, che sorgono sempre in prossimità di grandi fiumi o della costa per poter disporre di abbondante acqua per il raffreddamento, immettono nelle acque stesse incalcolabili quantità di scorie radioattive, le raffinerie di petrolio, generalmente situate lungo le coste, riversano nel mare oltre 200 mila tonnellate di petrolio ogni anno.
In mare aperto, le petroliere e le altre navi cisterna vengono abitualmente sottoposte al lavaggio delle cisterne, che deve essere effettuato almeno ogni 2 - 4 viaggi; viene affondata parte delle scorie radioattive, chiuse in contenitori che talvolta lasciano filtrare il pericoloso materiale; altre navi apposite scaricano enormi quantitativi di liquame fognario; imbarcazioni di ogni genere scaricano abitualmente l’acqua di sentina, consistente nell’insieme dei rifiuti solidi e liquidi, organici e chimici raccolti nella parte bassa della nave; per non parlare poi degli incidenti che liberano nel mare ogni sorta di prodotti chimici tossici, il più delle volte irrecuperabili; navi adeguatamente attrezzate e draghe ispezionano e setacciano i fondali marini per incavarne metalli pregiati, pietre preziose, minerali, sabbia, ghiaia ed altri materiali commercialmente appetibili; piattaforme petrolifere di ogni genere, nazionalità e dimensione abbondano ormai in tutti i mari e negli oceani per estrarre dal sottosuolo il prezioso "oro nero".
Dall’atmosfera precipitano in mare, cosi come sulla terraferma, le piogge acide, mentre un maggiore irradiamento ultravioletto conseguente all’assottigliamento della fascia stratosferica di ozono provocherebbe quasi certamente gravi alterazioni alla vista del mare a partire dal plancton, alla base della catena alimentare; non si conoscono ancora, inoltre, quali danni potrà subire l’ambiente marino in seguito all’aumento della temperatura dovuto all’effetto serra.
Molte specie marine come le balene rischiano l‘estinzione ed altre sono duramente provate a causa di sfrenate, devastanti attività pescherecce e dell’inquinamento delle acque.
Da questo quadro, essenziale ma efficace, emerge quale sia la vergognosa realtà prodotta dall’Uomo in nome dello sviluppo, del benessere, del potere che si è conquistato a spese non di una sola specie rivale, come talvolta accade in natura, ma dell’intero Pianeta che lo ospita; l’Uomo ha trasformato il mare in un immenso cimitero maleodorante, e pur consapevole di ciò continua impassibile nel suo atteggiamento distruttivo, placando la coscienza con qualche sporadico e molto reclamizzato intervento.
Circa ‘85 per cento dell’inquinamento del mare deriva dalle attività umane in prossimità delle coste, e particolarmente nelle zone prospicienti gli estuari dei fiumi; qui esso sono molto più nocive che in mare aperto, poiché gli ecosistemi costieri costituiscono la base di tutti i processi biologici dell’ambiente marino, e sono al tempo stesso i più fragili.

Gli ecosistemi costieri

Gli ecosistemi costieri occupano nel more una porzione inferiore all’1 per cento, ma la loro funzione biologica è fondamentale, e la loro produttività può arrivare ad essere 20 volte superiore a quella dell’oceano aperto; le acque basse, trafitte dalla luce e particolarmente ricche di ossigeno e di sostanze nutrienti delle coste di tutto il mondo danno luogo, secondo le condizioni morfologiche geografiche e climatiche del territorio, a quattro ecosistemi fondamentali: gli stagni salmastri sono le zone paludose coperte di acqua salata, nelle regioni temperate. Le paludi a mangrovie sono l’equivalente degli stagni salmastri nelle regioni tropicali, e sono caratterizzate da una fitta vegetazione comprendente complessivamente 26 specie; entrambi tali ecosistemi ospitano tra la vegetazione molte specie di pesci e di crostacei, e svolgono un’importante azione protettiva sull’ambiente, poiché filtrano le acque inquinate, moderano la violenza delle onde durante le tempeste e prevengono l’erosione delle coste. Le barriere coralline dei tropici sono un vera e propria prodigio biologico: esse ospitano più specie di animali e vegetali di qualsiasi altro ecosistema acquatico o terrestre, e precisamente un terzo di tutte le specie ittiche. Gli estuari infine, alla confluenza tra acqua dolce e salata, sono ricchi di elementi nutritivi ed ospitano in quantità crostacei e molluschi, ma soprattutto essi servono da vivaio per molti pesci oceanici; quasi i tre quarti del pescato, in alcune regioni del globo, sono costituiti da specie che devono la loro prosperità all’esistenza degli estuari. Ed è proprio attraverso gli estuari che riversiamo sulle coste i nostri rifiuti, sconvolgendo la perfezione dei cicli biologici che si ripetono da millenni, e rendono le acque sempre più torbide, tossiche, maleodoranti e povere di vita.
Il mare possiede la capacità di depurare, attraverso i cicli biologici, anche quantità considerevoli di rifiuti urbani ed animali, ma tutto ciò che mi oggi riversiamo nelle acque degli oceani e dei mari interni supera di gran lunga tali possibilità, anche perché il più delle volte gli scarichi sono concentrati in prossimità di zone particolarmente popolate e industrializzate, ed inoltre perché un gran parte di essi sono costituiti da sostanze non biodegradabili, cioè non trasformabili dai microrganismi presenti nell’ambiente in sostanze semplici non dannose, a per le quali la biodegradazione è molta lenta e possibile solo parzialmente.

