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William Holman Hunt |
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E’ il meno noto ed apprezzato dei preraffaelliti, anche se sarà il solo a tener fede, fino in fondo, ai presupposti originari della Confraternita. Londinese, figlio di un capo magazziniere, destinato a un lavoro subalterno se non fosse stato sorretto da passione fortissima per la pittura, dopo due tentativi falliti entra, nel 1844, nelle scuole della Royal Acaderny.
Negli anni successivi si avvicina
agli scritti di Ruskin e alla poesia di Keats: influssi
fondamentali per l’individuazione di uno stile e di una iconografia. Nel 1848
espone alla Royal Academy un’opera ispirata a Keats: La fuga di
Maddalena e Porfirio, in stile ancora accademico. Attraverso
Millais conosce
Rossetti: la
fondazione della P.R.B. è cosa nota.
Rappresentante tipico della tecnica
preraffaellita, è convinto
che l’arte non possa prescindere da costante, perseverante applicazione, anche
se nel 1863 confesserà sconfortato: «Lavoro e lavoro finché mi sento il cervello
prosciugato come un vecchio pezzo di sughero, ma il risultato si allontana
sempre più da me!»
Animato da sentimenti religiosi e pervaso dallo spirito moralistico di Ruskin,
dipingerà quadri sacri rivolti a un vasto pubblico; ma anche soggetti letterari:
da Keats, da Tennyson e soprattutto da Shakespeare.
Due soggetti shakespeariane infatti sono tra i primi suoi quadri
preraffaelliti: Claudio e Isabella (1850-1853) e Valentino salva
Silvia da Proteo (1850-1851). L’uno (da Misura per misura)
pone il problema del rapporto fra il bene e il male: Claudio, imprigionato,
vuole convincere la sorella a cedere alle voglie di Angelo, il crudele signore,
per aver salva la vita. L’altro (da I due gentiluomini di Verona) è scena
di riconciliazione: Valentino induce l’amata Silvia a perdonare Proteo per aver
tentato di sedurla venendo meno all’amicizia che a lui Io legava. L’aver scelto
in entrambe le opere momenti ricchi di intenzioni etiche, non disgiunte da
venature erotiche, sottolinea l’interesse dell’artista per problemi come colpa e
redenzione, offrendoci anche possibili chiavi di lettura del suo carattere e
delle sue vicende biografiche.
Innamoratosi di una sua modella,
Annie Miller, con tipico zelo evangelico aveva tentato di redimerla e
avrebbe voluto sposarla. Ma, affidata la ragazza a
Rossetti al momento
del primo viaggio in Terrasanta, al ritorno l’aveva trovata nel pieno di
una situazione amorosa con l’amico, certo custode inadatto della virtù
femminile.
Rimasto scapolo fino al 1865, sposerà Fanny Waugh, morta prematuramente
di parto l’anno successivo. Nel 1875 ne sposerà la sorella Edith, non
senza complicazioni, essendo tale tipo di matrimonio proibito dalle leggi
inglesi.
C'è certamente una vena di
morbosità nell’atmosfera di fervore religioso e repressione moralistica che
circonda la vita e l'opera di Hunt. Diversamente da
Rossetti, egli è un
tipico uomo della epoca.
Nel 1853 dipinge gli ultimi due quadri che precedono lo scioglimento della
Confraternita: Il Risveglio della coscienza e La luce del mondo come versione
secolare e religiosa del tema della salvezza. Opere per noi difficili da
accettare per l’irrimediabile tono e per l’affollamento di intossicanti elementi
simbolici.
Ne primo si rappresenta una prostituta che, presa da rimorso, ha un soprassalto,
mentre l’ignaro seduttore continua a suonare l piano: il messaggio è quello
della possibilità della redenzione.
Ruskin, in una lettera del 1854 al Times, aveva difeso l’eccessiva
proliferazione di particolari del dipinto: "Nulla è più interessante del modo
nel quale anche gli oggetti più banali
s’impongono all’attenzione
d’una mente animata da sollecitazione vitale e incalzante».
