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Lucio Fontana |
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Lucio Fontana (1899-1968) è attivo già dagli anni trenta con opere che denunciano una aperta insofferenza nei confronti dei tradizionali sistemi operativi e produttivi dell'arte e per la forma rappresentativa dell'opera. Del 1931 è la sua prima mostra personale tenutasi alla Galleria del Milione. Qui espone sculture figurative nelle quali, se da un lato risulta chiara l'influenza di Arturo Martini, dall'altro la ricerca dell'essenzialità della forma denota lo spiccato interesse dell'artista per l'avanguardia europea. Di questo periodo sono anche le "tavolette graffite" di cemento colorato che anticipano la sua opera degli anni Cinquanta. Le tavolette sono incise attraverso automatismi gestuali che nello stesso periodo caratterizzano l'opera dei surrealisti.
Nel 1934 entra a far
parte del gruppo dei primi astrattisti italiani (con Melotti, Licini, Reggiani,
Veronesi, Soldati, Ghiringhelli e Bogliardi) facenti capo alla Galleria del
Milione. L'anno successivo appoggia il movimento parigino
"Abstraction-Création", pur continuando tuttavia per tutto il decennio seguente
ad alternare le forme astratte a quelle figurative. Intraprende in questo
periodo anche l'attività di ceramista, iniziando a lavorare questo materiale in
parte influenzato dall'opera di
Boccioni e Medardo Rosso, ma comunque sempre
alla ricerca di una totale libertà gestuale e di una forte espressività
plastica. Per questa nuova attività si avvale delle manifatture Sèvres di
Parigi. Nella capitale francese conosce Tzara,
Mirò e
Brancusi.
Durante gli anni della seconda guerra mondiale, e fino al 1947, vive in
Argentina, continuando a lavorare in stile figurativo con più accese tensioni
espressionistiche e insegnando all'Accademia di Altamira a Buenos Aires, da lui
fondata nel 1946 insieme con Jorge Romero Brest e Jorge Larco. Qui redige il
"Manifiesto Blanco", che fissa i principi teorici dello "spazialismo",
enunciando che l'opera deve dilatarsi nello spazio estendendosi anche alla
quarta dimensione.
Scrive Achille Bonito Oliva: "Il problema di Fontana è come adoperare la
scultura per raggiungere attraverso l'arte la realtà. Generalmente le forme
artistiche, essendo forme metaforiche, sono come un velo tra l'artista e la
realtà. Nel momento in cui Fontana vuole invece attraverso l'arte raggiungere la
realtà, si pone il problema di come sfondare i materiali più duttili se legati
al quotidiano. Per questo egli trova in Boccioni, nel
Futurismo, il massimo
delle ispirazioni. Esattamente nel Manifesto della Scultura firmato da Boccioni,
in cui l'artista futurista dichiara di voler esprimere i concetti di dinamismo
ed energia, mediante l'arte tridimensionale della scultura e realizzare il
paradosso di rappresentare il movimento attraverso una forma statica, attraverso
materiali che vanno dal metallo al marmo, ad altri quotidiani, poveri,
elementari, quali il legno, il vetro, lo spago, che di per sé non appartengono
alla tradizione dell'arte. Nello stesso tempo Fontana, attraverso la pittura, si
pone lo stesso problema della scultura: come sfondare il muro dell'arte e
arrivare direttamente a toccare il mondo, la realtà".
Nell'aprile del 1947 torna a Milano ed immediatamente anima discussioni e
dibattiti tra artisti e intellettuali per la stesura dei Manifesti Spazialisti.
Le teorie che ne scaturiscono vengono successivamente sviluppate in altri
manifesti redatti tra il 1947 e il 1952 che contribuiscono a chiarire la nuova
concezione dello spazio che diviene l'intero ambiente vitale dell'opera,
dell'artista e del fruitore, in una direzione totalmente espansiva tendente ad
abolire i confini dimensionali e i limiti fisici del materiale che si fa
linguaggio. Dai manifesti spazialisti: "Concepiamo la sintesi come una somma di
elementi fisici: colore, suono, movimento, tempo, spazio, la quale integri una
unità fisico-psichica. Colore, l'elemento dello spazio, suono, l'elemento del
tempo, il movimento che si sviluppa nel tempo e nello spazio, sono
le forme fondamentali dell'arte nuova, che contiene le quattro dimensioni
dell'esistenza. Tempo e spazio".
Ecco dunque ciò che Fontana
ricerca: "uscita dell'arte dalla cornice tradizionale, superamento del rapporto
di distanza contemplativa tra spettatore e opera d'arte. Sfondamento del muro
dell'arte, rapporto di continuità tra le due dimensioni dello spazio attraverso
un varco fisico creato nella materia e dilatazione del varco fino ad arrivare
allo spazio ambiente in cui lo spettatore entra nell'opera d'arte e vive con
tutta l'esperienza psicosensoriale.
Nel 1949, con una installazione di vaste dimensioni alla Galleria del Naviglio
di Milano, crea un "Ambiente spaziale con forme spaziali e luce nera" che
precorre l'uso delle ambientazioni in seguito largamente adottate dagli artisti
degli anni sessanta. In una cabina chiusa Fontana crea uno spazio buio, in cui
galleggiano grumi di materia illuminati dalla lampada di Wood: in quest'ambiente
tutte le concezioni tradizionali di spazio dell'arte sono annullate, le
percezioni sensoriali e di orientamento stravolte.