Gli inquinanti biodegradabili

Le sostanze organiche degradabili che giungano al mare provengano essenzialmente dalle acque di scarico dei centri urbani, che tuttavia contengono anche altri composti difficilmente biodegradabili.
Nei fiumi che le trasportano, e conseguentemente sulle coste, tali sostanze raggiungono solitamente concentrazioni troppo elevate per poter essere assimilate in misura soddisfacente dai sistemi di degradazione biologica, e in seguito al loro accumulo la flora e la fauna presenti nell’acqua subiscono brusche trasformazioni: si moltiplicano rapidamente i batteri e i funghi, che provocano la morte degli altri organismi per effetto della diminuzione dell’ossigeno nell’acqua, successivamente si sviluppano in grandi quantità piccoli animali che si nutrono di feci e di altri rifiuti di natura organica. Se il fenomeno perdura e il flusso degli inquinanti non viene arrestato o sensibilmente diminuito i batteri, in una sorta di reazione a catena cominciano a produrre acido solforico ed ammoniaca, fino a rendere l’acqua irrecuperabile.
Esiste poi il problema non trascurabile, particolarmente in prossimità di zone balneari, della presenza di germi patogeni nei liquami e fognari, il cui comportamento nell’acqua marina non è ancora del tutto chiaro; è tuttavia stata accertata più volte, nei molti casi di bagnanti colti da infezioni intestinali o virali, l’inequivocabile responsabilità di tali scarichi.
Molti fiumi in tutto il mondo, anche nei Paesi poco industrializzati, versano in pessime condizioni a causa di un forte inquinamento da rifiuti organici; tra questi il Gange, che lungo il suo percorso raccoglie gli scarichi prodotti da milioni di persone e animali, mentre l’inquinamento industriale rappresenta solo il 20% del totale.
Un altro processo di deossigenazione dell’acqua, analogo a quello sopra descritto ma ad opera delle alghe, è indirettamente provocato dalla presenza nelle acque di scarico dei nitrati dei fertilizzanti, ai quali le stesse sono molto sensibili e reagiscono moltiplicandosi e sviluppandosi a dismisura; si tratta del fenomeno della eutrofizzazione, che interessa da qualche anno a questa parte, nella stagione estiva, il Mare Adriatico prevalentemente a causa del carico inquinante riversato in mare dal fiume Po.