Ne La luce del mondo l’artista esplica
una notevole tensione nel rendere con cura lo sfondo illuminato dalla luce
lunare, lavorando di notte, all’aperto, a lume di lanterna. Accolto con scarso
interesse all’esposizione della Royal Academy del 1854, il quadro sarà ancora
una volta difeso da Ruskin. In seguito (1865) l’autore spiegherà come la
luce fisica corrisponda alla luce spirituale, la ruggine alla corrosione delle
facoltà vitali, le erbacce alle malvage attitudini, il pipistrello, animale
notturno, al buio e all’ignoranza, e così via. Quadro molto popolare, riprodotto
senza fine in libri e stampe, diverrà una delle immagini chiave della
religiosità vittoriana.
Recatosi in Terrasanta all’inizio del 1854 (vi ritornerà nel 1869, nel 1875 e
nel 1892), condizionerà sempre più la sua opera all’esperienza diretta dei
Luoghi Santi. Il primo risultato, Il capro espiatorio, è davvero
eccentrico nel suo tentativo di tradurre l’intensità di visione in visionario
fervore religioso.
Anche Ruskin, questa volta, citerà il
pericolo di «un eccesso di sentimento, che può fare dimenticare le esigenze
della pittura come tale» (1856). Affrontati grandi disagi (dipingeva sulle rive
del Mar Morto, a una temperatura al limite del sopportabile, con un fucile
accanto per difendersi dai predatori), Hunt ambienta l’animale simbolo
delle colpe del mondo nel luogo stesso dove credeva fosse esistita Sodoma. Per
noi l’unico interesse è nella componente iperrealista che prosciuga l’atmosfera
e comunica una sorta di allucinata tensione.
Altra opera di ambientazione palestinese è Il ritrovamento del Salvatore nel
Tempio, terminato dopo il 1860. Orgoglio, indolenza, invidia,
sensualità si leggono sui volti di rabbini, dipinti da veri modelli semiti.
L’artista è attratto dai costumi e dalla storia ebraica, cosa che balza da ogni
particolare dell’elaborato dipinto.
Nel 1867, con Isabella e il vaso di basilico, tornerà a un tema
protopreraffaellita: nonostante il clima orientaleggiante, il quadro era stato
concepito a Firenze durante la malattia della prima moglie e, dopo. la morte, a
lei dedicato.
Tornato in Terrasanta, realizza altre opere
religiose: L’ombra della morte (1869-1870) e Il trionfo degli
innocenti (1876-1887), diffuse ampiamente in stampe e riproduzioni,
sempre più elaborate, sempre più calligrafiche.
Nella prima, in accordo con le idee espresse da Carlyle in Passato e presente
(1843), vuole sottolineare la nobiltà del lavoro manuale. Senso di
solitudine, mancanza di fiducia accompagnano l’esecuzione. «Anche se fosse la
migliore opera mai dipinta, dopo la grande infelicità che mi ha procurato la
odierei a tal punto da non vedervi che difetti!» confesserà nel 1872.
Ne Il trionfo degli innocenti realtà e allegoria si mescolano curiosamente. Era stato definito da Ruskin «il più gran quadro religioso dell’epoca», ma ci sembra più nel giusto F.G. Stephens, l’antico sodale della P.R.B., che lo riterrà «strano miscuglio di reale e irreale, contraddittorio e inquietante», dichiarandolo «un nobile fallimento». Definizione che potremmo forse applicare all’intera opera dell’artista.
A cavallo del secolo (1886-1905) è La Dama di Shalott, che ci riporta, in stile ormai Art Nouveau, ai climi romantico-medioevali delle illustrazioni dei Poems di Tennyson del 1857. Curioso effetto, quello della durezza reificante di Hunt applicata al nuovo gusto! Un ultimo eccesso è nella capigliatura esorbitante della dama, per dipingere la quale l’artista pare avesse impiegato tre anni.
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