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Gian Lorenzo Bernini |
![]() |
![]() Estasi di Santa Teresa 1647-1652 marmo Santa Mariadella Vittoria, Roma |
![]() Apollo e Dafne 1622-1625 marmo Galleria Borghese, Roma |
![]() David 1623-1624 marmo Galleria Borghese, Roma |
Scultore, architetto
Nato
a Napoli nel 1598 e morto a Roma nel 1680, è stato per il seicento a Roma quello
che Michelangelo è stato per il cinquecento: dominatore del secolo, con la sua
personalità geniale, le sue imprese artistiche, la vita lunghissima. L’uno e
l’altro furono al servizio di diversi papi, che li tennero sempre in altissima
considerazione e che affidarono loro incarichi di natura diversa, nonostante
essi si considerassero essenzialmente scultori.
Il marmo era la materia da loro prediletta e come nessun altro seppero
infondervi energia e calore, strappando al blocco le forme che la loro fantasia
vi vedeva riposte. Le opere giovanili: una statua singola, il
David
(1623-1624), e due gruppi, il Ratto di Proserpina (1621-1622) e
l’Apollo
e Dafne
(1622-1625), che
furono eseguiti per la galleria privata del cardinale
Scipione Borghese.
Nel suo David,
esplode l’energia e si fa manifesta nel tendersi dei muscoli, nella
violenta torsione a spirale del busto, nella fierezza volitiva del volto.
Nel Ratto di Proserpina è in atto un brutale rapimento, e nell’Apollo e Dafne un
tentativo di rapimento che va tragicamente a vuoto: Apollo, il dio sole,
innamorato della bella ninfa, ma da lei non corrisposto, cerca di prenderla con
la violenza. La fanciulla fugge e chiede alla madre-Terra di essere trasformata
in alloro; sicché nel momento in cui il divino spasimante sta per afferrarla,
avviene la mostruosa mutazione: prima una gamba, poi le braccia, mentre la pelle
delicatissima s’indurisce in ruvida corteccia. Il marmo, docilmente piegato
dall’impareggiabile abilità e perizia tecnica dell’artista, si trasforma in
fronde fruscianti.
Il Baldacchino di S. Pietro
(1624-1633), un colosso bronzeo di quasi trenta metri, fu commissionato
all’ancor giovanissimo Bernini da quell’Urbano VIII Barberini con il quale
l’artista stabilirà un durevole e proficuo rapporto di lavoro.
L’artista per colmare lo spazio sotto la cupola della Basilica, problema di
non facile soluzione, scelse quattro altissime colonne che s’attorcigliano sul
loro fusto, come giganteschi rampicanti, e che sono raccordate in alto da una
incastellatura di volute a “dorso di delfino”. Questo “oggetto” non è
un’architettura, non è una scultura, non è una pittura ma centra perfettamente
lo scopo.
Un altro prodotto tipico del gusto barocco sono le fontane,
per le quali il Bernini inaugura una nuova tipologia, a vasca ribassata: da
quella della Barcaccia (1627-1629) in Piazza di Spagna; a quella del Tritone
(1642-1643),
a forma di conchiglia, esse non si configurano più come un’architettura, bensì
come una forma di spettacolo all’aperto in cui arte e natura si legano
inscindibilmente.
Nella
Fontana dei Quattro Fiumi
(1647-1651), in Piazza Navona, imponenti massi di travertino
non lavorato, sormontati da un obelisco, formano una finta scogliera dalle cui
fessure zampillano getti che vanno ad increspare il largo specchio sottostante ,
in un gioco continuamente mutevole di colorazioni e riflessi, a seconda delle
variazioni di luce e d’atmosfera. I moti dei giganti, che personificano i
maggiori fiumi dei quattro continenti, fino ad allora noti, l’agitarsi delle
palme, dei leoni, dei cavalli, dei caimani, del delfino natante nella vasca
s’intrecciano con i movimenti reali degli scrosci d’acqua. La fontana ha una
funzione celebrativa e di propaganda politica: è l’immagine del mondo intero
che, convenuto su quella piazza dove era allogato il palazzo di famiglia del
pontefice, Innocenzo X Pamphili, rende a lui omaggio.