Il DDT e altri composti analoghi

Tra tutti i pesticidi che siano mai stati prodotti dall'Uomo il DDT, di cui tutti certamente hanno sentito parlare, è il più terrificante: dagli anni ‘70 il suo usa è stato vietato, o almeno fortemente limitato, in tutti i principali Paesi industrializzati, ma grazie alle sue facile produzione e al suo basso costo è ancora oggi molto diffuso nel Terzo Mondo, dove viene impiegato soprattutto contro l’anofele portatrice della malaria e anche nel settore agricolo come equivalente dei moderni pesticidi, che sono molto più costosi.
Il DDT, che è tossico da contatto sul sistema nervoso e che anche a dosi minime provoca nei topi e negli uccelli forme tumorali e leucemie ha, come altre sostanze analoghe, una forte tendenza ad accumularsi nei tessuti adiposi; dagli organismi monocellulari alle diverse specie animali, risalendo la piramide della catena alimentare, esso raggiunge concentrazioni sempre maggiori, poiché ogni organismo animale assorbe tale sostanza direttamente dall’ambiente esterno e, in forma già concentrata, dai vegetali o animali di cui si nutre.
Composti analoghi al DDT, aventi le stesse caratteristiche fondamentali ed appartenenti alla stessa famiglia dei prodotti chimici oggi largamente diffusi sul mercato mondiale sono I PCB, che procurano danni al fegato, alla milza e ai reni e sono sospettati di procurare il cancro negli animali e nell’Uomo. L’HCB, contenuto negli antiparassitari e nei fertilizzanti, che è presente in quasi tutti gli alimenti nonché, in dosi considerevoli, nel latte materno e nei tessuti adiposi dell’Uomo a causa dell’assorbimento dagli alimenti stessi, il PVC, impiegato nella produzione di materiali di ogni genere, che produce un particolare tipo di tumore.
Alcuni test hanno rivelato che tracce di tali sostanze cancerogene per la loro persistenza e crescente concentrazione nei vari stadi della catena alimentare, sono presenti nel 99 per cento degli americani, e che questi hanno il  31 per cento di probabilità di contrarre un tumore entro l’età di 74 anni; ovviamente, per la similitudine delle condizioni di vita tali dati statistici sono estensibili in linea di massima a tutti gli abitanti di Paesi industrializzati, e in molti casi a quelli di Paesi in via di sviluppo.
Nell’ambiente marino il DDT e le altre sostanze citate causano forti squilibri tra le diverse specie di batteri e nella composizione del placton; il DDT provoca la morte dei gamberetti, che hanno legami biologici in comune con gli insetti; negli uccelli marini, che nutrendosi di pesci sono in testa alla catena alimentare, sono state riscontrate talvolta concentrazioni di elementi tossici superiori a quelli degli stessi pesticidi, e in alcune specie tali sostanze producono l'assottigliamento dei gusci delle uova che si rompono durante la cova, fenomeno da cui deriva ovviamente una drastica riduzione di nascite.

L'inquinamento radioattivo

Tra tutte le sostanze inquinanti che giungono in mare, quelle più pericolose per tutte le forme di vita sono senza dubbio quelle nucleari; oggi esse provengono dalle centrali atomiche, che si servono dell’acqua dei fiumi a del mare per i processi di raffreddamento, dagli impianti per il recupero e riciclaggio del materiale esaurito dalle scorie che vengono affondate negli abissi oceanici e che talvolta fuoriescono dagli appositi contenitori; nel passato invece, e fino a pochi anni fa, la fonte principale di sostanze radioattive confluenti nel mare, oltre che sulla terraferma, era costituita dalle esplosioni atomiche ad opera di Stati Uniti, ex URSS, Inghilterra, Francia, Cina e India, e dai numerosi test sulle armi atomiche prodotti per molti anni.
Anche se tali esplosioni sono cessate, ci auguriamo per sempre, le particelle radioattive liberate e depositatesi ora principalmente nei fondali marini resteranno pericolose per millenni; il plutonio, molto utile a scopi bellici, è tra i più attivi generatori di cancro conosciuti, tanto che un solo grammo può provocare la morte di 100 milioni di persone; la quantità complessiva di plutonio liberata dalle esplosioni atomiche, se pure non ben quantificabile, è nell’ordine di alcune migliaia di tonnellate.
Attualmente i principali inquinanti radioattivi delle acque sono gli impianti di riciclaggio, che recuperano dalle sbarre esaurite l'uranio ancora disponibile rendendo radioattiva l’acqua utilizzata per raffreddare le sbarre stesse durante le operazioni; uso dell'acqua è indispensabile anche nei processi di fabbricazione di tali elementi di combustione, durante i quali vengono dispersi in quantità ulteriori residui radioattivi. L'abbandono delle scorie radioattive nei fondali oceanici è stato definitivamente sospeso dal 1982, in seguito a pressanti proteste e dimostrazioni condotte da associazioni ambientaliste internazionali; quello delle scorie resta tuttavia un problema irrisolto, poiché in qualunque regione del globo e persino nello spazio esse continuerebbero a rappresentare un pericolo, cosi come quelle che ancora giacciono in fonda al mare e che conserveranno la loro pericolosità per migliaia di anni.
Analogamente ai pesticidi sopra menzionati anche le particelle radioattive tendono ad essere assorbite e fortemente accumulate dai tessuti, e in mare ciò si verifica a partire dagli organismi che, alla ricerca di cibo, scavano lo strato superficiale del fondali dove tali particelle sono depositate; il processo di bio-accumulazione procede attraverso i vari livelli della catena alimentare, e talvolta in alcune specie di pesci sono state riscontrate concentrazioni di elementi radioattivi da 100 a quasi 100 mila volte superiori a quelle dell’acqua circostante.

