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Vincenzo Agnetti |
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Nato a Milano 14-9-1926 morto a Milano
2-9-1981
Scrittore, giornalista, critico d’arte, pittore, attore e accanito
viaggiatore, Vincenzo Agnetti, morto nel 1981 all’età di 55 anni, è
considerato uno del massimi esponenti dell’Arte Concettuale in Italia.
Tutti i lavori di Agnetti, sia scritti che parlati, i suoi quadri, le
fotografie, le performance e gli ambienti, tendono a portare a una
rottura totale con le sicurezze acquisite in tanti secoli di storia
dell’uomo. ”Mi è dolorosamente caro ricordarvi” scrive Agnetti,” che prima
del bello non esisteva il brutto. C’erano solo le cause. ” Gli Assiomi sono
aforismi incisi su una lastra di bachelite nera, spesso ricavati dai suoi
libri o quaderni di appunti. “Sono quadri fatti di scritte tanto rigorose
all’aspetto, quanto aperti su prospettive di assurda e veggente
insensatezza”, scrive Angela Vettese nel 1988 in un articolo per Sole 24
Ore.
L’arte concettuale che dominò la scena internazionale fra i
Sessanta e i Settanta non riscosse nella cultura estetica italiana,
votata al culto della forma, accoglienza favorevole. Pionieristica e
appartata è stata dunque l’esperienza di uno dei suoi maggiori
protagonisti, Vincenzo Agnetti (Milano 1926 - 1981), morto a soli 55
anni. Alla pratica dell’arte Agnetti era giunto nel 1967 dopo esperienze
di scrittura critica e narrativa, dalla frequentazione intellettuale con
la giovane avanguardia milanese, e da una intensa corrispondenza, a
partire dal 1962 specie con l’editore Schweiller, durante il suo
soggiorno in Argentina. Il “rifiuto di dipingere” è, più in generale,
consapevolezza della impossibilità del comunicare. Esprime la crisi di
una cultura fondata sulla memoria che dovrebbe piuttosto coltivare –
scrive – “l’apprendimento del dimenticare”. Di qui aforismi sul filo
dell’assurdo incisi su lastre di bachelite nera (“Assiomi”), scritte
tracciate su feltri, pagine illeggibili di libro sigillato in un
contenitore di plastica e appoggiato su una duna di sabbia (“Apocalisse
nel deserto”). Una recente mostra – presentata da Marco Meneguzzo – ne
ha rilanciato la singolare avventura di vita (con frequenti viaggi per
“sparire”) e di arte “obsoleta” (titolo di un suo romanzo pubblicato nel
1968).
Vincenzo Agnetti, destinato a diventare il più
originale artista concettualista italiano, esordisce nei primi anni Cinquanta
nell’ambito della pittura informale: spirito inquieto, crede di trovare nelle
modalità espressive proprie di tale tendenza le “parole” pittoriche più libere,
e dunque le più adatte a dar voce alla sua ansiosa esigenza di immediatezza
comunicativa ed efficacia espressiva.
La sua fiducia nelle possibilità offerte dall’informale, però, è destinata a
spegnersi assai presto.
Ogni quadro terminato, anche quello in apparenza più intenso, gli sembra
passivo, inefficace e perfino banale. Ogni tela, ogni pennellata è avvertita
come una gabbia convenzionale, una stagnante prigione nella quale il pensiero è
violentato, il sentimento neutralizzato da forme predefinite e quindi ovvie.
L’esperienza dei limiti dell’informale,
teoricamente il più libero tra tutti gli stili, induce Agnetti a ritenere che il
problema dell’espressione non possa essere risolto ricorrendo a un particolare
uso degli strumenti e degli elementi della pittura (e più in generale dell’arte)
piuttosto che ad altri. Quand’anche il linguaggio adottato fosse quello più
immediato, esso si rivelerebbe comunque statico e obsoleto, ontologicamente
inadatto all’espressione autentica della complessità dell’essere. Tutti i codici
di comunicazione, infatti, risultano drammaticamente limitati, “normalizzanti” e
perfino falsificanti di fronte al fluire libero e pluridimensionale del
pensiero, del sentimento e, in ultima istanza, della vita stessa.
Dunque, il problema si trova a monte di qualsiasi scelta stilistica. Per
sottrarsi alle trappole dei linguaggi e per evitare ogni genere di necrotica
cristallizzazione, Agnetti cessa di dipingere e di praticare direttamente
l’arte. Si avvicina a Piero Manzoni e agli altri membri del gruppo
Azimuth,
riservandosi però di prendere parte esclusivamente al momento ideativo della
loro opera e alla fase di interpretazione critica del loro lavoro.
