Arnolfo di Cambio
Colle Val d'Elsa 1240/45 - Firenze 1302
 

Arnolfo di Cambio, nato a Colle Val d'Elsa verso il 1240-45 e destinato a diventare il più famoso architetto del tempo (è suo il progetto del Duomo di Orvieto, della basilica di Santa Croce e del Palazzo Vecchio a Firenze) compare per la prima volta come "discipulus" di Nicola nei documenti relativi al pulpito di Siena, dove la sua partecipazione è abbastanza riconoscibile, come del resto nell'arca bolognese, ancorché uniformatesi alle direttive del maestro. Ma ancor prima del 1266 egli dovette attendere sotto la direzione di Nicola alla ricostruzione del corpo anteriore alla cupola del Duomo di Siena per il quale scolpì alcuni dei grandiosi capitelli figurati.

Ma assai importante fu per lui la conoscenza, a Roma, dell'arte dei Cosmati: il cristallino rigore degli intagli lavorati da quei marmorari lo spinse infatti verso una estrema concisione formale, mentre da essi derivò anche il gusto per le incrostazioni di pietruzze policrome e dorate a motivi geometrici. Da un fondo con preziose decorazioni di questo tipo spiccano le figure, largamente spazieggiate, degli officianti di una cerimonia liturgica nella supposta tomba al cardinale Riccardo Annibaldi (1276) già in S. Giovanni in Laterano a Roma, ora nel chiostro. Recenti studi hanno però attendibilmente accertato che essa non si riferisce al cardinale, bensì a un suo giovane nipote omonimo, il notaio pontificio Riccardo Annibaldi, morto nel 1289, nel qual caso l'esecuzione della tomba dovrebbe essere ritardata agli anni novanta, non esistendo tra l'altro alcun documento coevo che attesti la sepoltura del cardinale in Laterano.

Sicuramente documentato è invece in S. Domenico di Orvieto il monumento al cardinal Guglielmo de Braye.

Assai arduo è l'immaginare quale fosse la struttura di una fontana che Arnolfo compì nel 1281 in fondo alla piazza del Comune di Perugia («in pede fori») e che fu distrutta nel 1301.

 


Tomba De Braye
Orvieto, San Domenico

 Statua di Carlo d'Angiò
Roma, Musei Capitolini

Si sa solo che su di essa, o forse a lati, vennero collocati il Leone e il Grifo, simulacri in bronzo dorato della seconda metà del XIII secolo e idolatrati emblemi araldici della città, poi trasferiti all'esterno del Palazzo dei Priori (ora sostituiti da copie: gli originali nella sala del Consiglio) e che da essa provengono cinque sculture che si conservano nella Galleria di Perugia: due statuette di "scribi" seduti, certamente magistrati cittadini con sulle ginocchia i grossi volumi con le annotazioni delle pubbliche spese, e tre figure di «assetati» che, simili a mètope di un tempio arcaico, hanno fatto supporre il riaffiorare di un'ancestrale vena etrusca nella plastica arnolfiana.

 

 

Ma in realtà il complesso articolarsi delle membra della donna semisdraiata appare di timbro schiettamente gotico, mentre di un straordinaria intensità espressiva nella essenzialità dei suoi volumi è la figura della donna inginocchiata e avidamente protesa a raccogliere nel cavo delle mani l'acqua ristoratrice.

Roma fu a lungo il maggior centro di attività dello scultore che intorno al 1276-77 trasformava la chiesa di S. Maria in Aracoeli con l'annesso «tribunal» sul fianco sinistro dal quale proviene la poderosa statua onoraria di Carlo d'Angiò, ora nei Musei Capitolini, costruita a blocchi cubici sovrapposti e dal fiero volto impassibile e aduso al comando.