I metalli pesanti

Durante il loro percorso per raggiungere il mare, i fiumi, piccoli o grandi che siano, raccolgono ogni sorta di rifiuti, e di questi una cospicua porzione è costituita, almeno nei Paesi caratterizzati da un media a alto tenore di sviluppo, dagli scarichi industriali, che consistono essenzialmente in sostanze biodegradabili, pesticidi e metalli pesanti. Questi ultimi, che neghi ambienti acquatici sono presenti in natura in proporzioni variabili, sono indispensabili alla vita e allo sviluppo di tutti gli organismi marini, vegetali e animali, i quali sano tuttavia molto sensibili ad ogni minima variazione, in eccesso o in difetto, della loro concentrazione nell’ambiente; gia un lievissimo aumento di uno o più di questi elementi nell’acqua può rendere l’ambiente invilibile per molte specie e costituire una potenziale minaccia per altre.
Il rame, anche in piccole quantità, provoca la morte di microrganismi, alghe ed invertebrati inferiori, e quindi drammatiche conseguenze anche per le altre specie, a causa dell’alterazione della catena alimentane e della deossigenazione dell’acqua che si verifica per effetto dei processi di decomposizione.
Quali siano gli effetti prodotti di piombo sull’organismo e come esso accumuli nei tessuti è stato osservato poco addietro, a proposito dell’inquinamento atmosferico, e anch’esso è da annoverare tra i metalli pesanti che maggiormente inquinano gli oceani; è stato appurato che il piombo presente nell’acqua anche in quantità modeste inibisce negli organismi acquatici la tolleranza alla variabilità di temperatura e di concentrazione salina tipica delle foci dei fiumi che, come abbiamo detto, sono densamente popolati da molte specie ittiche proprio per la loro importante funzione biologica.
Il mercurio, allo stato inorganico in cui giunge ci mare non è particolarmente pericoloso per la flora e la fauna degli oceani, poiché è eliminabile piuttosto rapidamente dall’organismo e solitamente non lascia conseguenze; alcuni batteri e funghi presenti nelle acque del mare, dei laghi e del fiumi, tuttavia, hanno facoltà di trasformare il mercurio inorganico in un composto organico altamente pericoloso, che prende il nome di metile di mercurio. Questa sostanza si accumula nei tessuti e, come per le altre già citate, raggiunge concentrazioni sempre maggiori risalendo la catena alimentare; ingerito con gli alimenti provoca gravi disturbi essenzialmente al sistema nervoso centrale, con sintomi progressivi quali prurito, alterazioni della vista e dell'udito, difficoltà di controllo dei movimenti e perdita dei sensi che possono nelle circostanze più gravi conchiudersi nel decesso. Particolarmente ricchi di mercurio sono sgombri, gamberetti, triglie, tonno e pesce spada, se pure i prodotti ittici destinati all’alimentazione siano rigorosamente controllati affinché il loro contenuto di sostanze tossiche sia sempre al di sotto dei limiti di sicurezza.
Le industrie, le centrali nucleari e le altre centrali termoelettriche concorrono all’alterazione dei processi biologici dei fiumi e delle coste anche attraverso l’espulsione di acqua calda proveniente dagli impianti di raffreddamento, producendo quindi un inquinamento termico; gli animali acquatici, fatta eccezione per i mammiferi, adattano la temperatura corporea a quella dell'ambiente esterno, ma ciò è possibile solo entro certi limiti, che corrispondono generalmente ai valori massimi e minimi normalmente registrabili in quell’ambiente, o poco più; molte specie, nel corso della loro evoluzione, non hanno mai avuto motivo di sviluppare una maggiore tolleranza ai cambiamenti di temperatura, poiché nelle acque del mare l’escursione termica è minima, e talvolta è sufficiente un surriscaldamento di appena un grado per provocare penose morie.