La partecipazione indiretta alla creazione è il primo passo di un percorso che
sfocia nell’abbandono radicale dell’arte: Agnetti si ritira in una sorta di autoesilio in terre geograficamente e culturalmente lontane, quali l’Arabia,
l’America Latina e le regioni artiche, luoghi nei quali pratica i più svariati
mestieri.
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Tornato in patria, nel 1967 si riavvicina
all’ambiente culturale milanese pubblicando Obsoleto, un romanzo per
alcuni aspetti ispirato agli esperimenti letterari
dada e
surrealisti e
realizzato alla luce di una complessa riflessione sul valore del linguaggio.
Il volume, edito dall’amico Vanni Scheiwiller, fa parte della neonata collana
“Denarratori” e viene presentato dall’autore come un “antiromanzo”. Il testo
mette in discussione tutte le leggi logiche della narrazione, della sintassi e
della grammatica: ogni conseguenza smentisce la premessa, ogni frase nega quella
che la precede per poi essere contraddetta a livello grammaticale o narrativo da
quella che la segue.
Assodata l’inefficacia delle parole e del pensiero logico, il romanzo si affida
progressivamente alla vista del lettore: nella seconda parte del libro, infatti,
compaiono disegni, pagine nere, cancellature e abrasioni della scrittura.
In questo modo, Obsoleto pone le premesse per il ritorno del suo autore
alle arti visive. Si tratta però di un ritorno “critico”, figlio di anni di
meditazione circa la tirannia della forma e il ruolo inibitorio dei linguaggi.
Evidentemente, Agnetti non crede più alla possibilità di esprimersi attraverso
la pittura, né per mezzo di altre forme d’arte già codificate: non mira più a
“comunicare”, ma intende operare al fine di rendere cosciente lo spettatore
dell’esistenza e della pregnanza della “questione” del linguaggio. Il disvelamento sistematico del potere normalizzante e falsificante di ogni codice
espressivo costituisce il fulcro di una ricerca che, per quanto maturata in un
contesto artistico, proietta i suoi riflessi in ogni ambito dell’esistenza
umana, giacché non si dà area dell’esperienza pubblica e individuale che non
preveda la presenza di forme strutturate di comunicazione.
Agnetti avvia così un lavoro di matrice concettualista che mira a evidenziare e
sovvertire i parametri della cognizione, finalizzato alla decostruzione di ogni
linguaggio (non necessariamente artistico) che pretenda di veicolare
qualsivoglia forma di verità. La sua si configura come una lotta a tutti i
“sistemi” che tendono a immobilizzare il pensiero e la vita in strutture rigide,
lotta condotta mettendo in atto un polimorfo rovesciamento delle usuali modalità
di percezione e di comunicazione.
Per raggiungere il suo scopo, Agnetti ricorre sistematicamente a un uso creativo
della figura retorica dell’ossimoro: la sua ricerca si sintetizza
prevalentemente in oggetti che si rivelano all’osservatore nel momento in cui
scompaiono o in spazi vuoti che acquisiscono forme di percettibilità tanto
improvvise quanto imprevedibili.
Emblematico è il NEG, un lavoro realizzato nel 1970 in collaborazione
con Brionvega. L’opera deve il suo nome alle lettere iniziali dell’aggettivo
“negativo”. Si tratta di un giradischi stereofonico che permette di ascoltare le
pause della musica e i microintervalli che separano i suoni, ossia ciò che è
usualmente “non-percepito” come silenzio: quando dal disco o dal nastro
magnetico inserito nel NEG giunge il segnale del suono, un circuito
inibitore blocca l’amplificazione e “produce” silenzio; al contrario, quando dal
nastro giunge il silenzio, il circuito invia all’amplificatore un rumore
regolabile prelevato da un generatore di bassa frequenza. Grazie a questo
meccanismo, Agnetti riesce a creare una sorta di calco della musica e a
rovesciarne la percezione: il “negativo” acquisisce una positiva presenza
sensoriale.
Per nominare il suono prodotto dal NEG,
Agnetti ricorre alla espressione “suono bianco”. Tale definizione non è
solamente una sinestesia figlia dell’istinto poetico dell’artista.