L'intuizione di
Fontana è molto vicina alla poetica informale, ma sicuramente
più avanzata e procede da un'analisi dello spazio virtuale (lo spazio
dell'opera) che l'artista tenta di far coincidere con lo spazio reale
intersecandoli. Egli raggiunge lo scopo attraverso il trapasso con i "buchi" e i
"tagli". Sono infatti del 1949 le prime tele con i "buchi", seguite nel 1958 da
quelle con i "tagli", che eseguirà sulle pitture della serie degli "inchiostri",
realizzando i primi "concetti spaziali" a tagli multipli chiamati "Attese". Il
concetto è quello di incidere con un gesto che è prolungamento e testimonianza
della propria intenzionalità di intervento diretto, in prima persona, sulla
materia (nel mondo), sullo spazio per impossessarsi di tutte le sue dimensioni
nell'intera loro estensione. Mentre la materia e la superficie si
materializzano, il gesto si concreta nella contrapposizione di luce e ombra,
pieno e vuoto, bidimensionalità e tridimensionalità. E tuttavia rimane se
stesso, esaltato al massimo grado della sua carica comunicativa, non
espressionistica ma trasgressiva e progressiva, dal colore unitario
uniformemente steso sulla tela o dall'unitarietà della forma delle sculture,
spesso levigate o comunque libere di qualsiasi accidentalità di percorso.
Il binario su cui corre la poetica di Fontana è dunque da un lato l'intervento
gestuale e mentale dell'artista, inteso non come espressione narcisistica di sé,
ma come incisione drammatica dell'essere sulle cose, sulla realtà fisica;
dall'altro l'esaltazione ai fini di verità di tale fisica materialità
dell'esistente.
Scrive ancora Bonito Oliva: "Il gesto del taglio e quello della penetrazione non
hanno nulla a che fare con l'erotismo dell’"Action Painting", della gestualità
pittorica che si sviluppa in America e in Europa in quegli anni, in quanto
legata strettamente all'automatismo del surrealismo, al gesto elementare di
liberare l'inconscio, non progettato, aperto, collegato alle pulsioni
dell'inconscio. Mentre il gesto di Fontana è modulare, naturalmente supportato
anche da un'energia quasi artigianale, ma legato ad un percorso in verticale e
in profondità costante. Il bisogno del taglio e della penetrazione nella materia
ha anche una relazione con l'inconscio, con il bisogno di penetrare una materia
chiusa e sconosciuta, ma complementare; infatti l'approdo finale è quello di una
forma estremamente oggettiva che vuole suggerire anche un proseguimento mentale.
Infatti Fontana dirà che il taglio e il buco sono atti mentali. É chiaro che
l'atto mentale ha bisogno della materia per concretizzarsi, per non essere un
gesto fantasmatico che Fontana vuole realizzare, passare a un rapporto, concreto
come la realtà. Ecco che allora la superficie della pittura e la materia della
scultura diventano come dei muri da sfondare per creare una possibilità di
continuità tra spazio esterno dove sta lo spettatore e spazio interno dietro lo
spettatore. Fontana, attraverso il taglio e il buco, sfonda la parete metaforica
dell'arte ed approda ad un rapporto fisico, concreto con lo spazio reale."
Nel corso degli anni Cinquanta Fontana sperimenta diverse tecniche di
realizzazione dei "concetti spaziali" tra cui la tecnica del pastello e china su
tela con "buchi" e collages, mentre i "concetti spaziali" del 1952-53 con pietre
e vetri colorati sono significativi del suo crescente interesse per la fisicità
dei materiali.
Dal 1959 al 1963 continua la sperimentazione su diversi materiali con i quali
realizza alcuni cicli: dalle sculture in terracotta tonde e "squarciate", che
chiama "Nature", agli "oli" dedicati a Venezia, al ciclo pittorico dedicato a
New York, che poi realizzerà su lastre metalliche, rame e zinco, con incisioni,
tagli e buchi, fino ad arrivare alle "ova", esposte nel 1963 a Milano.
Negli anni 1963-64 Fontana si dedica alla creazione di una serie di opere
evocanti la divinità dal titolo "Fine di Dio", costituite da tele ovali
monocrome perforate e a volte cosparse di lustrini, e di altre denominate
"teatrini", in tela e legno laccato, che proseguirà nei due anni successivi,
mentre del 1967 sono le "Ellissi" in legno forato ad intervalli regolari, ed un
gruppo di sculture in metallo verniciato.
Fontana può essere considerato il precursore assoluto della tendenza
caratterizzante gran parte dell'arte dei decenni successivi che, mettendo in
discussione il concetto stesso di arte e di artista ne promuove una nuova
visione e una nuova nozione basata principalmente sul momento della volontà
creatrice più che sul prodotto di tale volontà. La sua opera assume così un
ruolo di primaria importanza nell'orientamento dell'arte italiana a lui
contemporanea e degli anni a venire.
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