Il petrolio

Benché le sostanze ed i fenomeni inquinanti menzionati fino ad ora, e quindi liquami fognari di origine biologica, i pesticidi, i residui radioattivi, i metalli pesanti ed altre situazioni di inquinamento di diretta derivazione da esse, siano estremamente pericolose per l’ambiente e per la salute umana, e costituiscono una minaccia drammaticamente reale e prossima per la vita del mare, rappresentano solo un quinto del volume totale di rifiuti che l’Uomo produce e scarica in mare: i restanti quattro quinti, che equivalgono a quasi 10 milioni di tonnellate ogni anno, sono costituiti da petrolio.
Il petrolio viene riversato in mare dalle raffinerie situate sulle coste, dai fiumi dove si trova mescolato ad altre sostanze, dagli impianti di estrazione e dalle petroliere durante le normali operazioni di lavaggio delle cisterne o in occasione di disastrosi incidenti. Quando si parla di petrolio generalmente la prima cosa a cui si pensa sona gli eclatanti incidenti delle navi cisterna, ma sorprendentemente questi ne riversano in mare solo il 3 per cento del totale; a maggior parte del petrolio presente negli oceani proviene dalla terraferma, attraverso le acque di rifiuto trasportate dai fiumi.
Quando il petrolio si diffonde in mare si espande rapidamente, e a seconda che questo sia calmo o agitato forma una pellicola uniforme sulla superficie o va alla deriva trasformandosi in una fanghiglia oleosa; nel frattempo una parte evapora ed altre particelle, che sono le più velenose e possano costituirne fino ad un terzo, si solubilizzano nell’acqua; col passare del tempo la porzione restante dà origine a numerasi ammassi catramosi galleggianti, che a poco a poco si trasformano in grumi più piccoli, che possono essere degradati da alcune specie di alghe, batteri, funghi e lieviti marini, ma tale processo può richiedere anche alcuni decenni.
Poiché gran parte degli scarichi di petrolio avvengono lunghe le coste, da parte dei fiumi e delle raffinerie, essi vanno a nuocere gravemente agli ecosistemi costieri, già duramente provati dall’insieme delle altre sostanze inquinanti che vi pervengono, e sono soprattutto le zone paludose e le foreste a mangrovie le più vulnerabili, dove per eliminare i consistenti accumuli catramosi si appiccano incendi o, peggio, si elimina la parte superiore della vegetazione, con ovvie, disastrose conseguenze.
Il petrolio ha sui pesci un effetto letale, poiché permeando le branchie di una pellicola oleosa ne provoca la morte per soffocamento; particolarmente vulnerabili sono le uova e le larve. Per gli uccelli il contatto col petrolio è quasi sempre fatate poiché le piume, danneggiate, rendono molto difficile o impossibile il voto, e conseguentemente l‘animale precipita in mare, dove può morire per annegamento o per avvelenamento; nei casi in cui ciò non accade, net tentativo di ripulirsi le piume l’uccello ingerisce un’eccessiva quantità di sostanze tossiche, che danneggiano fortemente i processi respiratori e digestivi.
Fatta eccezione per le fuoriuscite di greggio durante i processi di estrazione e per le perdite prodotte da incidenti, la maggior parte di petrolio riversato in mare aperto è scaricato deliberatamente, prevalentemente durante le operazioni di manutenzione delle petroliere; benché siano disponibili nei porti le strutture adatte a contenere i residui altamente inquinanti delle operazioni di lavaggio dei serbatoi e scarico del rifiuti solidi e liquidi, gran parte dei comandanti scelgono abitualmente un sistema più rapido ed economico, che consiste nel liberarli in mare. Una simile azione é generalmente passibile di multa, ma è alquanto difficile sorprendere una nave in mare aperto nel bel mezzo di tali operazioni, ed inoltre non è sempre possibile dimostrare che queste non vengono eseguite entri limiti e le condizioni consentite; in ultima analisi poi, la multa in questione è solitamente meno onerosa della tariffa richiesta per lo scarico di tali rifiuti nei serbatoi approntati nei porti.
Il problema del lavaggio del serbatoi vale anche per le navi cisterna che trasportano prodotti chimici; i serbatoi devono essere lavati prima di ogni nuovo carico, ma gli impianti di raccolta e smaltimento dei residui sono molto rari e comportano sempre il pagamento del servizio. Liberarsi di queste sostanze in mare aperto é quindi, anche in questo caso, la migliore soluzione dal punto di vista del comandante di una nave, tanto più che, poiché a differenza del petrolio queste generalmente non galleggiano, non lasciano nessuna traccia visibile sulla superficie dell’acqua. Benché dal 1986 siano entrate in vigore regolamentazioni in merito col piano internazionale MARPOL contro l’inquinamento ad opera delle navi, la situazione è rimasta pressoché inalterata.