L’accostamento dell’aggettivo “bianco” al sostantivo “suono” cela, infatti, un
significato profondo; comprenderne il senso permette di gettare una luce
chiarificatrice sul nucleo della poetica di Agnetti. L’espressione “suono
bianco” pare affondare le sue radici in una delle più importanti teorie del
colore maturate in ambito storico-artistico, quella elaborata da
Wassily
Kandinsky: ben prima di Agnetti, infatti, già il maestro russo aveva individuato
un nesso tra il colore bianco e l’assenza di rumore, affermando che
l’osservazione di una superficie bianca omogenea evoca nello spettatore proprio
l’idea e la sensazione del silenzio. È però interessante notare che, a giudizio
di Kandinsky, anche il nero suggerisce a chi lo guarda l’idea dell’assenza di
suono; la differenza tra i due colori consiste nel fatto che il nero esprime un
silenzio disperato, conseguenza della scomparsa della vita, mentre il bianco
(frutto della somma di tutti i colori dell’iride) evoca un silenzio “vivo”,
generato dalla fusione in un’unica istanza di tutti i suoni esistenti e dal loro
vicendevole annullamento. In estrema sintesi, per il pittore russo il bianco
rappresenta l’incarnazione di un fecondo silenzio cosmico, che sottintende la
vita nella sua totalità e precede la declinazione dell’essere nella molteplicità
dei fenomeni episodicamente attingibili.
Quando sceglie di definire “bianco” il rumore prodotto dal NEG, Agnetti
compie dunque un’autentica scelta di campo e rivela il valore positivo che egli
attribuisce al silenzio, ossimoricamente inteso come il più ricco, completo e
vitale tra tutti i suoni. L’esaltazione del valore del silenzio si inquadra
perfettamente nel contesto della polemica condotta dall’artista nei confronti di
tutti i linguaggi: a differenza di ogni suono, infatti, il silenzio non è né
quantificabile né qualificabile secondo forme predefinite; è assoluto e libero
in quanto, per essere percepito e compreso, non necessita della mediazione di
codici linguistici.
Il tema del silenzio significante non compare esclusivamente nel NEG,
ma costituisce una sorta di fiume carsico che riemerge frequentemente nell’opera
di Agnetti, all’interno di un più ampio percorso che porta l’artista a
valorizzare tutte le forme di assenza e a interpretarle come le più alte e
libere manifestazioni di presenza. Agnetti, infatti, realizza numerose opere
imperniate sulla mancanza di quegli oggetti che dovrebbero esserne i
protagonisti: ciò che è assente viene evocato per mezzo di interventi minimi,
per esempio disegnandone la sagoma, o disseminando tracce più o meno evidenti di
una sua precedente presenza. Gli oggetti mancanti ed evocati nella fantasia
dello spettatore sono assoluti, in quanto essi non devono interagire con i
limiti dei diversi codici percettivi; farne notare l’assenza significa renderli
presenti in modi nuovi, senza che essi debbano sperimentare i limiti
contingenti, fenomenici, necessariamente correlati a ogni presenza fisica.
Attorno al 1970 non solamente Agnetti, ma anche altri artisti di area concettualista affrontano il tema dell’assenza. La sparizione parziale o totale
dell’oggetto (o la sua sostituzione con proposizioni analitiche) è infatti uno
dei cardini del concettualismo, forma d’arte programmaticamente autoreferenziale
e “metaestetica”. All’inizio degli anni Settanta, artisti quali
Ian Wilson,
Bernar Venet,
Victor Burgin e tutti gli aderenti al
gruppo Art&Language
oltrepassano la soglia della dematerializzazione dell’arte e arrivano a
concepire opere prive di ogni consistenza fisica, quali discorsi, formule
matematiche e riflessioni di carattere logico-filosofico e linguistico.
L’arte dell’assenza praticata da Agnetti, però, si differenzia nettamente dalle
esperienze concettualiste più ortodosse. All’artista milanese, infatti, non
interessano né la purezza asettica del pensiero matematico, né le più raffinate
elucubrazioni linguistiche; il suo animo, la sua poetica vitalità si ribellano
al rigore dogmatico perseguito dai concettualisti più celebri.