Ma tra le più complesse creazioni romane di Arnolfo sono il Ciborio per l'altar maggiore della Basilica di S. Paolo fuori le Mura compiuto, come attesta un'iscrizione, nel 1285 da Arnolfo in società con un Pietro, identificato con Pietro d'Odorisio attivo anche nell'abbazia di Westminster di Londra, e quello di Santa Cecilia in Trastevere del 1293:

entrambi riprendono con toscana chiarezza il gusto architettonico - decorativo dei marmorari romani e si caratterizzano per l'adozione del «gable», o baldacchino con timpani triangolari, un elemento derivato dal Gotico francese. Le parti scolpite, specialmente nel ciborio di S. Paolo, appaiono rigorosamente subordinate all'organismo architettonico, sia per la calcolata misura con cui le quattro statuette di Santi - S. Benedetto, S. Paolo, S. Pietro e S. Timoteo - si inseriscono entro le nicchie scavate negli angoli delle arcate trilobe, sia per il moderato aggetto e il valore prevalentemente lineare e cromatico delle figure a bassorilievo che si profilano con la nitidezza di classici cammei contro i fondi screziati di mosaici nei pennacchi e nei sovrastanti timpani triangolari.

Lo slancio gotico del ciborio di S. Paolo appare temperato in quello di S. Cecilia dal più disteso profilo delle arcate, mentre le statuette angolari S. Cecilia, S. Valeriano, S. Tiburzio e S. Urbano - tendono ad uscire fuori dalle nicchie per disporsi più liberamente nello spazio.


Ciborio
Roma, S. Paolo fuori le mura, 1285

Ciborio
Roma, Santa Cecilia in Trastevere

Inoltre, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove si conserva una reliquia della culla di Gesù Bambino, si ammirano i resti dell'«Oratorium Praesepis» commesso verosimilmente da Onorio IV ed eseguito tra il 1285 e il 1287, ma trasferito e completamente trasformato nel 1586 da Orazio Fontana. I profeti David e Isaia protesi in atto di spiegare serpeggianti cartigli adornano tutt'ora il prospetto del vano nell'interno del quale stanno in adorazione San Giuseppe dal volto dolcissimo e i Re Magi .
 

 

 

Naturalmente Arnolfo, che per quasi un quarto di secolo fu il più importante artista attivo a Roma, non poteva non essere richiesto di dare la sua opera anche per il massimo Tempio della cristianità. Ma quello che forse fu il più grandioso complesso cui egli attese, il Sacello di San Bonifazio, commessogli da Bonifacio VIII e che in S. Pietro recava la sua firma, è andato pressoché distrutto.

 


Madonna col bambino
Firenze

Firenze fu l'ultima tappa del suo laborioso percorso. Egli vi fu chiamato nel 1284 e gli fu affidata la costruzione della nuova Cattedrale di Santa Maria del Fiore, per la quale cominciò ad erigere anche una bellissima facciata rimasta incompiuta e che fu demolita nel 1586. Di essa si conservano nel Museo dell'Opera del Duomo alcune statue che stavano nella zona dei portali, tra le quali, come altissimi raggiungimenti della plastica arnolfiana, si possono considerare la Madonna della Natività, che rievoca nella posa e nell'integrità dei volumi le immagini dei defunti che lentamente sollevano il busto sui coperchi delle urne etrusche e una mirabile statua della Madonna seduta col Bambino.

 

 

La monumentalità di questa immagine è anche qui, come nel Carlo d'Angiò, affidata al limpido e possente articolarsi dei volumi che riecheggiano moduli cubici senza per altro irrigidirsi in fredde geometrie, perché le superfici appaiono sensibilizzate dal sapiente corrugarsi dei pannelli che con i loro acuti scrimoli creano balenanti guizzi d'ombre. La massa compatta e tornita del volto estatico s'illumina nel riflesso degli occhi vitrei e un sottile fremito affettuoso sembra percorrere il braccio destro che lievemente si posa sulla spalla del piccolo Gesù gravemente benedicente.

 

Arnolfo morì a Firenze probabilmente l'8 maggio 1302 e la sua arte si pone come una sorta di corrispondente nel campo della scultura alla pittura di Giotto che certamente non la ignorò.

 

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