La plastica e altri rifiuti solidi

Per quanto riguarda i rifiuti solidi presenti in mare e provenienti dall’entroterra attraverso i fiumi, dai centri che sorgono sulle coste e dalle imbarcazioni, il primato spetta certamente alla plastica; si calcola approssimativamente che i rifiuti solidi gettati in mare ogni anno siano quantificabili in 6,5 milioni di tonnellate, e di questi una cospicua percentuale é costituita da oggetti, frammenti e residui di plastica, di ogni colore e forma e, soprattutto, resistenti nel tempo; molti degli altri rifiuti solidi, come la carta o i tessuti, sono rapidamente degradabili, ma la plastica, la gomma, il vetro e gli oggetti metallici, che si depositano sui fondali o vagano galleggiando sulla superficie dell’acqua, si accumulano di anno in anno, trasformando il mare in una pattumiera.
I rifiuti di bordo delle navi da crociera, navi passeggeri e pescherecci, e le perdite di carichi dette navi mercantili costituiscono la fonte principale della spazzatura dispersa in mare, e anche i fiumi e gli scarichi delle città costiere contribuiscono trasportando i residui delle industrie di materiali plastici e rifiuti di ogni genere gettati in discariche improvvisate lungo i fiumi stessi o dispersi per trascuratezza o sciatteria di molte persone.
In mare questi materiali provocano la morte di molte creature, spesso dopo terribili sofferenze; infatti molti pesci scambiano facilmente questi oggetti multiformi e variopinti per il loro cibo naturale, e una volta ingeriti questi provocano lesioni interne, occlusioni intestinali, intossicazioni ed altre spiacevoli conseguenze; altre volte invece animali marini rimangono imprigionati in involucri di plastica e muoiono dopo lunghe e penose sofferenze.
Molto spesso le paludi a mangrovie vengono utilizzate come discariche di considerevoli quantità di rifiuti solidi, i quali vanno ad aggiungersi alle scorie chimiche e fognarie e ai residui di petrolio che avvelenano le acque.

Impoverimento delle risorse ittiche

La conseguenza più diretta di tali azioni, congiuntamente all’incessante aggravarsi dei fenomeni di inquinamento, sarà un progressivo, rapido impoverimento delle risorse ittiche, già duramente provate da una pesca sfrenata che non tiene conto delle potenzialità produttive degli oceani né, tanto meno, del fatto che l’ambiente marino prospera grazie al mantenimento di molteplici situazioni di equilibrio biologico, spesso molto fragili e il più delle volte a noi ignote, che vanno rispettate.
Oggi la crescente richiesta di prodotti ittici destinati ad essere trasformati in mangimi per animali e in fertilizzanti, che costituiscono un ferzo di tutto il pescato, spinge le grandi flotte pescherecce, controllate da pochi Paesi primi tra i quali Russia e Giappone, a servirsi di reti a maglie finissime che setacciano il mare impoverendolo sempre più.
A partire dal 1970, nonostante le tecniche sempre più perfezionate, l’incremento annuo del pescato è diminuito sensibilmente, e con esso è diminuito a qualità del prodotto stesso costituito perlopiù da piccoli pesci, utilizzati per la produzione di farina che ancora una volta andrà ad ingrassare una gran moltitudine di animali destinati alla nostra alimentazione.
Pesci di diverse specie sono stati decimati e rischiano l’estinzione, mentre le balene, che sono state le prime a subire i danni di sistemi di pesca irresponsabili, sono ancora in pericolo e nella migliore delle ipotesi impiegheranno anni per uscirne.
D’altro canto la pesca indiscriminata attuata dalle grandi flotte priva dei mezzi di sussistenza i piccoli pescatori delle città costiere, soprattutto nelle acque dei Paesi del Terzo Mondo, dove tali flotte si sono spinte dopo avere sfruttato le loro risorse locali. Talvolta la pesca viene fatta anche con la dinamite, e le esplosioni provocano la distruzione di ogni cosa e la morte di tutti gli organismi viventi; fare ulteriori commenti su azioni di questo genere ci pare a dir poco superfluo.