Non è un caso che nelle opere di Agnetti compaia spesso un aspetto ludico,
provocatorio o quantomeno ironico, che si manifesta già negli anni trascorsi
accanto a Manzoni e che sarebbe impossibile trovare nelle opere degli esponenti
del più stretto concettualismo. La
Macchina drogata del 1968 è forse
l’opera che meglio rappresenta questa dimensione ironica. Si tratta di una
calcolatrice da ufficio manomessa in modo che a ogni numero, nei martelletti che
battono sulla carta, sia collegata una lettera: il rapporto tra significanti e
significati viene così evidenziato e messo in discussione in modo “leggero”,
senza ricorrere ad asettiche dissertazioni. Per parafrasare l’artista, si
potrebbe dire che il risultato di qualsiasi operazione algebrica svolta con la
sua Macchina drogata è zero, ma dieci in lucida follia; e, riprendendo
l’aggettivazione adottata da Agnetti per definire il suono prodotto dal NEG,
l’assenza di risultato offerta dalla Macchina drogata potrebbe essere
definita “bianca”, in quanto non prevedibile né codificabile, libera e aperta
alla vita.
Un altro momento particolarmente significativo
all’interno del percorso di decostruzione dei codici di comunicazione e di
conoscenza intrapreso da Agnetti è costituito dalla sua riflessione a proposito
del valore della memoria. Quella della memoria, infatti, è un’identità
complessa; il ricordo è una forma cognitiva ed emotiva sui generis, nella quale
si mescolano linguaggi e livelli di coscienza tra loro eterogenei: perciò
l’evocazione interiore è certamente più libera e lirica di quanto non lo sia la
percezione contingente della realtà, vincolata, quest’ultima, dai codici
predeterminati della comunicazione e dai linguaggi dei sensi. Eppure, anche la
memoria non può prescindere da un’esperienza, da un precedente contatto con
l’esterno, e dunque anch’essa è figlia (o nipote) dei limiti dei linguaggi e dei
codici percettivi e del processo di normalizzazione cui essi sottopongono la
realtà; per alcuni aspetti, essa si configura come una tomba di parole e forme,
un deposito nel quale vengono archiviate le falsificazioni compiute ai danni
della complessità della realtà a opera dei sensi e degli schemi preordinati del
pensiero.
Agnetti si chiede come sia possibile superare tali limiti della memoria e trova
la risposta, ancora una volta, in un ossimoro: paradossalmente, il modo migliore
per ricordare è dimenticare. Dimenticare, infatti, significa cancellare le forme
del pensiero e ogni codificazione preordinata; equivale a liberare l’essenza
della vita, che in tal modo torna a fluire in modo indeterminato e dunque
autentico; in sintesi, dimenticare non vuol dire uccidere il ricordo, ma
liberarlo.
Nascono così, nel 1968, i Libri dimenticati a memoria: volumi nei quali
non è possibile leggere alcunché, in quanto da essi sono state ritagliate le
parti stampate lasciando intatta solamente la cornice bianca delle pagine. Ogni
idea espressa dall’autore del libro è liberata dalla prigionia dei codici
grafici e linguistici, oltre che dalla prigionia fisica della pagina.
Non solamente le opere letterarie devono essere “dimenticate a memoria” affinché
esse possano vivere autenticamente: anche i frutti delle arti visive possono (e
anzi devono) essere dimenticati. Nel 1973, in un
Progetto panteistico,
Agnetti teorizza esplicitamente la distruzione di una statua:
“ Prendere una scultura / rompere la scultura / rompere la scultura / - /
restituire i sassi alla terra”.
Come la scultura torna a essere terra scomparendo, rinunciando alla sua identità
particolare, così il ricordo torna a essere vita reale annullandosi nella
memoria dell’uomo, superando i confini della sua forma: esso deve perdere la sua
identità per diventare parte indistinta dell’uomo stesso.
È evidente che la celebrazione del dimenticare come l’espressione più alta di
memoria (così come l’interpretazione del silenzio come suprema modalità di
comunicazione) non costituisce solamente la conseguenza di un percorso di
critica operante, di un rovesciamento concettualistico delle strutture mentali e
comunicative che trova il suo fulcro nella messa in atto di geniali momenti
demistificanti. Esso è anche e soprattutto la testimonianza del profondo
umanesimo di Vincenzo Agnetti, della sua esigenza di autenticità e del suo amore
per l’essenza inafferrabile della vita:
“Il desiderio di sapere e assoggettare ci ha fatto perdere il contatto con lo spazio [...]. Abbiamo notato che il territorio è divisibile in tante parti. Abbiamo misurato, analizzato queste parti dando origine a quelle differenziazioni che stanno alla base dei conflitti. Di pari passo la cultura ha seguito i nostri interessi [...]. Ritroveremo nella memoria liberata lo spazio primitivo e con esso l’indifferenza verso la cultura per la cultura e le cose per le cose ”
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