![]() Fontana del tritone marmo Piazza Barberini, Roma |
![]() Fontana dei quattro fiumi, 1651 Piazza Navona, Roma |
![]() La Beata Ludovica Albertoni Marmo, particolare, 1674 San Francesco a Ripa, Roma |
Il Bernini
realizza completamente la sua idea di un’arte come spettacolo e
propagandistico-pedagogico con la decorazione della Cappella Corsaro, in S.
Maria della Vittoria. Il tema,
l’Estasi
di Santa Teresa d’Avila,
era di arduo svolgimento ma egli riuscì ad esteriorizzare il momento
di massima intensità affettiva, seguendo il pensiero della santa, la quale aveva
espresso l’eccezionalità della sua esperienza. Era questo, il momento
irripetibile che occorreva fissare: la santa, abbandonata su una molle coltre di
nubi, sospira e trascolora in volto alla trafittura dell’angelo. Bernini, da
perfetto tecnico dell’immagine qual era, sapeva che per rendere plausibile e in
qualche modo comprensibile, una condizione spirituale così esclusiva, era
necessario avvicinarla all’esperienza comune, per mezzo del coinvolgimento dello
spettatore. Perciò Bernini concepisce l’estasi come una sorta di sacra
rappresentazione, data in uno spazio scenico dove il pubblico solo è ammesso
come spettatore, ma è chiamato a partecipare come attore.
Il Bernini sa dare nuova configurazione, essenzialmente dinamica, allo spazio:
luogo di accadimenti emozionanti, in cui lo spettatore è chiamato a partecipare.
Nominato nel 1629, alla morte del Maderno, architetto della fabbrica petriana,
si dedica al completamento delle opere che questi aveva lasciate in sospeso, tra
cui il Palazzo Barberini
(1629-1632).
Il
Palazzo apre a pian terreno un portico e
ai piani superiori larghe finestrature, grazie a queste soluzioni viene impressa
alle masse dell’edificio quell’apertura che le rende del tutto evidente. Solo
con il
Colonnato (1656-1657), però questa
concezione spaziale, tipicamente barocca, darà vita ad un episodio di
eccezionale valore monumentale.
Il Bernini ottiene da Alessandro VII
l’incarico di dare una configurazione confacente per significati e funzioni,
alla piazza antistante la Basilica di San Pietro.
![]() Plutone e Proserpina Marmo, Eseguita nel 1621-1622 per il Cardinale Scipione Galleria Borghese, Roma |
![]() La Verità svelata Marmo, Eseguita tra il 1646 - 1652 Galleria Borghese, Roma |
La scelta cadde su una recinzione a
tenaglia formata da un porticato dorico a trabeazione piana. Il portico, che nel
primo tratto disegna con la facciata della Basilica un trapezio, si allarga poi
a mo di braccia in due immensi emicicli a quattro navi: immagine della chiesa
che si rivolge al mondo e che maternamente accoglie nel suo seno i fedeli.
E si tenga conto di quale doveva essere l’impatto psicologico, misto di sorpresa
e commozione su chi arriva dalle strette viuzze dei borghi medievali allo slargo
solenne e magnificente della piazza, prima che tale effetto fosse in parte
vanificato dall’apertura del rettifilo che ora la congiunge direttamente a
Castel Sant’Angelo. Rientrato dalla Francia, il Bernini porta a compimento i
lavori in San
Pietro e si dedica,
fra l’altro al Monumento funebre di Alessandro VII; più che a commemorare un
defunto o invitare alla riflessione morale, un tale monumento, come pure quello
per Urbano VIII, serve a glorificare la persona del pontefice. In Bernini,
accanto all’artista ce n’è stato un altro, meno pirotecnico ed appariscente, ma
capace di una straordinaria aderenza al vero. I suoi busti-ritratto e, fra
questi i due più famosi: lo Scipione Borghese e Costanza Buonarelli, visi senza
segreti che si mostrano in tutte le loro sfumature caratteriali. Solo uno
scultore come lui, che era stato pittore, poteva infondere al marmo quei palpiti
e quella mobilità che, solitamente, sono prerogativa del colore.
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