Conclusione

Benché una porzione dell’Umanità, quello che vive in Paesi industrializzati, sia oggi sovralimentata, particolarmente per un eccesso nel consumo dl zuccheri e proteine animali, nei Paesi del Terzo Mondo milioni di persone ogni anno muoiono di fame e moltissime altre contraggono malattie e soffrono a causa di un’alimentazione insufficiente; oggi la popolazione mondiale conta 5 miliardi di individui, e nonostante siano evidenti i sintomi di un diffuso degrado ambientale in continua progressione, ancora i mezzi di cui disponiamo ci consentono di ricavare dalla terra e dal mare una quantità di prodotti alimentari che, nonostante la denutrizione di molti, siamo concordi nel giudicare sufficiente.
Ciò che a questo punto non possiamo non domandarci è che cosa sarà dell’Umanità - di tutta l’Umanità - di qui a pochi decenni, quando il deserto che avanza 70 mila chilometri quadrati ogni anno avrà reso sterili vastissime estensioni di suolo ora fertile, quando la temperatura dell’atmosfera terrestre si sarà fatta più calda e diverrà la causa di improvvise, violente tempeste, soffocanti ondate di calore e prolungate siccità, quando il mare si sarà innalzato sommergendo le coste ora fertili e popolose ed intere nazioni, quando ancora il mare, avvelenato e saccheggiato, lascerà le nostre reti quasi vuote e, soprattutto quando la popolazione mondiale sarà più che raddoppiata. Disinteressarsi di tutto ciò, giustificandosi con la frase, piuttosto ricorrente "io non ci sarò più" equivale a non nutrire alcun interesse per la cattiva sorte dei propri figli e comunque delle future generazioni umane, e ancor peggio, a contribuire ed aggravarla; significa non essere più uomini ma esseri degeneri rispetto al quel singolare animale che sin dagli albori del suo cammino seppe dare un valore nuovo al significato di evoluzione, avvalendosi dell’intelligenza per prendere coscienza di sé e fare progetti per il futuro.
Se oggi il suolo, il mare, l’atmosfera sono interessati da fenomeni di degrado tali da farci prevedere una catastrofe imminente, la causa più evidente è senza dubbio un poco razionale e tutt’altro che lungimirante sfruttamento delle risorse naturali, ma la causa di fondo, che a maggior ragione lo sarà nel prossimo futuro, è l’incredibile incremento demografico registrato in questo secolo.
Si pensi a tale proposito che solo quarant’anni fa, nel 1 950, la popolazione mondiale era metà di quella attuale, ovvero 2,5 miliardi, e se non saranno presi provvedimenti in merito nel 2100 sarà di 14 miliardi, quasi il triplo di quella odierna; solo nel corso di questo decennio si prevede un incremento mai registrato nella storia dell’umanità, pari a 959 milioni di individui. Dal 1950 ad oggi non solo la popolazione è raddoppiata, ma per oltre un terzo di esse il tenore di vita è salito vertiginosamente; ciò ha determinato un rapido, crescente aumento alla richiesta di beni di consumo e di spazi da destinare a nuovi insediamenti, sia civili che industriali; e poiché le risorse naturali non si sono moltiplicate di pari passo a quelle umane la conseguenza di tale fenomeno non avrebbe potuto essere che quella di un loro maggiore sfruttamento.
Oggi tuttavia siamo consapevoli di ciò che ci attende, e sappiamo di non poterci permettere gli entusiasmi degli anni passati; e poiché tutti saranno concordi nell’affermare il diritto di ogni essere umano, qualunque sia la sua razza o la sua estrazione sociale, di vivere in un ambiente adatto a garantirgli il sostentamento, la salute e il benessere, la scelta fondamentale che l’Umanità deve prepararsi a fare al riguardo una scelta fondamentale una netta diminuzione dell’incremento demografico. Non è infatti accettabile l’idea che 14 o 10 miliardi di persone possano vivere una vita qualitativamente soddisfacente su spazi più limitati di quelli attuali, in condizioni climatiche più opprimenti e con risorse alimentari molto più esigue di quelle odierne.
La formulazione di politiche demografiche per l’attuazione di programmi di pianificazione familiare si rende necessaria particolarmente nei Paesi meno sviluppati dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, ai quali si deve l’85% dell’aumento di popolazione globale dal 1950 ad oggi e dove si registrano ulteriori incrementi; tali programmi dovranno innanzitutto mirare ad offrire ai cittadini maggiori informazioni sui sistemi di contraccezione e a creare maggiori servizi di pianificazione familiare in modo che ogni donna che abbia deciso di non avere più figli o di programmare l’evento per il periodo più opportuno della propria vita possa avere accesso a strutture capaci di offrire aiuto, consiglio ed assistenza sanitaria.
I tabi su tali argomenti, qualora costituiscano un ostacolo, non hanno più ragione di esistere in un mondo che si considera civilizzato e che deve accingersi a risolvere problemi come quello della sopravvivenza dell’intera Umanità.
Alcuni Paesi coma la Cina, Singapore e la Corea del Sud, dopo aver provveduto ad offrire tali servizi hanno ottenuto risultati apprezzabili incentivando piccoli nuclei familiari con facilitazioni ed ulteriori servizi sociali, e disincentivando quelli più numerosi.
Nei Paesi industrializzati i tassi di fertilità sono già molto diminuiti, e nelle società dell’Europa Occidentale si registra da qualche anno a questa parte una crescita demografica zero; queste Nazioni dovranno invece adeguarsi ad una nuova configurazione sociale, a causa del continuo aumento della proporzione di anziani oltre i 65 anni di età. In Europa e neghi Stati Uniti le condizioni e il ruolo degli anziani sono destinati a subire sensibili mutamenti nei prossimi anni, e forse questi Paesi scopriranno nuove ed inattese potenzialità di sviluppo sociale.
Se sarà raggiunta al più presto una stabilizzazione demografica mondiale e gli sforzi comuni consentiranno il recupero anche parziale degli ecosistemi colpiti dal degrado e l’avvio verso una migliore gestione delle risorse naturali, lo spettro di imprevedibili mutamenti ambientali e di penose carestie che oggi incombe sull’Umanità potrà essere per sempre cancellato, e con esso un’altra minaccia altrettanto cupa potrà essere, se non allontanata definitivamente, quanta meno resa più eludibile ed improbabile: la guerra.
L’Uomo oggi si trova ad una svolta decisiva, che dovrà mutare radicalmente la qualità del suo rapporto con la vita, con l’ambiente, con i suoi stessi simili; dopo avere vinto l’inclemenza dei fenomeni naturali ed infranto le ataviche regole dei cicli biologici, creando un profondo dualismo tra il suo piccolo mondo artificiale e quello sempre più distante della sue origini, spinto dall’inflessibile volontà di assoggettare il secondo al prima, l’Uomo ha sviluppato nel tempo una concezione falsata del proprio essere e della propria collocazione nell’Universo, perdendo coscienza delle insopprimibili necessità biologiche che mai gli consentiranno di affrancarsi da quel mondo che, dopo avere assoggettato, ha cominciato a distruggere.
Le prossime scelte che l’Uomo dovrà operare dovranno vertere al riconsolidamento del suo rapporto con l’ambiente, al fine di comprendere a fondo i meccanismi e la misura in cui questi sono stati alterati come conseguenza delle sue azioni; la conoscenza, conseguita in obbedienza al preciso e consapevole desiderio di operare positivamente, rappresenta il primo passo verso la conquista di un nuovo, reale sviluppo sociale, promosso all’insegna di una proficua fusione tra la civiltà umana e l’ambiente che lo ospita e le consente di prosperare.
Ogni Uomo della Terra, di qualunque razza, religione, ideologia politica e nazionalità deve poter esercitare il proprio diritto di vivere in un ambiente salubre e tale da potergli garantire un’esistenza qualitativamente soddisfacente, ma per poter godere di tale diritto deve necessariamente ottemperare a precisi doveri, consistenti essenzialmente nella salvaguardia della vita di tutti gli organismi che come lui popolano la Terra e delle loro reciproche relazioni biologiche, nella tutela dell’ambiente e della sua integrità e, inoltre, nel rispetto dei suoi simili.
I principi di salvaguardia, tutela, rispetto dovranno essere intesi da ognuno in un loro significato più partecipe e responsabile, nel senso che salvaguardare, tutelare, rispettare l’ambiente, nella nuova realtà che ci accingiamo a vivere, non sarà lo stesso che astenersi dal nuocere deliberatamente; con un gran numero di nostre azioni quotidiane, quando mangiamo, usiamo l’automobile, gettiamo rifiuti, acquistiamo un frutto o una bomboletta spray compiamo delle scelte che, anche se ci sembrano banali a causa della loro giornaliera ripetitività, vanno ad incidere sullo stato di salute dell’ambiente. Di fronte a tali situazioni non è possibile assumere posizioni di neutralità poiché tali nostre scelte, banali o importanti che siano ai nostri occhi, sommandosi a quelle dei rimanenti 5 miliardi dl individui nostri simili, vanno ad incidere sulla bilancia del sistema sociale globale a favore del recupero ambientale e dello sviluppo sostenibile o contro i essi.
Oggi ogni Uomo deve scegliere se essere, intellettualmente prima ancora che con le azioni, a favore o contro la sua unica prospettiva di salvezza, e chiariamo a tale proposito che l’indifferenza equivale non a neutralità ma a contrapposizione. Il riferimento all’Uomo, naturalmente, va esteso a tutti gli Uomini e le Donne, cittadini o governanti di ogni Nazione del mondo.
Premesso tutto ciò, senza ulteriori commenti, non ci rimane che ricordare all’Uomo che la sua sola casa è la TERRA.

 

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